La festa dell’insignificanza, di Milan Kundera

Scritto da Nunzia Procida

10517064_10203496630608373_2003549361_nMilan Kundera è uno di quegli autori per i quali ti basta leggere due righe a caso da un suo romanzo per farti dire con sicurezza: “É Kundera!”; la sua scrittura ha una particolarità irripetibile e ogni pensiero da lui espresso ha un significato assolutamente singolare. La maggior parte delle sue opere narrative trova la sua unità in alcuni temi o motivi centrali, ripetuti ed elaborati, intrecciati a sequenze narrative differenti che restituiscono al lettore l’effetto polifonico purtroppo assente in molta letteratura contemporanea. Lo spirito del romanzo, come suggerisce lo stesso scrittore ceco naturalizzato francese, «è lo spirito della complessità. Ogni romanzo dice al lettore: “le cose sono più complicate di quanto tu pensi”. È questa l’eterna verità del romanzo, sempre meno udibile, però nel frastuono delle risposte semplici e rapide che precedono la domanda e la escludono […] Lo spirito del romanzo è lo spirito di continuità: ogni opera è la risposta alle opere che l’hanno preceduta, ogni opera contiene tutta l’esperienza anteriore del romanzo. Ma lo spirito del nostro tempo è concentrato sull’attualità, che è così espansiva, così ampia, da escludere il passato dal nostro orizzonte e ridurre il tempo al solo attimo presente» [1].

La festa dell’insignificanza – pubblicato da Adelphi in prima edizione mondiale lo scorso ottobre – è una ricapitolazione “teatralizzata” nella quale persino le questioni capitali per la vita di ciascun uomo vengono minimizzate all’estremo. Una sintesi, quindi, dei problemi che Kundera aveva proposto nei suoi scritti da L’insostenibile leggerezza dell’essere (1984) in poi. La finezza della scrittura rende magnificamente la (con)fusione tra il piano della realtà e la disperata ricerca di un senso intesa come la messa in scena dell’insignificanza che accompagna la nostra vita.

Per Kundera l’“insignificanza” equivale all’accidentalità, anzi, più precisamente alla contingenza, all’apparire dell’evento – di ciascun evento – nel suo essere qui e ora:

«[…] L’insignificanza […] è l’essenza della vita. È con noi ovunque e sempre. È presente anche dove nessuno la vuole vedere: negli orrori, nelle battaglie cruente, nelle peggiori sciagure. Occorre spesso coraggio per riconoscerla in condizioni tanto drammatiche e per chiamarla con il suo nome. Ma non basta riconoscerla, bisogna amarla, l’insignificanza, bisogna imparare ad amarla». [2]

Il mondo esterno suscita interesse quando perde la sua unità rassicurante, la sua omogeneità: l’incontro – per dirla con Deleuze [3] – sottrae il pensiero all’esercizio ricognitivo, consegnandolo alla forza del rischio e, quindi, della sperimentazione. La  figura pregnante dell’insignificanza si intreccia con l’immagine dell’ombelico:

[…] Era il mese di giugno, il sole del mattino spuntava dalle nuvole e Alain percorreva lentamente una via di Parigi. Osservava le ragazze, che mettevano tutte in mostra l’ombelico tra i pantaloni a vita molto bassa e la maglietta molto corta. Era affascinato; affascinato e persino turbato: come se il loro potere di seduzione non fosse più concentrato nelle cosce, nelle natiche o nel seno, ma in quel buchetto tondo situato al centro del corpo.
La cosa lo fece riflettere: Se un uomo (o un’epoca) vede il centro della seduzione femminile nelle cosce, come descrivere e definire la peculiarità di tale orientamento erotico? Improvvisò una risposta: la lunghezza delle cosce è l’immagine metaforica del cammino, lungo e affascinante (per questo le cosce devono essere lunghe), che conduce alla realizzazione erotica; infatti, si disse Alain, anche in pieno coito la lunghezza delle cosce conferisce alla donna la magia romantica dell’inaccessibilità.
Se un uomo (o un’epoca) vede il centro della seduzione femminile nelle natiche, come descrivere e definire la peculiarità di tale orientamento erotico? Improvvisò una risposta: brutalità; allegria; il cammino più breve verso il traguardo; traguardo tanto più eccitante perché duplice.
Se un uomo (o un’epoca) vede il centro della seduzione femminile nel seno, come descrivere e definire la peculiarità di tale orientamento erotico? Improvvisò una risposta: santificazione della donna; la Vergine Maria che allatta Gesù; il sesso maschile inginocchiato davanti alla nobile missione del sesso femminile.
Ma come definire l’erotismo di un uomo (o di un’epoca) che vede la seduzione femminile concentrata al centro del corpo, nell’ombelico? [4]
"La ronde", Max Ophuls, 1950
“La ronde”, Max Ophüls, 1950

