Il capitale umano

Scritto da Silvio Scarpelli

 

L’etichetta che accompagna Virzì da circa vent’anni è quella di unico erede di una certa commedia all’italiana, quelle delle maschere tartufesche o truffaldine, di un’Italia cafona che si autocompiace della sua meschinità. Il cambio di rotta tanto discusso per Il capitale umano avviene solo in parte.

Apparentemente Virzì gira un thriller ambientato in Brianza, tratteggiando personaggi che in alcuni casi scivolano nel grottesco oscuro, impegnati in una folle corsa verso il profitto, il riconoscimento, la felicità. Il regista livornese si sporca le mani con la contemporaneità ma non smette di disegnare personaggi non troppo lontani dai Bruno Cortona del Sorpasso di Risiana memoria, o parenti stretti dei Giovanni Alberti (Il boom di Vittorio De Sica, dove l’eroe è disposto a vendere un occhio per risanare i debiti della sua azienda). Un esempio lampante è il Dino Ossola interpretato da Fabrizio Bentivoglio che cerca di sfruttare a suo vantaggio un’estemporanea amicizia con lo squalo della finanza Bernaschi (un ottimo Gifuni). Il film racconta le vicissitudini di queste due famiglie legate a un evento tragico, un incidente stradale che provoca la morte di un cameriere-proletario, utilizzando una struttura divisa in capitoli che strizza l’occhio al The Killing di Kubrick, quasi a voler ricomporre una cronaca delle bassezze umane in una Brianza che oscilla tra la luminosa estate e l’inverno opaco.
 
Virzì mischia le carte di questo whodunit facendoci dubitare di tutti, anche se al film mancano i tempi del genere, non riuscendo a dare alla narrazione quel respiro drammatico: anticatartico per forza o per necessità. Ma in fin dei conti Virzì vuole dirci solo una cosa: “Avete scommesso sulla rovina di questo paese e avete vinto”. Il film non è solo una critica endemica dell’Italietta berlusconiana, di una nazione sull’orlo del default (il film inizia con un plongée sui residui di una festa, quasi a voler dire “la festa è finita”), ma aleggia un senso di sconfitta che colpisce tutti i personaggi, ad eccezione della compagna di Dino Ossola, interpretata da Valeria Golino, non a caso incinta e dunque in grado di intravedere un futuro. Inoltre, lavorando come psicologa è l’unico adulto in grado di interloquire in maniera costruttiva con i giovani.
 
Altra sequenza degna di nota è il capitolo dedicato a Carla Bernaschi (Valeria Bruni Tedeschi), ex-attrice e moglie del broker. Per liberarsi dall’atarassia borghese decide, con il beneplacito del marito, di ristrutturare un teatro in rovina. Nella sequenza del consiglio d’amministrazione del nuovo politeama Virzì dimostra, ancora una volta, di saperci fare con le scene corali: le stoccate al consigliere leghista che ha come suoneria il Va, pensiero e blatera di un coro alpino, la radical-chic che ribadisce l’idea della morte del teatro, il vecchio artista che ricorda la stretta di mano con Pirandello. Una scena che serve al regista per toccare con mano le sue possibilità, come se, dubbioso per il taglio thriller della pellicola, cercasse un baricentro più congruo con le sue capacità.
 
L’unica pecca del film è l’eccessiva ricerca di un sentimentalismo posticcio, soprattutto nella seconda parte, che scivola in un finale buonista, fin troppo didascalico, come se l’autore innamoratosi dei suoi personaggi non riesca a sommergerli nell’oblio della modernità dove anche i corpi devono rispondere alle leggi numeriche. 

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