L’incoscienza del male. “Nebbia e cenere” di Eraldo Baldini

Scritto da Francesco Corigliano

Nebbia e cenere si dimostra una produzione interessante, nonostante l’approccio originale ad un tema non altrettanto particolare, e finisce col rientrare perfettamente nella tradizione romanzesca italiana.
La narrazione si fonda sul lento decadimento di un quarantenne, intellettuale fallito e disilluso ormai ridotto alla guida di uno scuolabus, che dopo la fine di una relazione amorosa resterà talmente ossessionato dalla donna perduta – Serena, che è, al contrario di lui, un’intellettuale di successo e affermata (nonostante una simile situazione di partenza) – da trasformarsi inconsapevolmente in un maniaco e, successivamente, in un omicida.
Attorno al protagonista Bruno – il quale racconta tutto in prima persona – ruotano una serie di personaggi secondari, minori di nome e di fatto: sono tutti bambini, Chiara, Martina, Francesco e Christian, tra i quali il lettore potrà apprezzare una serie di richiami e rimandi che serviranno soprattutto a delineare il carattere del protagonista.

Ciò che colpisce di quest’ultimo è la sostanziale mancanza di consapevolezza; egli percepisce tutte le proprie azioni – anche quelle più oggettivamente inquietanti – come giustificate, logiche, quasi consequenziali alla propria situazione di profonda sofferenza e miseria. Impossibilitato al dialogo coi suoi coetanei, gli unici amici del protagonista sono appunto dei bambini, a cui si sente molto legato – anche a causa di una forma di “idolatria” del passato che lo porta ad avvertire come estremamente positiva ogni cosa (o quasi) che si ormai passata; un atteggiamento che lo conduce ad un rifiuto del presente, inizialmente blando, e successivamente completo. Il mondo infantile appare così un’ancora di salvezza, un’oasi in cui rifugiarsi perdendo di vista lo squallido presente.
Il finale, in cui Bruno involontariamente uccide una bambina, segna però un distacco netto del protagonista anche rispetto al mondo infantile. Del resto i ricordi dell’infanzia, tutto sommato positivi in gran parte del romanzo, tendono a macchiarsi di negatività nella seconda metà della narrazione, ad esempio con la comparsa dei particolari violenti nell’episodio del fucile ricostruito.
La vicenda della sorella “indemoniata” di Bruno costituisce una linea guida significativa, lungo tutto il romanzo: isolata e ritenuta posseduta, la ragazza aveva funestato la vita familiare del giovane Bruno, finché non era perita misteriosamente in un incendio verificatosi in casa. Il giovane Bruno si racconta, suggerendoci che, sebbene colpito dalla tragedia, avesse finito col credere che la dipartita della sorella fosse stata tutto sommato un bene. L’episodio, oltre ad avere un potente richiamo nella figura di Francesco (il quale ha una sorella con problemi analoghi a quella di Bruno), influenza potentemente le scelte e i pensieri del protagonista, il quale assumerà atteggiamenti di chiusura sempre più simili a quelli dell’ “indemoniata”. Un’influenza che manifesterà la sua continuità anche nel momento in cui, distratto durante la guida, Bruno investirà per errore la sorella di Francesco, la quale stava peraltro riprendendosi dai suoi problemi.
Sebbene riconosca la sua colpa, anche in questo caso Bruno cercherà di attenuarla, di deresponsabilizzarsi; come si diceva sopra, il protagonista descrive le proprie azioni come innocenti, dettate dal dolore dovuto alla separazione dalla donna, e più che di perdita del controllo sulla razionalità o convenienza delle proprie azioni, si dovrebbe forse parlare di allentamento dell’attenzione sui freni, sociali e umani, necessari ad affrontare in maniera sana i traumi. Bruno non si rende conto di star diventando un maniaco, neanche quando lega al letto Serena, imbavagliandola.
La bravura di Baldini, in questo senso, sta proprio qui: nel saper descrivere dall’interno il disfacimento di una mente, il crollo di un uomo che non era privo di possibilità, né di mezzi, ma che non ha saputo resistere al dolore.
Sul livello della struttura, il romanzo è però piuttosto ortodosso rispetto alla tradizione italiana: la narrazione è frammentata, dispersa in piccoli episodi e in continui flashback; inoltre non mancano cambi di punti di vista – peraltro abbastanza cari a Baldini – con squarci sulle interiorità dei bambini amici del protagonista.
Gli eventi accadono soltanto verso la fine, con una risoluzione veloce e repentina, tale da poter anche spiazzare il lettore abituato, attraverso un sapiente gioco di allusioni ed immagini, ad un tensione continua per tutte le pagine; una tensione che sembra voler esplodere da un momento all’altro, e che invece obbliga ad aspettare fino agli ultimi momenti di un finale che, nonostante la prevedibilità, è tutto sommato riuscito. L’autore avrebbe forse potuto costruire la risoluzione con minore repentinità (una repentinità che a tratti sembra sfociare nella fretta), ma si tratta di una leggerezza perdonabile.
Il tema di fondo di Nebbia e cenere consente spunti per una riflessione sull’ambiente di provincia, sul rapporto col passato, sulle potenzialità sfruttate e non sfruttate in un ambiente intellettuale che manifesta sempre più una stanchezza di fondo, nei modi e nella sua stessa natura; e anche in questo va individuata la carica qualitativa di questo romanzo, che potrebbe deludere gli amanti del Baldini “soprannaturale” ma compiacere i lettori di noir e thriller.

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