La vita di Adele

Scritto da Fiorenzo Polito

Vita di Adele, “il rimpianto è qualcosa in meno nel cuore”

All’apparenza le giornate di Adele (Adèle Exarchopoulos) sono quelle di un’ordinaria adolescente, che si divide fra la vita del liceo, le chiacchiere con le amiche e la famiglia. Le interessa la letteratura e si dedica con scrupolo alla scrittura del suo diario. Tutto rientrerebbe nella norma, se non fosse che Adele si trova a dover affrontare il dramma della sessualità. Dopo una fallimentare relazione con un coetaneo, la ragazza conoscerà Emma (Lèa Seydoux), che la introdurrà teneramente a quella che sarà una nuova e profonda fase della sua vita.

Il primo incontro, fugace e inosservato, di Adele ed Emma suscita nella protagonista una famelica curiosità, un’incontrastabile voglia di auto-conoscenza e di riflessione, che irrimediabilmente si scontra con il diniego di Adele di accettarsi per quello che è e di identificarsi.

Costante è l’attenzione per i primi piani, gli sguardi dei personaggi, i loro gesti. A sottolineare questo approfondimento è la quasi totale assenza d’una colonna sonora. Ed è appunto questo il tratto fondante del film, la sua estrema semplicità narrativa, la sua schiettezza e la mancanza di qualsiasi pretesa retorica.

Lo scenario passa in secondo piano, inosservato, universalizzando in questo mondo una storia che potrebbe svolgersi ovunque e appartenere a chiunque.

Adele sente di mentire su tutto, particolarmente a se stessa, ma lo fa inconsciamente e senza riuscire a identificare il motivo della sua infelicità.

Adele non può tirarsi indietro dalle sue scelte, eppure, come la tragica Antigone, è una ragazza ancora “troppo piccola”, troppo piccola per affrontare con lo scherno e il rifiuto della maggioranza, troppo piccola per confrontarsi con un mondo così distante e in apparenza minaccioso come quello dell’ambiente omosessuale. Il percorso che intraprende è una strada solitaria e travagliata, disseminata di dubbi e tensioni, delusione e isolamento.

Sarà Emma a donare naturalezza alla sua scoperta, è infatti con lei che Adele consuma le sue fantasie e a lei mostra la “grande debolezza del volto umano”, abbandonandosi completamente. Emma in cambio le mostra un modo di vivere diverso, un ritratto che “somiglia ma non somiglia” alla considerazione che Adele ha di sé. Emma le dona insomma una nuova prospettiva, che permette di scegliere per sé la propria esistenza e la propria libertà. Citando Sartre, di definirsi attraverso i propri atti.

La carta vincente del film è la sua elementarità, che lo rende estremamente reale e proprio per questo motivo così convincete ed efficace.

I mondi fra cui Adele si trova sospesa sono in collisione: da una parte i pregiudizi dei coetanei, spietati e ignoranti, dall’altra la smania di scoperta e di sperimentazione.

La pellicola è in sé ambiziosa, divisa in due capitoli diversi, ma fondamentali e complementari, della vita di Adele. Qui l’opera rivela però la nota negativa di abbandonarsi a volte in un’eccessiva prolissità narrativa, che appesantisce notevolmente il risultato. E’ particolarmente il modo in cui il culmine dell’esplorazione sessuale della protagonista è raccontato, ossia con mania documentaristica che quasi scade nella pornografia. Forse perché lo sceneggiatore si propone d’esprimere con la fisicità quello che le parole non vogliono dire.

Le forze che spingono in avanti l’azione attraverso i due capitoli è fondamentalmente la stessa, ma opera in direzioni diverse. Mentre nel primo si assiste a un costante avvicinamento delle due giovani donne, nel secondo avviene un graduale allontanamento, una repulsione, che coincide con una maturazione a tutto campo di Adele, trascendendo la sola sessualità. E mostrando come la coscienza di sé tenda a una completezza in grado di far comprendere i propri limiti e riconoscere la finitudine dei rapporti umani.

Adele continua a camminare, portandosi dentro la voglia di calore del colore blu, finalmente donna, libera e affrancata da sé.

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