Un blog? Ancora?

Scritto da Francesco Corigliano

Particolare di Clockwork collage beasts,
dell’argentino Diego Mazzeo
Nelle nostre ore, Internet è sinonimo di opinione. Non serve né intuito né un grande spirito d’osservazione per rendersi conto che i social network, i forum, le riviste online non sono più luogo di informazione e di discussione, quanto piuttosto meri magazzini di pareri.

Di opinioni, per la verità, non si dovrebbe mai averne abbastanza. Però siamo riusciti, noi giovani del nuovo millennio, noi nuove speranze e noi “classe dirigente del futuro”, a trasformare uno strumento potente come Internet in un pantano di sensazioni, opinioni, convinzioni e convenzioni. Una discreta parte del web (non tutto, per fortuna) (speriamo) e una buona maggioranza dei social network sono l’apoteosi del “secondo me”, un approccio – quasi un rituale – che implica perlopiù inni alla libertà, salmi alla libertà di parola, anatemi ai pareri altrui e, necessariamente, il sacrificio dell’oggettività.

Siamo sempre più convinti, infatti, che il solo fatto di poter dire qualcosa ci obblighi a far lavorare fiato e tastiere. Che il mondo intero non aspetti altro che la nostra opinione. Che non importa se qualcuno che la pensa diversamente da noi ha delle motivazioni valide e condivisibili; il vero problema è che la pensa diversamente da noi, e perciò merita indifferenza o disprezzo, e magari anche qualcuno di quegli insulti che sono tanto gustosi a leggersi. Il tutto, preferibilmente, mettendo da parte le più elementari regole della grammatica, ché tanto “l’importante è che si capisca il senso”.

E il problema è proprio che il senso, in realtà, non si capisce. Qual è il senso di una dimensione (seppur solo elettronica) in cui tutti possono dire tutto esigendo attenzione e ascolto? Qual è il senso di una discussione che ormai discussione non è?

Basterebbe allora, e forse, filtrare ciò che vale la pena leggere da ciò che è letamaio. Il piccolo dramma che si svolge ogni giorno sui nostri schermi (pc, laptop, ma soprattutto i fedeli, fedelissimi, maisenzadiloro smartphone) è una tragedia che coinvolge noi stessi come attori principali, come coro, come pubblico. Sta tutto su di noi: saremo in grado di dare la giusta attenzione alle cose giuste? Davvero fruiremo (e magari produrremo) qualcosa per cui ne valga realmente la pena?

A forza di sbandierare diritti, abbiamo dimenticato i doveri. E informarsi, correttamente, costantemente, criticamente, è un vero e proprio dovere (verso noi stessi e, forse, ma forse, anche verso gli altri).
Questo blog vuole essere un’altra occasione di informazione e discussione basata su un minimo di oggettività. Su pareri che sì, son pur sempre pareri, ma motivati, ragionati, sentiti (non solo con l’udito). Un blog per proporre, per esporre, “pe’ fa’ cultura” non raffazzonata ma, magari, un po’ artigianale.

Qui leggerete recensioni di libri, film, allestimenti teatrali, fumetti, videogiochi e tutto quello che ci parrà e piacerà. Leggerete qualche racconto, qualche riflessione, e forse anche qualche bel discorso mosso da una sana e giustificata incazzatura (perché sì, anche l’incazzatura può far dire cose sensate) (se non è troppa, eh).
Leggerete, insomma, un po’ di roba, che potrà piacervi, e non piacervi, ma che non sarà stata buttata lì a caso e che – si spera – porterà voi e noi a parlare senza ricorrere ad armature digitali e spadoni di bit.

Nell’epoca dell’informazione l’ignoranza è una scelta, e va bene; ma, soprattutto, nell’epoca dell’informazione la parola è strumento, e anche gli strumenti vanno scelti con cura.

E state di meno su Facebook che FA MALE.                                  

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