Unical, incubi in cubi

Scritto da Francesco Corigliano

In questi giorni si è letto e sentito molto in merito all’aumento delle tasse all’Unical. A causa dei nuovi parametri sul reddito, la seconda rata della retta annuale ha raggiunto, per alcuni, cifre esorbitanti. Per altri, invece, si è ridotta. Ma ciò di cui si parla, naturalmente, riguarda solo gli aumenti: e giù di critiche e controcritiche al sistema di tassazione, al Centro Residenziale, a quest’università che proprio non se ne può più, che diamine, noi ci dobbiam laureare.

Non entrerò nel merito riguardo la questione economica. Mi limiterò a dire che l’Unical era uno degli atenei dalle tassazioni meno onerose, prima di questo intervento, ma che una redistribuzione del carico delle tasse – se fatta con criterio – non può che giovare a tutti. Ad ogni modo, tra i tanti interventi che ho letto sulla questione, uno in particolare mi è sembrato significativo e meritevole di attenzione.
Qualcuno ha detto, infatti, che ciò di cui ci si dovrebbe lamentare riguardo l’Università della Calabria non è da individuare nelle tasse, quanto nel settore dei servizi; e non soltanto i servizi principali, di necessità, quali i trasporti e la manutenzione, che senz’altro soffrono delle mancanze (chi si ricorda le navette e chi conosce i bagni dei cubi capirà bene) (anche se bisogna notare che, nel campo della residenzialità, l’Unical ha un posto notevole su scala nazionale), ma anche e soprattutto nell’ambito di quella materia particolare che qui definiremo “possibilità sociale”. Con possibilità sociale intendiamo – giusto per comodità, e forse impropriamente – la capacità di socializzazione, di integrazione e di confronto che un’ambiente pubblico garantisce, in maniera più o meno diversa in base ai casi.
In buona sostanza, l’intervento di questo qualcuno a cui alludevo prima, sosteneva che nell’università c’è poca possibilità di socializzazione, sia durante la giornata che nelle ore serali, a causa soprattutto dell’organizzazione e delle strutture dell’ateneo. Un problema rilevante, per quello che vorrebbe definirsi “campus universitario”.
Io credo che il parere sia appropriato e tocchi una questione della massima importanza. È vero, all’Unical manca un tratto fondamentale per un’università: la socialità. Alle 19:00 il ponte è già diventato terra di nessuno, in cui pochi coraggiosi hanno il fegato di avventurarsi; magari per una corsetta svogliata con le cuffie ben piantate nei timpani, o magari per una sortita veloce ai distributori (lì l’acqua costa meno), o ancora per raggiungere i pochi bar nelle vicinanze a procurarsi una Peroni a prezzo modico. Le strade per raggiungere la civiltà – se così vogliamo definire quell’alveare al neon che è Quattromiglia, colorato ammasso di condomini che si sforza (ci riesce?) di ignorare le campagne alle proprie spalle – sono buie e oscure, qualcuno dice pericolose, e l’alternativa è l’attesa di un’ora per un bus sferragliante che porterà tra le braccia calde di bar lucenti, lounge e non, magari davanti la cattedrale del Borromeo, senza però garantire un ritorno (“signori’, ma che bus all’una, dopo le dodici si va a dormire”).
Fin qui tutto liscio. Nel senso che, a conti fatti, non si dice nulla di nuovo. Il vero problema è ciò che accade prima di tutto ciò, e durante.