Il tema dell’ombelico scoperto delle ragazze, ossessiona Alain «così come voi siete assorbiti per mesi, se non per anni, dagli stessi problemi (di certo molto più insignificanti di quello che ossessiona Alain)» [5] perché «ridestava in lui un lontano ricordo: il ricordo dell’ultimo incontro con sua madre» [6]:

era seduta su una sedia da giardino e […] lui, con il costume ancora bagnato, era in piedi davanti a lei. Quello che si sono detti lo ha dimenticato, ma un momento gli si è impresso nella memoria, un momento concreto, registrato con precisione: seduta sulla sedia, lei ha guardato intensamente l’ombelico del figlio. Quello sguardo, continua a sentirlo sul ventre. Uno sguardo allora difficile da capire: gli sembrava esprimesse mescolanza di compassione e disprezzo; le labbra della madre avevano accennato un sorriso (sorriso di compassione e disprezzo), poi, senza alzarsi dalla sedia, si era chinata verso di lui e, con l’indice, gli aveva sfiorato l’ombelico. […] Non l’aveva mai più rivista. [7]

L’ombelico è presentato come la conseguente caduta di Eva dal Paradiso e come estensione dell’unione simbiotica fra madre e figlio.

[…] Lo svegliò una voce femminile: «[…] Per te, il modello della donna senza ombelico è un angelo. Per me, è Eva, la prima donna. Non è nata da un ventre ma da un capriccio, un capriccio del creatore. È dalla sua vulva, dalla vulva di una donna senza ombelico, che è uscito il primo cordone ombelicale. Se devo prestar fede alla Bibbia, da lei sono usciti altri cordoni, ciascuno con un piccolo uomo o una piccola donna attaccati all’estremità. I corpi degli uomini rimanevano senza prolungamento, del tutto inutili, mentre dal sesso di ogni donna usciva un altro cordone con all’estremità un’altra donna o un altro uomo, e tutto questo, ripetuto milioni e milioni di volte, si è trasformato in un immenso albero, un albero formato da innumerevoli corpi, un albero le cui fronde toccano il cielo. E immagina che quest’albero gigantesco abbia le proprie radici nella vulva di una sola piccola donna, della prima donna, della povera Eva senza ombelico.
Io, quando sono rimasta incinta, mi vedevo come una parte di quest’albero, appesa a uno dei suoi cordoni, e vedevo te, non ancora nato, ondeggiare nel vuoto, attaccato al cordone uscito dal mio corpo, e da quel momento ho sognato un assassino che, giù in basso, sgozza la donna senza ombelico, ho immaginato il suo corpo che agonizza, muore, si decompone, finché tutto l’immenso albero cresciuto da lei, di colpo privo di radici, di fondamento, comincia a crollare, ho visto i suoi infiniti rami cadere come una pioggia gigantesca e, cerca di capirmi, non è il compimento della storia umana che ho sognato, l’abolizione del futuro, no, no, quello che ho desiderato è la totale scomparsa degli uomini con il loto futuro e il loro passato, con il loro inizio e la loro fine, con l’intera durata della loro esistenza, con l’intera loro memoria, con Nerone e Napoleone, con Buddha e Gesù, ho desiderato l’annientamento totale dell’albero radicato nel piccolo ventre senza ombelico di una prima stupida donna che non sapeva quel che faceva e quali orrori ci sarebbe costato un miserabile coito che di sicuro non le aveva procurato il minimo godimento…».
La voce della madre tacque […] e Alain […] si riassopì. [8]

Il dialogo immaginario con la madre è dunque diretta conseguenza della sua ossessione. Ed è proprio il delirio generato dalla sua assenza a far sì che Alain formuli la soluzione all’enigma della moda dell’ombelico.

