I grandi inquisitori

Scritto da Francesco Corigliano

Con stile e cura inconfondibili, Dostoevskij inserisce all’interno de I fratelli Karamazov una sorta di anti-romanzo, Il grande inquisitore. Opera incompiuta (perché in effetti mai scritta) del personaggio Ivàn Fëdorovic, in questo testo viene raccontata un’ipotetica seconda venuta di Cristo, nel XVI secolo a Siviglia, negli anni più attivi della Santa Inquisizione.

Vi avverto che qui gli spoiler sono inevitabili: riassumendo, il messia viene imprigionato da un anziano inquisitore, che ha intenzione di processare e bruciare Gesù come eretico. La motivazione è il succo di tutta l’opera: Gesù, col suo messaggio di libertà, non porta del bene all’umanità, gettandola piuttosto nello spaesamento e nel dolore. In accordo con l’indecisione propria di Ivàn, però, alla fine Gesù non viene messo al rogo: gli viene anzi concesso di andarsene, e di perdersi tra le vie di Siviglia.
Il grande inquisitore è posto quasi al centro del romanzo (certo non abbastanza al centro da lasciarsi andare ad ardite speculazioni su mise en abyme) e assume un’importanza particolare se lo si relaziona col finale di tutta la vicenda degli sfortunati Karamazov. Il “martire” protagonista del romanzo, Dmitrij, sguazza nella perdizione conducendo una vita dissoluta e sfrenata. E, sebbene non sia lui l’assassino del padre Fëdor Pavlovic, viene condannato come tale perché – in effetti – sembra assurdo che non sia stato lui. Mancano prove schiaccianti, e i fatti si potrebbero spiegare in diversi modi; addirittura, il vero assassino confessa ad Ivàn il delitto. Nonostante ciò, a causa di tutte le scelte compiute e le parole dette, Dmitrij viene accusato dell’omicidio. Un gesto che di per sé forse avrebbe anche potuto compiere, a causa del temperamento focoso e dei litigi col padre; in un certo momento, poi, proprio sotto la finestra della casa di Fëdor Pavlovic, gli basterebbe poco per agire e colpire.
Eppure Dmitrij non ha ucciso. Dostoevskij vuole forse, così, mostrare come l’accumulo di “sporcizia” sulla propria coscienza e sulla propria anima possa portare, infine, ad una condanna non soltanto morale, ma anche pratica da parte degli uomini.
Certo così l’autore evidenzia anche la problematicità, e anche la debolezza della legge degli uomini. Ed è a partire da questa considerazione che Il grande inquisitore assume ancora più rilievo: l’uomo è disposto a condannare Dio ancora una volta, nonostante il “precedente” e nonostante secoli di pentimento e preghiera. E questo per un motivo ben preciso: la pace sulla Terra.

La giustizia di per sé servirebbe proprio a questo: alla pace, alla regolamentazione, all’accordo tra gli uomini. Eppure, la legge punisce la violazione, ma di per sé non può realmente proibire. Come si fa ad impedire ad ogni persona di rubare? Entrando nella sua testa, forse? Nella giustizia è necessariamente intrinseco il riconoscimento della libertà umana.
Quella stessa libertà che il grande inquisitore odia e teme. La libertà che, in Dostoevskij, è predicata dal messia e che costituisce il senso più profondo del messaggio cristiano. L’uomo è libero, e ciò implica – sta qui, peraltro, tutta la sofferenza del personaggio Ivàn – che può qualsiasi cosa; e, nonostante ciò, continua a fare il male, o a non impedire che il male stesso avvenga.

L’uomo, sostiene l’inquisitore, non vuole realmente la libertà. Né deve conoscerla, perché in essa è racchiuso il tormento doloroso della scelta, che ogni giorno si opera e che ogni giorno conduce verso il male. L’umanità, quindi, si carica di colpevolezza perpetua. “Siamo colpevoli di tutto, tutti siamo colpevoli” sostiene lo starec Zosima. E l’inquisitore ha ben impresso questo concetto: tanto da ritenere che sia meglio ridurre il popolo allo stato di gregge, una massa incapace di rendersi conto di questo orribile, pesantissimo dono – la libertà – e di continuare a credere che tutto sarà rimesso, tutto sarà perdonato, perché tutto è fuori dalla portata dell’uomo.
A pochi pastori toccherà sostenere il peso della consapevolezza, e di dirigere il popolo sempre verso i solo beni materiali, il pane di cui è in effetti impossibile rimaner digiuni; della libertà, invece, se ne può far a meno. Su tutto ciò s’allungherà quindi l’ombra di “Lui”, il diavolo, che a Gesù stesso aveva offerto il pane nel deserto.
Al di là di ogni interpretazione relativa alla religione, Il grande inquisitore getta una luce potente sul senso del finale del romanzo: Dmitrij ha scelto una vita infamante, e ha sofferto di conseguenza. Eppure, in un momento preciso, lui ha avuto realmente la possibilità di uccidere il padre: però ha preferito non farlo. Sceglie, appunto, e almeno da questa decisione – la repressione dell’istinto, della stessa materialità decantata dall’inquisitore – riceve un beneficio che è tutto morale, ma non per questo meno importante.
Tutto ciò porta ad una spontanea riflessione: quanto è preferibile rifiutare la consapevolezza? Non la libertà, perché a quella – a conti fatti – è davvero impossibile rinunciare. Ma alla coscienza di essa, e della sua portata totale sulla vita umana, si rinuncia eccome.
Si può essere, forse, inquisitori di sé stessi?

Questo articolo compare, rivisto e leggermente ampliato, anche in http://www.asterischi.it/i-grandi-inquisitori

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