Oh! uomo di Yervant Gianikian & Angela Ricci Lucchi

Scritto da Silvio Scarpelli

“Io sono l’occhio cinematografico. 
Ho creato un uomo più perfetto di Adamo; ho creato migliaia di persone diverse in accordo con schemi e piani precedentemente redatti. 
Io sono l’occhio cinematografico. 
Prendo da uno le mani più agili, da un altro le gambe più dritte e veloci, da un terzo la testa più proporzionata e il volto più espressivo, e componendoli insieme creo un essere umano perfetto e completamente nuovo.”
                                                                                    (Nikolaj Pavlovic Abramov, Dziga Vertov)
Spulciare negli archivi, rovistare tra le bobine, scovare immagini, rielaborarle, dilatare, rallentare, invertire al negativo, montare. Non è una ricetta, nemmeno un viatico per il successo. È un processo di distillazione visiva teso a rimappare un vuoto. Gianikian e Ricci Lucchi redimono le immagini, forse perdute, sicuramente dimenticate, di una nazione (ma non solo) e con Oh! Uomo schiudono una crisalide di sentimenti cui lo spettatore non può rimanere impassibile. I fantasmi che attorniano il film sono materialmente legati alla chimica che li ha impressionati su un supporto e che inconsapevolmente ritornano non sotto un’altra veste ma deterritorializzati, relegati ad un altrove. Un cinema fatto di ombre e di fantasmi, di ignoti corpi trasformati in molecole.
Il film rielabora immagini dell’epoca totalitaria– si potrebbe discutere col giochino semiotico dell’inversione al negativo per quanto riguarda la sequenza della parata fascista, ma non lo faremo- e dell’immediato dopoguerra soprattutto grazie al materiale fornito dal Museo storico di Trento e dal Museo della guerra di Rovereto. L’aspirazione è di creare un’amalgama d’immagini che racconti come il corpo umano sia cambiato nel giro di un ventennio. Tutta la sofferenza, la rabbia, la disillusione viene convogliata in una dinamica post-umana dove le mutilazioni, sorrette da un applique macchinica, rappresentano la normalità. Per vedere e “sentire” questo film bisogna essere affetti da una speciale forma di diplopia: succede a volte di vedere doppio, di vedere due volte la stessa cosa o di vedere due cose diverse lì dove non ve ne era che una. Non una deficienza dello sguardo ma una doppia vista che valuti l’invisibile attraverso il visibile. La vertoviana cattura di un mondo invisibile all’occhio umano che, ricostruito e sintetizzato in un nuovo ordine, pesca dall’oblio le immagine grezze.
La musica composta da Giovanna Marini svolge un ruolo determinante, alternando momenti di silenzio a battiti di campane, tamburi e altre percussioni, melodie suonate al pianoforte fino al canto funereo del finale (le parole sono tratte da un diario di Giovanni Pederzolli).

Se lo spettatore è invaso da questa sequela di corpi persi nei rivoli di una Storia non troppo lontana, allo stesso tempo il duo compone una sonata scandita da momenti topici: la parata fascista dopo la conquista dell’Etiopia, il corpo di bambini austriaci nel 1919, il corpo dei soldati sfigurati, defraudati, spezzati. Particolare rilevanza assume l’operazione all’occhio di un soldato, cruenta nella sua pacata brutalità. Non è l’anonima pupilla ad essere asportata ma quelle di tutti noi. Sono i nostri occhi ad aver perso contatto con la cruda ed essiccata escrescenza del “reale”. Non più Occhi senza volto ma volti senza occhi. In realtà neanche i volti si salvano. La lunga carrellata di facce-mancanti-di-qualcosa, svuotate e prive di quella scintilla vitale, senza più nessuna fisiognomica applicabile, sono la pesante eredità del conflitto mondiale, ai bordi dell’inumano.
Oh! uomo è un’epifania. Atterrisce e insegue il baluginare perpetuo di un’umanità dispersa nella storia.

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