(Cit.)

Scritto da Annarita Lista

Articolo di Annarita Lista
Premetto che userò impropriamente il termine citazionismo che, da classica enciclopedia Treccani, è la tendenza a inserire come “citazioni” elementi appartenenti a stili e scuole precedenti; non mi riferirò neanche all’Appropriation Art, voglio solo offrire una carrellata delle tipologie più diffuse di coloro che sui social network pubblicano indiscriminatamente citazioni sbagliate o di falsa attribuzione.
Ottimo come artificio nei film e nelle opere letterarie, la citazione – quando colta – ha il grande pregio di farci sentire particolarmente intelligenti. Il vizio di citare continuamente personalità autorevoli della storia della letteratura, dell’arte e della religione diventa, invece, leggermente intollerabile quando lo si fa per nobilitare il proprio parlare. Spesso è sintomo di grande insicurezza: nascendo come vezzo si trasforma rapidamente in richiesta assoluta e disperata di consensi tramite la sicura approvazione delle parole di un altro più famoso. Se poi si sbaglia persino a ricalcare le parole l’effetto budino sciolto al sole piomba precipitevolissimevolmente sull’astante. Come buona arte retorica insegna, il successo dell’oratore dipende dall’uditorio; in caso di ascoltatori esperti e periti, la citazione errata squassa gli animi e le bocche dando vita ad una sonora e fragorosa risata. È arduo mantenere l’aplomb, l’impassibilità del saggio va a farsi friggere davanti ad improbabili sequenze verbali.
Grandemente storpiata è la categoria delle citazioni storiche. Il citazionista spropositato coglie ogni situazione favorevole – rovinando preziosi secondi di silenzio – per mostrare agli altri la sua (presunta) conoscenza con relativa recitazione mossa da mistico afflato delle parole degli avi. Certa di causare stupore e sconvolgimento, vi rivelo che “Tu quoque, Brute, fili mi!”, celeberrima ultima frase di Cesare infilzato, rivolta al figlio Marco Giunio Bruto – riconosciuto tra i congiurati – alle idi di marzo del 44 a. C., non è stata pronunciata così. Quindi consiglio di correggere il tiro e di incolpare Shakespeare che la include nella sua opera Giulio Cesare.
Pur scandalizzandomi ogni volta – sono abituata a verificare la fonte da cui traggo una qualsiasi informazione – mi diverte molto leggere le attribuzioni errate, quelle multiple e quelle altamente improbabili in quanto anacronistiche o ideologicamente sballate. Trovo degne di grasse risate le effigi di personaggi dello spettacolo in atteggiamento meditabondo con accanto scritte frasi improponibili. Ad esempio, ieri mi è capitato di vedere una Marylin Monroe con boccolo sulla fronte e dito sulle labbra a cui venivano attribuite le seguenti parole: “Il bello delle donne è che hanno paura, ma alla fine hanno il coraggio di fare tutto”. Ora, sarà pure una bella frase, ma siamo sicuri che – vista la sua biografia – sia il caso di attribuirla all’Ossigenatissima diva? E che dire di “Sarò pure fuori come un balcone, ma da qui si vedono meglio le stelle” fatta pronunciare a Bob Marley? Il nostro giamaicano avrà pure avuto modo di veder gli astri da una posizione privilegiata, ma mi sembra improbabile che si sia apostrofato a mo’ di terrazzo dinanzi ad un microfono in concerto o in un’intervista alla stampa.
Le frasi a finalità morale, miranti ad esaltare coraggio ed azioni di ognuno di noi, sono nella maggior parte dei casi attribuite a tre personaggi in particolare: Nelson Mandela, Jim Morrison e Ghandi. Una su tutte, che ho avuto modo personalmente di leggere stampata anche su segnalibri e addirittura magliette è: “A volte un vincitore è semplicemente un sognatore che non ha mai mollato”; ed io immagino la faccia di Jim Morrison con uno stelo d’erba in bocca che, seraficamente, si rivolge ad un avvilito passante. Spesso ci si consola da una sconfitta – soprattutto sportiva e/o lavorativa – citando (assolutamente a casaccio) il celebre detto “L’importante non è vincere, ma partecipare”: attribuito a Pierre De Coubertin, venne in realtà pronunciato da un vescovo della Pennsylvania, tale Ethelbert Talbot, nel 1908 in occasione dei giochi sportivi di Londra.
I personaggi politici più tirati in ballo sono Mussolini, Giolitti e Churchill: in particolare, mi sovviene la massima “Governare gli Italiani non è difficile, è inutile”, e sentirla pronunciare a sostenitori di schieramenti assai diversi mi fa sfuggire ogni volta uno sguardo di disapprovazione. Se non conosciamo neanche i nostri “miti” figuriamoci se riusciamo a capire quelli degli altri.
Famiglia e sentimenti? Non ci facciamo mancare niente! Il classico, diffuso soprattutto al sud “’E figlie so piezz’e core” non è mai stato scritto da Eduardo De Filippo; semmai, proprio volendo avvicinarci a senso, si potrebbe impiegare ed adattare il “’e figlie so figlie” fatto pronunciare a Filumena Marturano.
I consigli d’amore e le massime sul mondo femminile sono spesso attribuiti a William Shakespeare, così come gli aforismi sulla giovinezza galoppante sono creduti di Oscar Wilde. “L’inferno non è mai stato scatenato quanto una donna offesa” è attribuita ad entrambi, per non scontentare nessuno. In realtà si tratta di un verso del drammaturgo britannico William Congreve.
La letteratura italiana è una delle categorie più maltrattate e molti autori credo si girino e si voltino nell’aldilà quando si sentono cose del tipo “Non ti curar di loro ma guarda e passa”: pronunciata spesso per consolare i reduci da una lite o chi si sente vittima di un complotto, la frase non è mai stata scritta da Dante. Il verso giusto è “Non ragioniam di lor, ma guarda e passa” e, pur se in questo caso e negli altri il senso resta identico (evito la pedanteria delle sfumature), credo sia un peccato mortale storpiare addirittura il Sommo. Se proprio vi viene l’insana voglia di scrivere qualcosa a casaccio e di nonsense consultate l’aforismario di Fabio Volo: c’è il rischio di risultare leggermente turbati, ma almeno si resta fedele all’originale.

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