Dimmi che selfie-ti-fai e ti dirò chi sei

Scritto da Annarita Lista

Articolo di Annarita Lista

In principio era il verbo fotografare. Dagherrotipi, cartoncini, carta-lucida, diapositive: tutta la coniugazione si svolge lungo gli ultimi due secoli, ci avvolge di carta, ci illumina di proiezioni, ci sorprende con lo sviluppo istantaneo delle scomode-costose e voluminose come una boule di Chanel, ma pur sempre affascinanti, Polaroid. Il digitale ha modificato modo e mercato delle foto: il parsimonioso uso dei rullini (mi chiedo per quanto tempo ancora continueremo a ricordarne il meccanismo di inserimento nelle macchine casalinghe) e il costo delle stampe riservavano gli scatti, accompagnati dalla rotella di ricarica del flash e di avanzamento della pellicola, a momenti di convivio, vestizioni a festa, soffi di candeline. E guai ad immortalare oggetti qua e là, soggetti in controluce, tramonti e paesaggi: era un lutto quando dall’apertura della busta con l’intestazione dello studio fotografico saltavano fuori più di tre stampe nere. Spesso si passavano le successive due ore a discutere ed indagare – in base agli aloni delle impronte digitali- su chi avesse dimenticato di sollevare il ditino dall’obiettivo, fotografando mezzo zio Pino e i piedi di zia Paola, in posa da brindisi nel giorno della tua prima comunione. Il mondo delle foto ha un fascino insito nella stessa magica fissazione di un momento che passa e che, regaliamoci una botta di vita, non tornerà più. Divieti e sprechi a parte, ognuno di noi può immortalare ciò che più ama e che vuole rendere eterno: io, ad esempio, ad otto anni sprecai 36 stampe di piantine grasse e peluches sistemati in giro per il balcone.

Le predisposizioni personali sono agevolate in gran numero dall’avvento del digitale. Inizialmente a prezzo impeditivo per la maggior parte del pubblico a cui erano indirizzate, le macchine digitali nei primi anni 2000 erano avvistate in mano ad adulti che le maneggiavano con cura, coprendole di teli di plastica, iuta, velluto, pelle umana, per preservarle da ogni granello di polvere che potesse inficiare sulla qualità delle immagini luminosissime che si mostravano con orgoglio azionando il piccolo tasto play subito al di sopra dello schermo nel retro dello strumento. L’uso smodato fu inversamente proporzionale al calo del costo delle macchine e all’avvento delle compattine, che di –ino hanno solo il formato. Presto tutti si dotano di digitale ed in molti imitano gli amici nipponici, fotografando tutto e tutti, senza ritegno, senza vergogna, senza remore, come se non ci fosse un domani! Immortaliamo i quadri nei musei anche se non si può, il compagno di classe che dorme sul pullman con la bava alla bocca, il calzino bucato di nostro nonno e le polpette al sugo di nostra nonna, che emanano odore di aglio anche dallo schermo.

Ma perché limitarsi ad essere mero esecutore delle su citate opere d’arte contemporanea (perché tutti, azzeccando il raggio di sole giusto al tramonto, abbiamo colto un riflesso vincente su un monumento), il dictat del fotografo novello vuole che egli stesso appaia nelle sue creazioni. Tanti piccoli Van Gogh si autoritraggono, con orecchie o meno – questo è a discrezione dell’autore – in altrettante immagini lucenti.

L’autoscatto nasce come esigenza delle coppie in vacanza di avere almeno una foto assieme davanti ai monumenti più importanti. Il problema delle foto-singole è superato (in mancanza di fotografo occasionale, alias un passante che deve avere come requisito singolo ed inderogabile la mano ferma) azionando il countdown e posizionandosi in modo innaturale accanto alla propria metà, in attesa che la lucina arancione pulsante si spenga e scatti il flash. Evolvendosi e degenerando, l’autoscatto spesso diventa selfie.

Definita “parola dell’anno 2013” dall’Oxford Dictionary (quella dell’anno precedente era hashtag, anzi, #hashtag, quindi deduco che stiamo partorendo dei mostri di cui spesso perdiamo il controllo delle briglie) con “selfie” si indica, “A photograph that one has taken of oneself, typically one taken with a smartphone or webcam and uploaded to a social media website”,  l’autoscatto, singolo, di coppia o di gruppo, nei modi-tempi-luoghi più disparati ed impensabili ai nostri avi, coglitori ineccepibili ed attenti della candelina che si spegne–perché non puoi sprecare due scatti per un solo compleanno. Vuoi il basso (nullo) costo delle foto, vuoi la mania di protagonismo che aleggia nel soggetto-pavone, siamo sommersi dai selfie. E sbuca anche da chi e quando meno te l’aspetti. Personalmente lo adoro quando accompagnato da una buona dose di ironia. Ma quando fanno capolino rotondità superiori ed inferiori, sinceramente, la trovo una vera e propria caduta di stile. Est modus in rebus. E questo è un dogma.

