L’Ora della Paura

Scritto da Francesco Corigliano

Quanto accaduto al giornale L’Ora della Calabria (se non conoscete ancora i particolari della vicenda, potete leggerli qui  e qui ,o in tanti altri siti) non è semplicemente increscioso, triste, sconfortante e grottesco. È sì tutte queste cose, ma non soltanto. È, infatti, anche emblematico, e costituisce una rappresentazione perfetta di un modo di pensare, di un modo di agire che attecchisce egregiamente qui nel Sud ma che, a mio modesto avviso, se la passa bene anche nel resto d’Italia.

Un modo di pensare che ostenta – si badi bene, ostenta – una visione del giornalismo come capriccio, quasi un favore concesso da chi ha i soldi per poter far stampare quotidiani; una visione del giornalismo come storiella, chiacchiericcio di paese, ma di quel tipo di paese in cui si parla solo di cose da nulla e dove nessuno s’azzarderebbe a far nomi grossi, rispettabili; una visione del giornalismo non come cane da guardia, alla Zagrebelsky maniera, ma come coniglio da compagnia, che si lascia libero di scorrazzare grassoccio per le stanze, finché non ci si annoia un po’ e lo si rimette in gabbia fino a data da definirsi.

Questo ostenta chi ha combinato la ridicola buffonata che è l’oscurare L’Ora della Calabria. Questo vorrebbe che si pensasse, questo spera che si creda e a questo, a buon conto, si augura di credere lui stesso.
Mi permetto di pensare, però, che nel profondo del suo animo, nel suo cuore, l’artefice della bravata (un atto, cioè, da bravi manzoniani), ha soltanto paura. Una paura sorda, pesante, goffa; paura che le cose si dicano, che i nomi si facciano, paura che il giornalismo non sia il roditore da passeggio, e neanche il cane da pastore che costringe il gregge, bensì un guardiano attento e acuto. Un guardiano che a volte potrà anche essere di parte, che potrà pure sbagliare, che potrà anche scrivere fesserie (se ne scrivono, sempre e ovunque, da quando esiste l’alfabeto), ma pur sempre un guardiano con cui rapportarsi.

Chi ha oscurato L’ora della Calabria vuole forse dimostrare di avere il potere, e di poter togliere, quando vuole, il giocattolo dalle mani del bambino. Crede, non saprei se consapevolmente, che in questa landa tumefatta che è la Calabria non ci sia niente di sacro, niente di giusto, neanche l’intenzione; e che tutto sommato, oscurare un giornale è solo un rumore di meno, un rumore inutile e ronzante che né adesso né tra cent’anni potrà mai cambiar nulla.

Io non so se un giornale possa cambiare qualcosa. So però che c’è bisogno di qualcuno che parli dei qualcosa, parli dei cambiare, che parli, perché la realtà diventa concreta soprattutto quando se ne parla. Diceva un certo Ludwig, il mondo è la totalità dei fatti e non delle cose; e il giornalismo non è una cosa, un interruttore che giri o una spina che stacchi. È un fatto, che continua a esistere anche quando non c’è più carta, quando il server è chiuso, le rotative ferme, e quando qualcuno vorrebbe solo il caro silenzio delle campagne; il giornalismo è un fatto, e i fatti continueranno a esserci sempre, come la verità.

Non saprei con quali motivazioni si è agito come si è agito: per scrupolo, per errore, per colpa o per leggerezza. Non so. Ma so che chi ha oscurato L’Ora della Calabria non è un grand’uomo o un potente; è uno che, semplicemente, ha paura.

Qui potete trovare il blog dei giornalisti dell’Ora.

 

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