«Una conversazione? Con chi?»
«E poi, l’ombelico…».
«Quale ombelico?»
«Non te ne ho ancora parlato. Da un po’ di tempo, penso molto all’ombelico…».
Come se un invisibile regista l’avesse predisposto, due ragazze, l’ombelico elegantemente scoperto, passarono accanto a loro.
Ramon non poté che dire: «In effetti».
E Alain: «Passeggiare così, con l’ombelico all’aria è la moda di oggi. Dura da circa dieci anni».
«Passerà come tutte le mode».
«Ma non scordare che la moda dell’ombelico ha inaugurato il nuovo millennio! Come se qualcuno, in quella data simbolica, avesse sollevato una tenda che per secoli ci aveva impedito di vedere l’essenziale: che l’individualità è un’illusione!»
«Sì, è indubbio, ma che c’entra l’ombelico?»
«Sul corpo erotico della donna, ci sono alcuni luoghi d’oro: ho sempre pensato che ce ne fossero tre: le cosce, le natiche, il seno».
Ramon rifletté e: «Perché no…» disse.
«Poi, un giorno, ho capito che dobbiamo aggiungerne un quarto: l’ombelico».
Dopo un istante, Ramon annuì: «Sì. Forse».
E Alain: «Le cosce, il seno, le natiche hanno in ogni donna una forma diversa. Questi tre luoghi d’oro, quindi, non sono solo eccitanti ma esprimono al tempo stesso l’individualità di una donna. Non puoi sbagliarti sulle natiche di colei che ami. Le natiche amate, le riconosceresti tra centinaia d’altre. Ma non puoi identificare la donna che ami dal suo ombelico. Tutti gli ombelichi sono uguali».
[…]
Alain continuò: «Ciascuno di questi quattro luoghi d’oro rappresenta un messaggio erotico e mi chiedo quale sia il messaggio erotico che ci comunica l’ombelico». Dopo una pausa: «Una cosa è chiara: a differenza delle cosce, delle natiche e del seno, l’ombelico non dice nulla della donna che lo porta, ci parla di qualcosa che non è questa donna».
«Di che cosa?»
«Di feti».
«Di feti, sicuro» approvò Ramon.
E Alain: «Un tempo, l’amore era la festa dell’individualità, dell’inimitabilità, la gloria di ciò che è unico, di ciò che non tollera ripetizioni. Ma l’ombelico non solo non si ribella alla ripetizione, è un appello alle ripetizioni! Nel nostro millennio, vivremo all’insegna dell’ombelico. Sotto questa insegna, siamo tutti indistintamente soldati del sesso, con lo stesso sguardo fisso non sulla donna amata ma sullo stesso buchetto tondo posto in mezzo al ventre che rappresenta l’unico significato, l’unico scopo, l’unico futuro di ogni desiderio erotico». [9]

Nonostante sia immediato da parte del lettore il riferimento ai pensieri di Freud e di Lacan, Kundera non prova mai ad analizzare la psiche di Alain. Compito dello scrittore è cogliere e registrare la complessità dell’esperienza degli uomini nella vita moderna. In un’assolata Parigi, tra le vie del centro e i giardini di Lussemburgo si muovono i numerosi personaggi, affermati intellettuali borghesi, che si dimenano per cercare un senso alle proprie esistenze.

Tra numerosi riferimenti filosofici e altrettante digressioni – le ventiquattro pernici di Stalin, l’incontinente Kalinin, Kant, Hegel, Schopenhauer, gli angeli che perdono le penne – Kundera fa culminare il tutto in una festa chic, in un felliniano girotondo che suggerisce con tranquillo cinismo la soluzione al teorema della suprema insignificanza della vita.

 

[1] Milan Kundera, L’arte del romanzo, tr. it., Adelphi, Milano 1988, p. 36.

[2] Milan Kundera, La festa dell’insignificanza, Adelphi, Milano 2013, pp. 125-126.

[3] Gilles Deleuze, Marcel Proust e i segni, tr. it., Einaudi, Torino 1967.

[4] Milan Kundera, La festa dell’insignificanza, cit., pp. 13-14.

[5] Ivi, p. 45.

[6] Ivi, p. 46.

[7] Ivi, pp. 46-47.

[8] Ivi, pp. 92-94.

[9] Ivi, cit., pp. 118-120.

One comment to La festa dell’insignificanza, di Milan Kundera

  • Anna Russo  says:

    In genere sono una lettrice che salta di palo in frasca, ma Kundera è un’eccezione. L’ho letto quasi tutto, eppure l’unico libro che avrei voglia di rileggere adesso è L’arte del romanzo, che non è un romanzo. Di Kundera mi piaceva “l’insostenibile leggerezza”, non intendo il romanzo, il passare sulla complessità delle relazioni, sui malesseri, drammi, incomunicabilità senza mai affondo, senza nulla concedere al pathos, con lucida ironia. Poi, però, questa leggerezza mi è diventata sempre più insostenibile, terminavo la lettura con l’amaro in bocca e non vedevo possibilità di sfogo. Ecco perché, proprio l’ultimo romanzo, me lo sono perso! Il cinismo del girotondo finale non sarei riuscita a sopportarlo…

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