PERISTALSI SOCIALI – Gli pseudo-intellettuali e alii. Gli hipster

Scritto da antecritica

Articolo di Alessandra Pappaterra

Passiamo adesso alla seconda ramificazione, molto più in voga degli IDC nell’ultimo decennio e decisamente ancora non storicizzata, ma impegnata ugualmente nella diffusione di una (irraggiungibile) verità (ovviamente racchiusa nel loro stesso splendore). Parliamo dei fantomatici Hipster.

Seguendo la definizione fornita da Wikipedia, dicesi Hispter quella categoria di ragazzi bianchi, che alla fine degli anni Quaranta emulavano lo stile di vita jazz degli afroamericani.

Dicesi Hipter oggi persona di media cultura che nel suo cerchio di neuroni è vivamente convinta che la sua eccezionalità sia da ricercare nella settorializzazione del sapere più desueto e anonimo, con particolare riferimento a qualsiasi tipologia stile di vita che la massa non è in grado di vedere.

Sfortunatamente gli hipster si muovono in branco, ma – a meno che non siate voi stessi a desiderarli e ad implorare la loro stessa sete di veritas – non saranno loro certo a cercare voi. Test clinici hanno rivelato una presenza sempre più in aumento, sia nelle uscite di gruppo – in cui spesso qualche amico introduce un nuovo individuo – sia (tremate) all’interno di un habitat di coinquilinaggio – variante inverosimilmente più difficile da tollerare poiché si ha la possibilità di osservare continuamente un hipster in habitat naturale al 100 % (anche rintanandosi in camera camera chiusi con chiavistello).

Gli hipster puri, nel vero senso del termine, sono dotati di spiccate proprietà di linguaggio e si riconoscono già alla prima modulazione vocale. Se abitate nel profondo Sud e parlate un italiano il più corretto possibile, ma non siete comunque esenti dalle cosiddette “calate di riconoscimento gergali”, vi accorgerete da subito che l’hipster accanto a voi, sebbene provenga dalla vostra medesima città (ma anche paese, frazione, tumulo di terra con cinque case sparse) sarà dotato di zeta sordissime e un innato, argenteo e disinibito modo di parlare tipicamente settentrionale. Più precisamente di modulazione bresciano-mantovana (con ascendente Sondrio).

Come gli IDC anche gli Hipster si cibano delle delizie dell’orto biologico, prediligendo soprattutto verdure e legumi, degustati possibilmente frullati o cotti al vapore senza aggiunta di sali, oli e parabeni. Non placano la loro sete con bevande comuni e colme di gas sulfurei e zuccheri in eccesso; acqua e spremute di arancia rossa sanguigna o succo di melograno spremuto chicco per chicco rappresentano il loro pane quotidiano.

Sono tutti iscritti all’ordine degli speziali-omeopatici e affini. Sanno sapientemente mescidare le antiche tradizioni Zen della millenaria cultura cinese ylang ylang con gli olii mediterranei. Plasmano maschere purificanti a base di Sali minerali del Mar morto, limone ecobiologio, polvere naturale di argilla rossa e rosa mosqueta. Impiegano moderate dosi di preziose essenze ottenute da una spremitura a freddo di alberi dell’Amazzonia.

Come pretende il branco, gli hipster ascoltano solamente musica vera, ossia non conosciuta, troppo evocativa e colma di troppe trasumananze ascetiche perché la normale gente possa coglierne qualche “goccia di splendore”. Se domandate loro: “che genere di musica ascolti?” Preparatevi a tremare (di nuovo)…la fine è vicina. Inizieranno a vomitare pillole di saggezza, magari portate alla ribalta da gruppi musicali norvegesi-vichingoslavi conosciuti in Nepal.

Alcuni allietano il vulgo, regalando le proprie corde vocali nordiche della Calabria Alta e da Bene e proponendosi come speaker radiofonici di stazioni gestite da loro simili (o al massimo con individui caratterizzati da qualche divergenza evolutiva).

Nei momenti di egocentrismo concentrato sono capaci di abbandonarsi ad autocomplimenti del tipo: “oggi in radio ho litigato col nuovo arrivato perché voleva proporsi come collaboratore della sezione di cultura, dimenticando che IO rappresento questo settore così ostico. Ha cercato di mettermi i bastoni fra le ruote e io l’ho zittito subito dicendogli: – mio caro, ti atteggi da intellettuale, ma io invece sono intellettuale!”.

Passiamo all’abbigliamento indicativo per riconoscerli a distanza e prendere le relative misure di precauzione.

L’hipster veste firmatissimo, anzi griffato e tendenzialmente sfoggia delle mise particolari, a mo’ di avvisaglia per la preda che cammina nella sua traiettoria e che, attirata dai suoi raggi π, comprende istantaneamente che sarebbe opportuno per la sua salute mentale girare i tacchi e andar via. Accessorio indispensabile per il riconoscimento: occhialoni enormi con lente alla Steve Urkel della sitcom Otto sotto un tetto.

La categoria Hipster a sua volta sfocia nella corrente di pensiero denominata “hipster disagiante” (d’ora in poi HD). Gli HD a differenzia della tendenza basic-classic sono particolarmente ed emotivamente più propensi alla comprensione della filosofia dello Spleen bohemien. L’HD è infatti perennemente afflitto dal disagio sociale che avvolge la turbe inquieta di anonimi cervelli che purtroppo (e per nostra fortuna) esistono oltre alla loro cerchia ghettizzata. È statisticamente provato che la filosofia del disagiante incrementa notevolmente nelle domeniche schopenaueriane, in cui il pendolo dell’umore oscilla incessantemente fra la noia eclettica e la catabasi corroborante che indirizza l’individuo verso un’anabasi palingenetica ma contrastata dalle correnti di pensiero glaciali artiche che ricollocano l’umore nell’ottica del presagio ridisagiante dell’incalzar del lunedì, meglio definito come le “jour de la lune”.

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