Sorrentino e la vera bellezza

Scritto da Francesco Corigliano

La grande bellezza di Sorrentino è candidato agli Oscar. Bene, benissimo: sinceramente non so (non ne ho davvero idea) se ci si possa fidare degli Oscar per valutare più o meno positivamente una pellicola. Non credo siano arrivati ai livelli di Sanremo, ma da quel che ho visto – e sentito – ormai vincere un Oscar non equivale necessariamente ad aver messo sugli schermi delle grandi perle dell’arte. Pazienza.

A parte ciò, del film di Sorrentino – che ho potuto vedere solo ieri sera – mi ha colpito l’approccio al tema. Tema che, di per sé, sembrerebbe alquanto sfuggente: la mia impressione, durante la prima metà del film, è stata «ecco, questo parla della decadenza, dei borghesi, dei ricchi, e menate analoghe». Argomenti che peraltro il regista – mi sembra – si diverte a trattare, insistendo su particolari così specifici da tradire, anzi quasi affermare un intento “documentaristico”. Siamo sparati direttamente nell’alta società romana, tra feste, festini e rock’n’roll in cui non c’è limite all’esagerazione, allo squallore, all’età e al buongusto. In tal senso alcune sequenze risultano memorabili, in primisquella con il santone del botulino (cui veramente non si può aggiungere nulla), e a seguire quelle con le “performance” artistiche (sia a inizio film, con la fantastica Talia Concept, sia nella grottesca esibizione della bambina) e i vari balli/trenini/scuotimenti delle feste.
Già prima della metà del film, però, si riconosce un approccio complesso alla questione del “vivere bene”: attraverso il protagonista (Jep, giornalista ed ex-scrittore, impersonato da un appropriato Toni Servillo) traspare un senso deciso di desolazione, di stanchezza, di distacco – disgusto? – verso il luccicante e sudato mondo delle Roma bbbene. Jep non abbandona le feste, le formalità, i costumi, resta sempre un arbiter elegantiae (davvero non saprei come definirlo altrimenti. Viveur è forse riduttivo), ma avverte sempre più la pesantezza della vita “agiata” riconoscendo – impietosamente negli altri, ma senza lasciarsi fuori dall’analisi – tutte le meschinità, le falsità, le tristezze di un’esistenza votata ad un bello inconsistente.
Proprio qui si individua – ma secondo me, eh – il senso più autentico del film: in ciò che veramente può essere considerato bello. La ricchezza, il successo, ciò che in superficie può apparire – ed è anzi imposto -come desiderabile, tutto ciò può non bastare alla vita di un essere umano; e l’appagamento del desiderio, la sazietà, l’ebrezza dovuta alla soddisfazione possono finire col togliere l’energia necessaria al desiderio stesso. E questo non è un rischio esclusivo di chi, come Jep, ha avuto tanto e può dire la sua vita “conclusa con merito”; la stanchezza dell’anima (passatemi la romanticheria) è in agguato per tutti e tutti, anche chi non va alla feste con spogliarellisti droga e performance – che parolaccia, “performance” – rischia un giorno di trovarsi a non comprendere più la bellezza. L’atrofia della sensibilità è portata – mi sembra – su un piano esistenziale, totale, afferente dell’umanità tutta.
Se il film finisse così, beh, non ci resterebbe che spegnere lo schermo, pensare “insomma, un film piagnone come tanti altri. Però c’è Verdone” e cercare di ignorare quella sottile sensazione di angoscia che già da un po’ ci ha artigliato il cuore. Ma il film – fortunatamente – non finisce così: Jep, dopo aver misurato la profondità del “mondo che appare”, riscopre la capacità di percepire il bello attraverso il ricordo, andando a solleticare ciò che ancora risiede nella memoria e che, per pigrizia, o per paura, non aveva più voluto risvegliare. Il messaggio più importante è che a trenta, a quaranta, a cinquant’anni, qualunque sia l’età dell’uomo arido, non è mai troppo tardi per il bello; non è mai troppo tardi per la contemplazione, per la leggerezza, per la semplicità.  Non è mai troppo tardi per un gusto che, magari, non sarà né esplosivo né ricercato, ma nella sua essenza è l’unico fatto in grado di rendere un uomo completo.  E “completo”, ci sembra, non è chi è realizzato, bensì chi ricerca. Alla fine del film Jep riprende a scrivere, proprio a partire da ciò che ha ritrovato nei suoi ricordi; una grande bellezza che non è lussuosa, potente, raffinata, ma quasi ingenua nella sua immediatezza e spontaneità.

Sorrentino sembra voler parlare direttamente alla sua generazione, ma mi piace pensare che il suo discorso sia rivolto a tutti gli italiani. La desolazione è data dalla mancanza dei beni, o dalla loro ricerca ossessiva? La decadenza è quella della ricchezza, del lavoro, o piuttosto l’inaridimento del desiderio? Nella Roma del film, dalle mille luci soffusi e dagli impassibili monumenti di marmo, l’unica salvezza possibile non è nel distacco dalla realtà, nella sua critica feroce, ma nell’accettazione di ciò che, sotto neon e nebbie e decibel, è ancora, semplicemente, bello e vero.

E scusate le troppe virgolette.

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