Goodbye Esperia

Scritto da Francesco Corigliano

Io vivo in Calabria e la Calabria è bella.
Ma non è bella perché è bella, così, come una cosa è verde perché è verde, o puzza perché puzza, no.
La Calabria non è bella perché ha le montagne, e il mare, e i boschi e i posti, non è bella perché alla fine il Sud sarà anche povero ma che meraviglia, o perché una volta c’erano i Borbone o perché comunque al Meridione sono tutti ospitali. La Calabria non è bella perché ha la storia e si vede che ci son stati i romani e qui una volta era tutta campagna (ellenica).
No, la Calabria è bella perché ha sì tutte queste cose, ma anche perché le ha sapute combinare con un’altra cosa molto importante, un suo carattere distintivo ed esclusivo: l’abbandono.
Antiche porte medievali tenute in piedi da cumuli di spazzatura; castelli normanni che poggiano, saldi, su fondamenta di lavatrici arrugginite, i forti bastioni rinforzati da carcasse di frigoriferi; templi millenari ridotti a polvere di granito, provvidenzialmente trattenuta da elaborate reti di buste di patatine e bottiglie di plastica. Che fascino, che bellezza nei palazzi nobiliari marci fino al midollo, nei vicoli trasformati in fiumi dai tombini rotti, nelle occhiate torve degli abitanti di casette, seminterrati, baracche, che non vedon l’ora che il passante fugga via, perché la solita placida calma torni a schiacciare ciottoli e tetti.
È bella la Calabria, con le sterpaglie che reggono i mattoni e il cemento che si erge nei campi, è bella la Calabria con lo smog, il rumore, i vetri scintillanti sull’eternit muschioso, le antenne sparate in aria, dritte come membri allegri, contenti di captare onde di trasmissioni da mondi lontani, lontani, dove le cose accadono davvero.
L’abbandono è ciò che valorizza tutto questo, è ciò che gli rende giustizia. L’abbandono si unisce alla storia, vi si mescola, ne diventa parte. Qualcuno lasciò i marmi, altri le leggende, adesso si lascia un bel sedici pollici degli anni settanta; così, senza assurdità, senza stridore. È bello. È la storia, appunto, che s’avvicenda, che scorre. Nell’immondizia si vede il tentativo, forse ingenuo, impacciato, patetico, di contatto col passato; in quei fazzoletti sporchi, nei preservativi usati, buttati sulle epigrafi, lì, ecco, c’è una mano protesa verso le radici, verso ciò che è stato e ancora vive.
La Calabria è bella, stendardo dell’abbandono, simbolo incarnato di ciò che è lasciato, dimenticato, buttato, di ciò che affonda lentamente ma che non sparisce mai realmente; la Calabria che è andarsene restando, dimenticare ricordando, sopra i campi dorati sporcati di ruggine, sotto i cieli azzurri come il mare. La Calabria si è costruita sempre abbandonando, abbandonando, e ogni abbandono si è ammassato come malta sulla terra, a rinsaldarla e invigorirla. È così salda, la Calabria, anche quando trema; perché ad ogni distruzione, ad ogni terremoto, ad ogni migrazione fuga disperazione, non farà altro che continuare a essere se stessa.
È bella, la Calabria, mari e monti, la Calabria, templi e pozzi la Calabria, che si vive non restando.

One comment to Goodbye Esperia

  • Perché la Calabria?  says:

    […] La sfida, ora, è trovare il coraggio di darsi una risposta, l’unica che è giusta per sé. Goodbye, Esperia? […]

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