Ho provato a chiederlo a Kurt Cobain (ma mi ha risposto la moglie)

Scritto da Francesco Brancati

Riflessioni a caldo da servire fredde, di Francesco Brancati (fbrancati.fl@gmail.com)

Sarebbe bello, pensavo, se qualche giovane neo laureato in una qualsiasi laurea umanistica impiegasse un po’ del suo tempo libero, tra un concorso di dottorato fallito e una gita a Torino per farsi pubblicare il suo ultimo libro di poesie, a riflettere più da vicino su quanto è accaduto e sta accadendo in quella desolata terra di nessuno (insert coin) che è oggi il panorama indie pendicolare italiano. Credo che qualunque essere umano mediamente dotato sia in grado di apprezzare la correlazione esistente tra un modo di comunicare sostanzialmente anaforico, dilagante nella musica odierna, e l’attuale dipendenza delle giovani generazioni da social network come Facebook e Twitter (e più sono “indipendenti”, questi giovani ribaldi, e più hanno i loro circoletti, e più invece dipendono da tali cataloghi di personalità).

Mi sembra di ricordare che fino a qualche tempo fa una canzone poteva piacere sostanzialmente per motivi intrinsecamente legati o al testo in sé o alla linea melodica che quel testo accompagnava; poteva essere cioè anaforica nelle emozioni e nelle sensazioni che essa trasmetteva:

1. Il testo era bello in sé, permetteva all’ascoltatore di provare questa o quella indefinibile emozione (tristezza, felicità, gioia, voglia di denuncia sociale, di ribellione, di andare a rifugiarsi sotto le sottane della mamma, ecc.). L’autore si sforzava quindi di raggiungere l’ascoltatore parlandogli in prima persona: io ho/provo/vivo questo e di questo voglio parlarti.

2. La musica era bella in sé, poteva piacere o non piacere, essere il controcanto ironico e sgraziato delle parole, oppure poteva accompagnare queste, enfatizzando o meno, caricando e diminuendo gli accordi e le tonalità, (generalmente in minore, per andare sul sicuro). In un secondo momento, è ovvio, venivano a crearsi delle situazioni “di rimando” ad altri generi e correnti musicali, ma più che processo anaforico, in quei casi si trattava di una più semplice voglia di emulare i propri beniamini anglofili (primi Diaframma/ Joy Division; Marlene Kuntz/ Nick Cave, ecc.).

Oggi la situazione generale mi sembra assai cambiata.

Scrivo queste riflessioni a caldo, dopo aver ascoltato, per puro caso, la canzone “Sonic Youth” de Le luci della centrale elettrica.

Ho trovato il pezzo di una pochezza musicale e intellettuale (sì, intellettuale) sconfortante:

«Pensa a tutti i pianeti raggiungibili da qui, pensa che casino gli ultimi dieci secondi di Murray Street.

Possano questi lampi illuminare la fine
arriverà un altro ciclone forse ci lascerà stare

C’era un rumore in lontananza ma eri tu che ascoltavi i Sonic Youth 
che ascoltavi i Sonic Youth.
C’era un rumore in lontananza ma eri tu che ascoltavi gli Smiths e i Sonic Youth.
C’era un rumore in lontananza solo tu ascoltavi i Sonic Youth 
in quel paesino del sud».

Il brano inizia con degli accordi di piano elettrico, su cui subito s’innesta una voce registrata in high quality che canta la prima strofa, entrano i violini e fin qui tutto bene, sembra un pezzo di Tiziano Ferro (e ciò, in linea di principio, non dovrebbe costituire necessariamente un insulto). Ma cos’è che rende il pezzo di Vasco Brondi diverso da quello di qualsiasi altro Tiziano Ferro nazionale, spero vi chiederete voi, così come me lo sono chiesto io.

Durante il ritornello forse la canzone si impenna e mostra una muscolatura più rock oriented? no.

Proseguendo l’ascolto ci imbatteremo forse in qualche inserto di elettronica che strizza gli occhi ai dischi della Warp? no.

Ci sono le chitarre incazzate nere, quelle che nel primo disco al povero Vasco ha cucito addosso la produzione di Giorgio Canali? no.

Vabbé, direte voi, è Vasco Brondi, nel ritornello si metterà a gridare sguaiatamente e bella per Tiziano Ferro. No, cazzo, non fa nemmeno quello.