Quando il sole ancora riscalda le maglie metalliche del ponte, gli studenti si affanno tra aule, aule e controaule, per non perdere le lezioni. Ragionevole, sacrosanto. E poi? Cosa invoglia a restare? Il bar, la libreria? I verdi prati cu sui sdraiarsi, insieme alle bande di cani (non ho nulla contro gli animali)? La verità è che il frequentante medio dell’Università della Calabria non ha alcun interesse nel campus. Ciò che gli importa è andare alle lezioni, studiare (?) in biblioteca, prendere il caffettino tra un doppietta d’ore e l’altra. I libri che può comprare in quella sventurata libreria sospesa saranno, al massimo, quelli commissionati dal prof e da lui minuziosamente redatti.
È tutto qui. All’Unical manca la possibilità sociale, che è quella che si forma quando lo studente NON è nell’aula, NON sta studiando, ma discute di ciò che ha letto, ciò che ha fatto, ciò che gli interessa, e lo fa dentro il campus – un po’ perché è invogliato a restarci, un po’ perché l’influenza della cultura (o Supposta tale) lo stimola.
Ma, meraviglia delle meraviglie, la colpa – una volta tanto – non è del campus. No, signori. Ripeto, se lo studente medio dell’Unical non ha interessa ha restare all’Unical la colpa non è dell’ateneo.
Perché, ricoperto sotto centimetri di locandine di discoteche, di pub e di billiballiamoevvaiii, ognuno di voi avrà visto almeno una volta il classico, timido volantino che dice: “beh, sai, uhm, stasera all’Unical facciamo, ecco, tipo una serata culturale, no? Tipo. Parliamo di poesia, poi mangiamo qualcosa, ecco. Ciao”; oppure “oggi lì in quel posto che tutti l’hanno sentito nominare ma nessuno sa dov’è viene un professore americano a parlare di questa cosa. Just to say, eh. Se non vi va non venite”. Senza considerare il programma teatrale, le assemblee (sì sì lo so che finisce sempre allo stesso modo, ma contiamole tra le possibilità di socialità, ok? Anche quando volano pandori), le proiezioni e i convegni e i seminari ed eccetera, eccetera, eccetera.
Ve lo concedo: molti questi eventi si risolvono in sconsiderate boiate. Ma è un motivo sufficiente ad ignorarle tutte in massa? È un motivo sufficiente per disertarle, fare finta che non esistano, schifarle e guardar strano chi le frequenta?
Francamente, all’Unical cose ce ne sono. Cose se ne fanno. E sì, è pure vero che qualcuno in più ci andrebbe, la sera, se ci fossero i bus; ma che portata ha, questa considerazione, se si guarda agli eventi trascurati in pieno giorno? Ma se queste cose finiscono male, o passano inosservate, è perché allo studente medio non frega nulla. Nulla di niente, eh. Lo studente medio va all’università perché si deve laureare, perché deve parlare col professore per l’esame, perché deve prendere i libri della tesi, perché ci deve andare per forza; lo studente medio, se potesse, si vedrebbe le lezioni da casa, su Skype, e si farebbe passare gli appunti di un anno intero (magari pure comprandoli perché la conoscenza si condivide, ma la fatica no!!1!); anzi, lo studente medio pagherebbe direttamente quelle sei-settemila euro per avere subito la laurea, e poi basta che non se ne può più.
Come possiamo pretendere che l’Unical diventi un’università vera, finalmente una realtà sociale profonda, un luogo di vita vissuta che vada oltre le fotocopie e i disegni sui banchi, come possiamo pretendere questo, dico, se alle trentamila persone che la frequentano non interessa? Come possiamo aspirare ad un posto vissuto ad ogni ora e in ogni modo, sui prati nei corridoi e nella aule, un luogo dove si possa parlare di concetti e non di “cose dell’esame”, di discipline e non di corsi, di conquiste e non di lauree, classi di concorso, crediti, settori scientifico-disciplinari, e TFA e abilitazioni e master e rumore di rumore? Come possiamo godere di un contesto universitario se gli universitari non lo vogliono? Come possiamo stare in società senza le persone?
Si badi bene, io credo che sia giusto studiare, parlare degli esami e tutto il resto. Ma l’università non è questo. Non è solo questo. L’università è un’esperienza che va oltre il voto, è un momento in cui ciò che studi si incarna in qualcosa di ben più complesso di Uniwex, qualcosa che dovrebbe andare oltre ogni ponte e oltre ogni cubo.
E invece preferiamo l’usa e getta, la velocità, il prima possibile. L’esamificio, direbbe qualcuno; il fast food, qualcun altro.
È sempre stato così? O è colpa dell’amministrazione? Ci sono troppe poche panchine, nessuna navetta. O magari è colpa delle associazioni universitarie? Tutte con quell’aura di politicizzazione, sempre inquietante; perché è vero, l’apparenza inganna, ma l’ostentazione spaventa. Allora è forse colpa degli autobus? Del troppo studio? Come fai a fare qualcosa per piacere se hai tutti quei libri da studiare? Certo, lo studio non è mai un piacere…non può esserlo, dicono. E allora le residenze che cadono, i branchi di lupi, la mensa sempre affollata?
Diciamocelo. La colpa è nostra. Abbiamo avuto una buona possibilità, qualcosa da far fruttare. E invece abbiamo trasformato il ponte in un gigantesco tapis-roulant tra le aule e le pensiline dei pullman, i cubi in rossi incubatori per scaldare le eterne matricole, le biblioteche in spazi gioco per bambini assonnati e affamati di internet gratis.
Quando paghiamo una rata, troppo alta o troppo bassa che sia, pensiamo bene in che cosa stiamo spendendo.

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