Naturalmente, come ogni cosa – dallo street food agli occhiali specchiati – in Italia le americanate (concetto che vuole includere l’esoticità senza relegarsi al dato geografico) vengono copiate tardi e male. E se Oxford ne parla come fenomeno consolidato e quasi in declino, noi le accogliamo tardi, quando le star di Hollywood si fanno-un-selfie durante la notte degli Oscar 2014. A lanciare il sasso la curatissima manina di Ellen Degeneres: le espressioni buffe e ultra-milionarie di attori di buon calibro tra cui Kevin Spacey, Brad Pitt e Julia Roberts fanno rapidamente il giro del mondo dal momento della sua pubblicazione sul web.

Fregiandola del titolo di “arte”, il MoMa di New York ha patrocinato la raccolta di selfie operata dal fotografo americano Patrick Specchio (in nomen omen): nel catalogo Art in translation: selfie, the 20/20 experience foto sono riuniti i selfie di visitatori a cui è stato chiesto di auto scattarsi allo specchio in un ascensore.

Negli ultimi mesi, soprattutto nelle serate uggiose in cui l’unico luogo sicuro ed ospitale era il mio divano sfondato e il mio smartphone un’ottima distrazione, Instagram mi è stato di valido aiuto nell’individuazione di diverse tipologie di selfataro: partendo da ciò che mi ha fatto più tenerezza, il primo tipo è il selfataro simil-timido. Il tenerone è quello che scatta, sì, ma con dolcezza! Dietro l’obiettivo un po’ si cela e un po’ si mostra, come volesse sfuggire alla sua stessa mano. Il selfataro simil-timido ci mostra prevalentemente singole parti del suo viso o del suo corpo, dalle spalle in su. Molto diffuse le clavicole-timide, il collo-timido, gli occhi-timidi.
Il selfataro-realista, un sostenitore della crudezza dei fatti, si mostra senza paura nell’attimo successivo al risveglio o subito precedente alla nanna. Non teme occhiaie, rughe ed imperfezioni. Sicuro del suo fascino naturale, non risparmia ammiccamenti mattutini o serali, post-sbornia e pre-colazione! Un vero temerario che, proprio per il suo essere coraggioso, meriterà i complimenti (e non stiamo qui a sindacare sulla sincerità) dei suoi seguaci.
Il selfataro-mangione si sente profondamente in dovere di mostrarci ogni singolo pasto, lauto o parco che sia, che passa sulla sua tavola. Come se condividere l’esperienza possa contribuire alla divisione equa delle kcal. Questa tipologia è spesso associata al fotografatore di cibo.

Il selfataro-compagnone è colui che coinvolge tutti i propri parenti ed amici nei suoi selfie: nonne, zie, cuginetti, neonati, compagni di scuola ex ed attuali. Tutti compaiono negli infiniti album del socievole individuo. Per lui il selfie è un atto comunitario e vuole fissare nella memoria e nella scheda SD ogni attimo trascorso coi suoi cari.

Il selfatore-pontificio, ad appannaggio di un solo individuo per volta (o in casi straordinari di “gran rifiuto”, di due), prevede uno scatto in clima amichevole e pio. Il più delle volte non prevede l’uso del flash in quanto il luogo prescelto è illuminato da luce divina.

È considerato selfataro-aftersex chi ha eliminato la piaga della sigaretta-post-rapporto-sessuale sostituendola con uno scatto che ritragga la propria ed altrui [in]soddisfazione. Coperti o meno, i soggetti si mostrano spesso ancora sconvolti e nel luogo dell’accaduto: così fanno da scenario coperte disfatte, divani, automobili. Naturalmente si è pensato anche ai praticanti singoli e il tag cambia in selfataro-aftersexsolo. Esiste realmente.Il selfataro-previdente, non riuscendo a resistere alla moda del momento, è accorto e segue un’etichetta tutta sua, allontanandosi dalle costanti più imbarazzanti attribuibili ai selfatari-occasionali-poco-lungimiranti: egli evita il bagno, così da non rivelarci la marca del proprio detergente intimo ed il colore dei suoi sanitari. L’unica cosa a risplendere nello scatto è il suo sorriso ampio e, diciamolo, assolutamente preparato. Evita di spararsi-la-posa: non si lascia andare in esercizi di contorsionismo e boccacce storpie che facciano sembrare il viso più tonico e il naso meno lungo. Pensando ai parenti sul web e a quando, tra qualche anno, riguarderà le proprie foto, mantiene un ritegno tale da dover, un giorno, rimpiangere soltanto i vestiti che indossa (e a questo nessuno è immune).

Queste macro-categorie sono sfumate all’inverosimile e costellate da veri e propri maestri che, compulsivamente, campano attaccati al tasto centrale. Per chi volesse intraprendere una carriera simile si consiglia l’acquisto di uno smartphone con doppio obiettivo, il gesto edonistico che racchiude la fugacità dell’attimo e la bellezza dell’oggetto che si fa soggetto o del soggetto che si autoproclama oggetto potrebbe costarvi cadute accidentali e colpo della strega. Senza arrivare a conclusioni catastrofiche che tacciano il selfie di essere il male del secolo ed i selfatori di essere malati di protagonismo, esprimo il mio commiato nei confronti del defunto autoscatto e mi godo i frutti di questa nuova moda, consapevole che sarà sostituita da una ancora più divertente.E che ognuno mostri ciò che di meglio ha da mostrare, c’è chi si selfa e chi scrive.

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