Ma allora cos’è che rende questa canzone diversa da qualsiasi altra produzione di pop nazional popolare? perché un ragazzino nato nel ’94, che adesso frequenta l’università e che non ha vissuto nessuna stagione musicale tale da consentirgli di identificarsi con qualcosa di forte e dai contorni ben delimitati (“io sono un yyyy e quindi ascolto xxxx) ritiene che le canzoni di Vasco Brondi, Brunori Sas, Dente, I Cani, Baustelle (ma per gli ultimi due il discorso dovrebbe, come vedremo almeno un po’ complicarsi) et similia siano comunque un’altra cosa rispetto a quelle che generalmente sono considerate canzoni “commerciali” da un uditorio che si vanta altresì della propria diversità e superiorità rispetto al pubblico, per esempio, di Sanremo?

Beh, mi si dirà, ma mica il Biagio Antonacci Nazionale ti parla dei Sonic Youth o degli Smiths, mica il Tiziano ti cita Vera Nabokov, mica la Pausini ti dice che se vai al Monumentale trovi dio e trovi Montale.

Ecco, il mistero di una canzone, la sua riuscita e la presa su un determinato target di uditori al giorno d’oggi, credo sia tutto qui.

Dimmi quel che citi e ti dirò chi sei,
quanto sai,

cosa sei e cosa meglio si addice alla porzione di palcoscenico che Facebook e Twitter hanno, (senza scomodare Bordieu) ritagliato per te.

Riprendendo quanto detto sopra in merito alle possibilità comunicative di una canzone pre-era facebookiana, mi sembra evidente il diverso processo di scrittura seguito da un autore di canzoni pop, nel 2014: io cito i Sonic Youth/Kurt Cobain/De André/Pasolini/ in quanto incapsulatori anaforici di emozioni e di sensibilità, io ti parlo, rectius: io ti cito un P R O D O T T O che soltanto io e te, persone sensibili e diverse dagli altri, consumiamo o abbiamo consumato, e che soltanto io e te – e non chi non lo ha provato – sappiamo il cosa vuol dire quel citare e perché vuol dire quel citato.

Il processo metaforico insito in questa maniera di comunicare, tuttavia non dovrebbe in linea di principio generale costituire necessariamente un demerito, a patto che – ovviamente – non se ne faccia un uso così abbondante da dover ricorrere necessariamente al foglietto delle controindicazioni. E provate a leggervi i testi dei soliti quattro sciancati (dal francese les sciàncou) della scena indi pendente italiana e poi venite a dirmi se non ci troviamo di fronte a un abuso elefantiaco della figura retorica, o meno.

Il problema più grave resta tuttavia l’inganno e la menzogna che solitamente sono celate dietro simili operazioni di costruzioni del senso di un testo. Infatti, il nostro bravo cantautore si mostrerà sempre assai accorto nella scelta del nome da inserire nella sua brava canzoncina. Niccolò Contessa, devo dirlo, si è mostrato qui più coraggioso degli altri suoi colleghi, perlomeno ha evitato lo sputtanamento-proud to be del giovane trentaseienne Dario Brunori, scegliendo di non chiamare Piero Manzoni una canzone che si vorrebbe parlasse di Piero Manzoni.

Ma ritorniamo sul caro-inganno. A seconda del potenziale target che si è scelto di andare a colpire, la citazione sarà costruita in maniera tale da suggerire all’ascoltatore l’illusione che quel richiamo è destinato soltanto a lui, unico eletto bagnato alla fonte di luce della conoscenza artistica, musicale, sociale, letteraria e politica, senza però dover necessariamente troppo in là con le citazioni pseudo culturali.

Vi faccio degli esempi.

Vi immaginate se Wes Anderson de I Cani si fosse chiamata Viking Eggeling?

Vi immaginate se Kurt Cobain di Brunori Sas si fosse chiamata Adrian Borland?

Vi immaginate se Sonic Youth de Le luci de la centrale elettrica si fosse chiamata Siekiera?

Vi immaginate se Rivendico de Il teatro degli orrori al posto di citazioni à la chanson de can su Pasolini avesse contenuto altrettante sbilenche citazioni su Masuccio Salernitano?

Il pezzo non avrebbe funzionato, l’aggancio comunicativo con l’uditorio sarebbe fallito perché l’ascoltatore si sarebbe sentito frustrato dall’immediata evidenza di quello che è: un ignorante.

