La macchina

Scritto da Francesco Corigliano

– Si può, Gandoni?
– Come no, Zambini. Vieni, vieni.
L’uomo avanzò attraverso lo studio. Mingherlino, stempiato, con un baffetto di quelli che paiono voler nascondere qualcosa, o ostentarla. Portava un semplice pantalone grigio e una camicia bianca, stringendo tra le mani una cartelletta di cuoio.
L’editor lo aspettava oltre una spartana scrivania metallica. Era robusto, sudaticcio, mezzo appiccicato alla poltrona di finta pelle. Con un gesto indicò a Zambini una seggiola, e l’altro vi s’accomodò.
Rimasero a osservarsi, per alcuni secondi. Entrambi montavano un sorriso poco convinto. Durò poco, però.
– Allora, Zambini, che m’hai portato?
L’uomo aprì la cartella e tirò fuori un gruppo di fogli, stampati a caratteri fitti. Lo passò all’editor, che inforcò gli occhiali e iniziò subito a leggere.
Passò qualche minuto. Zambini fissava ora Gandoni, ora i fogli, facendo tremare selvaggiamente la gamba destra. L’editor passava da un foglio all’altro, scuotendo piano la testa.
Infine, lesse anche l’ultima riga e poggiò tutto sulla cattedra. Guardò placido Zambini, sorridendo di nuovo.
– Zambini, questa roba fa schifo.
L’altro deglutì, sudando.
– O meglio, non è che fa schifo…però…mi avevi promesso una buona storia, un’esecuzione interessante, un romanzo d’eccezione. Ho capito che questa è solo la struttura, con qualche idea…ma…
– Ma…?
– Ma è scontato, banale. Zambini, che devo fare io con te?
– Che deve fare lei con me? – fece l’altro, mordicchiandosi le unghie.
Nello studio faceva caldo, e la temperatura era appena rinfrescata da un vecchio ventilatore piantato nell’angolo. Il computer acceso sulla scrivania, con la sua ventola, sembrava fare molto più rumore e muovere molta più aria.
– Vedi, Zambini, io capisco che sia difficile, per voi scrittori…la concentrazione, il caos della città, e tutto il resto. Però…insomma. Ti ho dato tre mesi…
– Quattro.
– Ecco, grazie, quattro. Che devo fare? Ma poi, tutto sommato, non importa….
Gandoni si sdraiò sulla poltrona, facendola cigolare. Lontano, in qualche stanza della sede della casa editrice, squillò un telefono. Zambini guardava l’editor, senza poter dire nulla, continuando a mangiucchiarsi le unghie. La gamba andava su e giù come un trapano.
– Perché non importa? – riuscì a sibilare, dopo un po’.
– Beh, perché ormai…la tecnologia…
– La tecnologia – rispose lo scrittore, indicando il computer con un cenno del capo. L’altro annuì, serio.
– La tecnologia, Zambini. In questi anni hanno fatto passi da gigante. Le intelligenze artificiali, i processori, i software…
– Lo so.
– La macchina dei romanzi esiste da quasi un anno, ormai.
– Lo so.
–  E la macchina dei romanzi continua a essere aggiornata continuamente, a essere sempre migliore…all’inizio poteva scrivere solo robette, romanzetti da edicola.
– Lo so.
– Ma adesso…
– Lo so, lo so, lo so.
Gandoni guardò l’altro, che ormai tremava tutto come una lavatrice in piena centrifuga. Lo fissò, finché Zambini capì che era il caso di calmarsi. Continuando a sudare copiosamente, smise di trapanare il pavimento con le gambe.
– Ecco. Grazie, Zambini. Dicevo, insomma, ormai queste macchine sanno fare bene, molto bene…e se voialtri volete continaure a essere…competitivi, insomma…
– Come si fa – osò l’altro, titubando, – come si fa a essere competitivi con una cosa che può leggere in tre secondi i libri che io leggerei in tre mesi? Come si fa a essere competitivi con un computer che sa cosa piacerà ai lettori, quando, dove, come e perché?
