Prima della critica

Scritto da Francesco Corigliano

 Durante una lezione del master a cui sono iscritto, il professor Balboni s’è voluto dilungare sul concetto di sapere nelle varie culture. In particolare, ha insistito sullo statuto della conoscenza, che in certe parti del mondo è concepita come “ripetizione” – vale a dire, “so quando posso ripetere” – mentre qui, nel pazzerello mondo occidentale, sarebbe concepita come “dimostrazione” – cioè, “so quando ti posso dimostrare”. Il problema, sostiene Balboni, è che ormai si diffonde sempre più la conoscenza-ripetizione, che non è da rifiutare tout court perché viene dai barbari e perciò puzza, ma perché – sempre secondo il prof – è meno completa e meno formativa.
La questione meriterebbe un approfondimento che non è qui il caso di trattare. Però va detto che è un discorso non soltanto condivisibile e riscontrabile nel mondo, ma anche adeguato a spiegare i funzionamenti che hanno assunto certe cose, come ad esempio la critica.
Con critica intendiamo quella letteraria, musicale, cinematografica, teatrale et similia, quella che si occupa di dire cosa è buono, cosa non è lo è, perché non lo è, perché è buonino, dove è interessante ecc. Parliamo di critica ragionata, argomentata, dimostrativa, appunto, che non si limiti a dire “leggetevi ‘sto libro è bellissimo” ma che s’arrischi, a volte osi, dicendo “sto libro ha un particolare significato storico perché questo quello pisci posci e bau bau”. E sia chiaro, non è che non ci sono più libri in grado di fare la storia: è che ci sono sempre meno lettori in grado di accorgersene.
Infatti credo sia chiarissimo che, attualmente, la critica si rivolga perlopiù ad altra critica, i critici ad altri critici, i tecnici ad altri tecnici, gli specialisti ad altri specialisti. Non c’è pubblico. Non c’è interesse. Forse. O forse no?
Questione quanto mai complessa. Bisognerebbe verificare se ci sia mai stato un pubblico largo per questo tipo di discorso; che cosa si intenda con pubblico largo; se la critica sia cambiata nel corso del tempo. È cambiata, sicuramente, riuscendo anche a dire delle fesserie tali da far davvero dubitare della valenza e della sua utilità (si ringrazia in particolare il Derrida decostruzionista). Credo si sia arrivati al punto – più di una volta – di chiedersi a che caspita serva la critica.
– Sai stavo pensando di leggermi un libro di critica.
– Che figata, a che serve?
– Boh credo che sia una spezia.
– Io pensavo fosse un pezzo del frullatore.
Ma la critica è ancora qui e, se c’è, starà pur parlando a qualcuno. Parla ad altri critici, l’abbiamo detto. E parla ad altri critici sia perché l’ambiente accademico è ormai caduto in un circolo vizioso di autoincensamento e compiaciuta autocommiserazione (lo staremo facendo anche qui?), e sia perché il sapere sta effettivamente cambiando e quello di tipo dimostrativo non serve più. La critica è dimostrativa per sua stessa natura: ti pare che la si possa condensare in pillolette (supposte?) da assumere due volte al giorno, sul web – al di fuori dai pasti – senza finire, inevitabilmente, con lo snaturarla? Non se puede amici, qui abbiamo tutti bisogno di informazioni rapide, veloci e possibilmente indolori, ed è per questo che la critica – con i suoi ragionamenti, i suoi meccanismi, le sue correnti di pensiero e anche le sue boiate – non può che uscire malconcia dal giro sulla giostra del mondo.
Qualcuno potrà anche dire che, nella giostra del mondo, la critica non c’è mai stata. Non credo che sia vero, e – pur allargando un po’ il discorso, lo ammetto – basterà ricordare la portata culturale delle avanguardie per sottolineare che, in certi periodi, la discussione intellettuale poteva esistere su larga scala e poteva riguardare anche i meccanismi analitici.
La situazione attuale dipenderà senz’altro da vari fattori. Il principale, a mio avviso modestissimo, è la paura – che a volte sfocia nel terrore – nel rapporto con le fonti e coi classici (su cui si dilunga piacevolmente quest’intervista a Michele Mari  ; chiaramente il discorso vale anche per altri ambienti, come quello musicale, su cui ad esempio scrive Filippo Facci qui). So che è un po’ paradossale, ma se al momento prevale l’ipse dixit – che è l’apoteosi del classico, appunto – è proprio perché del passato, delle origini cioè di certi assunti, non si vuole più parlare. Li si prende per buoni, senza averli letti; il che equivale a dire che si prende per buono ciò che si crede essi dicano. Ripetiamo ciò che si dice, senza dimostrarlo, e di conseguenza senza realmente capirlo – il che equivale a dire non andiamo da nessuna parte, perché come dice Mari nell’intervista citata poco fa, non vai da nessuna parte se non sai dove mettere i piedi.
La critica normalmente servirebbe a questo, a dirti dove mettere i piedi, dove li hanno messi nel passato, con che scarpe, secondo vari criteri e metodi. La critica dimostra, non dirige ma suggerisce, invoglia, stimola. La critica servirebbe un po’ da attizzatoio per il gran fuoco della cultura, per dire, un fuoco che al momento riceve benzina, carbonella e anche buone secchiate d’acqua. La critica adesso parla, urla, starnazza pure, sperando che qualcuno la senta, sperando di potersi realizzare finalmente in un pubblico che vada oltre la classe dirigente universitaria e la sottomessa massa studentesca; vorrebbe davvero ancora indicare i sentieri.
Ma, al momento, sembra che a pochi vada di andare da qualche parte; o, meglio, che tutti si vada avanti, correndo, con una benda sugli occhi.

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