Eppure il nostro modern chansonnier conosce bene i limiti antropologici e culturali del giovane alternatiota e sa bene come evitare pericoli di questo genere: anche se i Sonic Youth hanno venduto milioni di dischi in tutto il mondo, sono in giro da più di trent’anni e hanno persino un posticino assicurato nella Rock’n’roll hall of fame, cionondimeno io farò in modo che tu che mi ascolti possa assolutamente sentirti una persona speciale, un individuo che possiede qualcosa che gli altri non hanno; io farò in modo che tu possa credere di essere l’unico “in quel paesino del sud” ad ascoltare i Sonic Youth (ehm, come dici scusa? dici che esiste una cosa che si chiama Youtube grazie alla quale anche un monaco di Lhasa può provare a ripetere gli accordi di Dirty boots sul suo Dungchen?) e l’unico vero depositario di quella goccia di splendore (insert coin) per cui tanto si è dato da fare il povero De André.

Ma, se affondiamo il bisturi oramai arrugginito dell’analisi ancora un pochino più in profondità, siamo in grado di apprezzare un altro – pestilenziale – corollario insito al meccanismo citazionistico della odierna gioventù italica. Sì, perché, per quanto ben orchestrata dal punto di vista dell’effetto empatico che vuole ingenerare nell’ascoltatore, la citazione di questo o quello artista è, nella stragrande maggioranza dei casi, priva di un reale aggancio con i fatti, l’opera e la vita del personaggio interessato. Si tratta di ottenere, d’altronde, un effetto evocativo e mai – a ragione – denotativo o puramente informativo in colui che ascolta. Ma dall’evocazione alla gratuità il passo è breve e, in questo intervallo di spazio si è ormai ineluttabilmente stabilita la barba di Francesco Bianconi.

Lui, il deus ex machina per buona parte responsabile del dilagare del fenomeno è il vero maestro del citazionismo level avanced, l’alchimista sapiente in grado di miscelare le diverse varianti del morbo a secondo dell’effetto che desidera ottenere, riuscendoci in una buona percentuale dei casi. Si va dai fiori dei campi in cui vive Piero Ciampi al più sottile citazionismo sonoro (e un coro della nord che grida: si dice plagiooooo!) dell’Equipe 84 nel singolo La morte (non esiste più); dai ciuffi di De André alla più complessa operazione di Fantasma.

Gli altri, comunque, generalmente non si pongono i problemi del parolaio di Montepulciano (a cui pure vorrei dedicare, in altra sede, qualche ulteriore considerazione): la loro ignoranza in merito alle cose che citano li preserva dal porsi determinate domande sul senso e la collocazione storica di qualsiasi opera o fenomeno.

Mi si dirà, ma è pop, alla fine è necessario spendere ulteriori parole per una cosa tuttavia leggera com’è la musica leggera?

Io vi rispondo che il risultato terminale di questa operazione di livellamento culturale, sentimentale e attitudinale è la morte del potenziale rivoluzionario che contraddistingue la musica popolare, più o meno dai tempi di Kind of blues fino a quelli di Kid A.

Quelli che avrebbero dovuto difendervi e assicurarvi il vostro lasciapassare verso la terra dei puri e dei sensibili d’arte vi hanno tradito, e lo hanno fatto attraverso un’operazione così platealmente visibile da risultare grossolana e volgare.

“Ci hanno rubato proprio tutto”, mi verrebbe da urlare; come fa Max Collini in un pezzo degli Offlaga. “Ma sono diventato un po’ avveduto”, e non lo faccio.

I Sonic Youth sono diventati un santino.

Pasolini è diventato un santino.

De André è diventato un santino.

I Joy Division sono diventati un santino.

Montale è diventato un santino.

Nietzsche è diventato un santino.

Il punk è diventato un santino.

Kurt Cobain è diventato un santino.

No, aspetta, ma Kurt Cobain non aveva deciso di uccidersi proprio per evitare tutto questo?

P.S. Per correttezza si pubblica il link ad un articolo dai contenuti (e dal titolo) simili, apparso su noisey.vice.com, di cui l’autore ha avuto conoscenza solo di recente. Ecco il link: http://noisey.vice.com/it/read/ho-chiesto-a-kurt-cobain-ma-non-mi-ha-risposto

2 comments to Ho provato a chiederlo a Kurt Cobain (ma mi ha risposto la moglie)

  • Matteo Fabbi  says:

    Questo commento è stato eliminato dall’autore.

  • Matteo Fabbi  says:

    quindi il tuo citare Viking Eggeling, Adrian Borland, Siekiera e l’anafora aveva lo scopo di farmi sentire l’unico destinatario di questo articolo in quanto baciato dalla conoscenza delle citazioni o di farmi sentire frustrato nell’evidenza immediata di quello che sono? Perchè citazionismo per citazionismo, regaz…

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