Un caffè

Scritto da Francesco Corigliano

– Perciò capisci? Mi ha chiesto due cose che non c’erano nei libri. Due.
– Eh.
– Che poi figurati com’è fissato questo. Mi ha chiesto che collegamenti potevo fare tra Ariosto e Cervantes. Che ne so io? – e lanciò sul tavolo il cucchiaino che stava agitando da dieci minuti, – che ne so io? Lui non l’ha detto.
– Cioè, Barbara, ti ha chiesto che collegamenti ci sono tra Ariosto e Cervantes? – chiese Paolo, guardandola negli occhi.
– Eh, hai capito?
– E tu non gli hai detto niente?
La ragazza fece una smorfia stizzita. – Ma che ne so io? Io ho studiato quello che ha detto, e basta. Ok? Non è che sto lì a farmi tutti ‘sti ragionamenti.
– Ho capito, ma non è una cosa difficile, potevi inventarti qualcosa.
– Ma che? Pure tu. Inventarmi cosa, io mi devo laureare.
– Eh?
– Ho detto che mi devo laureare!
Paolo la fissò e impallidì. Lei lo fece un’espressione stranita. – Che hai? – chiese.
– Eh no, Barbara, proprio no.
– Cosa?
– C’hai rotto il cazzo Barbara. Ce l’avete rotto tutti.
Anche la ragazza impallidì un po’, ma non si scompose. – Ma che vuol dire?
– Vuol dire che c’hai rotto il cazzo.
– Calmati.
– T’ha fatto una cazzo di domanda su cosa ne pensi tu di due cretinissimi autori che devi conoscere per forza perché porco cane studi lettere da tre anni.
– Ma che me ne frega a me di Cervantes?
– Eh no cazzo – urlò allora lui, sbattendo una mano sul tavolo, – no! A te te ne deve fregare di Cervantes, come se te ne deve fregare! Che cazzo ci stai a fare qui Barbara?
– Mi devo laureare.
– Ma che cazzo ti devi laureare? Non te ne frega niente. Non te ne fotte niente.
– Me ne fotte eccome Paolo – ribatté lei, alterandosi, – io pago le tasse e me ne fotte eccome se uno viene e mi chiede…
– Ma ti chiede cosa? Ti chiede cosa Barbara? Ti ha chiesto una cosa a cui potevi pensare con quella cazzo di testa che ti ritrovi. Non è che se paghi le tasse non devi pensare.
– E basta Paolo con ‘sti discorsi! E sempre così! C’hai rotto le palle!
La faccia di lui s’arrossò tutta. – Nooo, nooo Barbara, c’hai rotto il cazzo tu! C’avete rotto il cazzo tutti voi che venite qui perché vi dovete laureare! C’avete rotto il cazzo a forza di dire che ci sono troppi libri per l’esame e che non ve ne frega niente di Cervantes! Se vieni qui non puoi non fregartene di Cervantes! Basta porco cazzo! Basta. Vattene a lavorare invece di venire qui.
– Non sei tu a dirmi cosa devo fare – strillò lei, riafferrando il cucchiaino e brandendolo minacciosamente.
– E invece te lo dico perché tu  e quegli altri come te a cui non frega un cazzo di niente nella loro cazzo di vita, venite qui e occupate i posti e fate numero e…
– Ahò Paolo, io pago le tasse, t’ho detto!
Lui schiumò dalla rabbia. – Non me ne fotte niente che paghi le tasse Barbara, ti sto dicendo che tu vieni qui paghi le tasse e ti lamenti e non te ne fotte un cazzo di quello che si fa qui e però ci vieni e occupi posto. Che cazzo Barbara. Che cazzo.
– Ma come ti permetti?
– Ma tu che vuoi fare della vita tua? Eh?
– Voglio lavorare. Come tutti.
– Vuoi lavorare? E dove vuoi lavorare?
– Ma che ne so, a scuola, alle biblioteche!
– Ma come che ne sai? Che ne sai? Ma che minchia dici le biblioteche, le scuole, le scuole fanno cagare per quelli come te! Le scuole sono piene di gente che non gliene fotte un cazzo!
– A me me ne fotte invece!
– Di Cervantes te ne fotte?
– Oooh, me ne fotte delle cose importanti, Paolo! Che cazzo! Mica studio spagnolo!
– E quali sono le cose importanti?
– Ma che, lo devo dire io a te?
– Abbi il coraggio di cazzo dire quali cazzo sono le cose…
– E Paolo, la letteratura, la storia, i classici!
– Quali classici?
– L’Odissea!
– Hai letto l’Odissea?
– Ma chi c’è l’ha il tempo per leggere Paolo! E ragiona perdio! Devo studiare.
Le gambe di Paolo sbatterono violentemente col tavolino.
– Lo vedi?
– Vedo cosa?
Lui strinse i pugni e girò la testa. – C’hai rotto Barbara! – gridò, e saltò in piedi continuando a urlare e a sputare. Tutti gli avventori del bar osservavano, rapiti.
– C’hai rotto tu Paolo – urlò in risposta lei, restando però seduta, – e poi che vuol dire che occupo posto? Io ho diritto di venire all’università proprio quanto te. Che vuol dire? Chi sei tu per decidere?
– Io non decido niente, cretina! Io ti dico che se a te non te ne frega niente di Cervantes, è inutile che vieni qui a occupare spazio! Aria! Aria, Barbara!
La ragazza lo fissò  mordendosi le labbra e strabuzzando gli occhi. Poi, di scatto, afferrò un bicchiere d’acqua innocentemente poggiato sul tavolo e ne tirò il contenuto su Paolo.
Il gesto causò qualche smorfia indignata e alcuni risolini d’approvazione; ma Paolo incassò senza batter ciglio.
– Sei cretina?
– No.
– Sei cretina.
– Vaffanculo Paolo.
– E no, vaffanculo tu.
– No, vaffanculo tu! Che vuoi da me! Sei uno snob di merda e vorresti studiare solo tu! Vaffanculo! Un po’ di meritocrazia c’è ancora rimasta!
L’altro barcollò, tremando. – Che hai detto?
– La meritocrazia, cazzone! Nazista classista fascista schifoso!
Paolo aprì la bocca come per urlare, evitando però di emettere alcun suono. In compenso afferrò alcune bustine dello zucchero e iniziò a tirarle alla rinfusa sulla ragazza, che alzò le mani per proteggersi il volto. Il resto del bar osservava, e qualcuno si permise d’applaudire o di fischiare.
– Fascista! Fascista!– continuava a urlare Barbara, proteggendosi malamente sotto la pioggia di dolcificante scatenata da Paolo, che con espressione allucinata continuava a non emettere sillaba.
Finalmente le bustine finirono, e i due ragazzi rimasero in silenzio, divisi dal tavolino. Il resto degli astanti ammutolì.
Barbara sbirciò oltre le proprie braccia incrociate in difesa, incontrando lo sguardo stravolto di Paolo. Fece una smorfia di disgusto e infine sibilò: – Ma che parlo a fare? Coi mulini a vento! Parlare con te è come combattere coi mulini al vento!

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