Gandoni fece spallucce. – Beh, voi avreste comunque tutto il resto, dalla vostra…
– Tutto il resto.
– Ma sì…lo spirito, la poesia…
– Ma se il computer, lo scorso mese, ha scritto quei versi bellissimi sulla luna. Come fa un computer a scrivere qualcosa sulla luna? Mi chiedevo. Poi ho letto quella cosa – Zambini fece, riprendendo a tremare, – l’ho letta, e ho voluto credere che l’avesse scritta qualche persona. Qualche persona vera.
– Invece no.
– Invece no, infatti.
– La tecnologia ha fatto grandi passi avanti.
– Sicuro. Ma…
– Ma, Zambini?
– Noi dovremmo continuare a farlo.
– A fare che? A scrivere?
– Sì.
Di nuovo calò il silenzio, appena rotto dalle pale del ventilatore e dal soffio del computer. Gandoni mise su un’espressione tesa, tra l’allegro e il corrucciato.
– Ma che senso ha, Zambini? Diciamocelo, qualunque cosa scriverete, voi, sarà sempre inferiore, ormai…
– Ma forse…forse dovremo comunque continuare, a scrivere.
– E per cosa? Per la gloria?
– Perché siamo umani, ecco tutto.
Gandoni fece un gesto di noncuranza. – E allora? Che grande umanità, stare notti e notti a sudare su un foglio vuoto, impiegando anni per tirar fuori qualcosa che, insomma, sarà sempre inferiore al lavoro di dieci secondi di un buon software. A che serve? Quelle macchine sono fenomenali…
Zambini si morse il labbro, facendolo quasi sanguinare. – Ma la nostra cultura…
– La cultura, vedi, caro Zambini…ormai, lavori come il tuo non hanno senso. E presto non avrà senso neanche il mio, di lavoro, e quello dei lettori. Ora, con le macchine, i libri saranno scritti dai processori, editati dalle bacchette RAM, letti da programmi appositi…la cultura continuerà ad esistere, e sarà autosufficiente. Finalmente, aggiungerei. Non ci saranno più i problemi che abbiamo noi adesso, le crisi creative, la sindrome del foglio bianco, e la critica, i correttori di bozze e le sovraccoperte…basta, eh. Basta. È liberatorio, non trovi? Il mondo continuerà a fare letteratura, per sempre, grazie a questi chip immortali…e nessuno potrà più dire che l’uomo è analfabeta, senza cultura…
– La macchina che scrive i romanzi…
– La tecnologia, il futuro. Dovresti essere contento, Zambini, un tempo era tutto così difficile…
Lo scrittore smise di tremare, e abbassò lo sguardo sul piano della scrivania. Continuava solo, svogliatamente, a mordersi il labbro.
– Invece ora è tutto così facile… – disse, quasi in un sussurro.
– Sì, Zambini. Anzi, ti dico di più. Adesso, tutte le persone potrebbero morire, in un colpo solo, non esserci più, magari ammazzate da qualche morbo, o da una carestia…e comunque questa Terra continuerebbe a esser un luogo di cultura. Capisci? Si continuerebbero a scrivere bellissimi romanzi su esseri che non esistono più, e che si chiamavano Paola, Giacomo, e avevano due gambe e due braccia, e andavano in giro ad amare, uccidere, parlare…e queste cose sarebbero lette, e servirebbero a scrivere altre opere, ancora più belle…
Gandoni tirò un respiro profondo, potente. – Davvero liberatorio – disse, con un fil di voce.
– Siamo fortunati, vero Gandoni? – disse lo scrittore, alzando lo sguardo e tentando un sorriso.
– Sì, Zambini – rispose l’altro, con gli occhi umidi, – fortunatissimi.

One comment to La macchina

  • Sapere cosa fare  says:

    […] uno sconforto generalizzato riguardo le possibilità dello scrivere (cito ancora una volta un mio racconto che tratta quasi di queste cose) e una riflessione razionale – e però forse libresca, derivata da […]

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>