I soli rimasti in vita

Scritto da Fiorenzo Polito

10563513_303874643123301_645688429_nA Detroit, per antonomasia capitale della musica – ma immersa in un lugubre decadimento urbano, Adam (Tom Hiddleston) trascorre le sue notti asserragliato in casa, a tenergli compagnia un eccentrico esercito di strumenti musicale di ogni forma e dimensione, con cui egli compone con dovizia e passione musica oscura e underground. Al suo eremo, un’elegante villa d’altri tempi e dal tempo stesso corrotta, ha accesso solamente un suo ammiratore, il suo unico contatto esterno e forse in fondo anche amico, Ian (Anton Yelchin) E’ Ian che porta ad Adam tutto ciò che lui richiede – per la maggioranza altra strumentazione, ricercata e unica.

A Tangeri, Eve (Tilda Swinton) immersa nell’esotismo del Marocco, si gode la lettura di numerosi tomi – provenienti dalle più svariate epoche e scritti nelle lingue più disparate. E’ al Café Mille et une Nuits che incontra il suo amico di vecchia data, Christopher Marlowe (John Hurt). L’unico e originale. Perché Adam ed Eve sono da lungo tempo su questa terra, la conoscono bene, sono creature fuori dall’ordinario, vampiri.

E come tutti i vampiri, essi mantengono i buoni, vecchi costumi. Dormire di giorno per non esporsi alla luce, cibarsi esclusivamente di sangue – pur avendo abbandonato la violenza per procacciarselo e preferendo corrompere dottori per ottenerne di fresco e pulito in laboratori asettici.
La storia d’amore di Adam ed Eve si snoda attraverso il tempo e lo spazio, i secoli della storia che li hanno portati a conoscere coloro che hanno tessuto le trame del nostro patrimonio culturale – e i chilometri che li separano e che li vedono poi ricongiungersi in diversi momenti della loro esistenza.10538537_303874769789955_884905625_n

Adam soffre però di una profonda forma di depressione – apparentemente nemmeno le creature immortali ne sono immuni, e coltiva pensieri autodistruttivi e suicidi. Per tale motivo Eve decide di raggiungerlo, sennonché la loro tranquilla vita di coppia è messa in subbuglio dall’arrivo della sorella minore di Eve, Ava (Mia Wasikiwska). E’ questa una giovane, viziata e incostante, che irrompe nella tombale dimora di Adam, distruggendone l’atavico equilibrio.

Quanto vi è di certo è che l’ultimo lavoro di Jim Jarmusch, regista ormai noto per sue precedenti opere come Coffee and Cigarettes e Broken Flowers , non è un film per tutti – pur essendo oggettivamente un bel film, visivamente e sensibilmente ben fatto e piacevole, vuoi per l’accuratezza delle ambientazioni, l’ottima fotografia e la colonna sonora azzeccata.

Quando dico che per tutti mi riferisco principalmente allo stile narrativo del cineasta americano, che si discosta nettamente da qualsiasi linea guida tradizionale di story-telling, decidendosi per un approccio meno convenzionale. La storia si sviluppa infatti in senso verticale, prediligendo i livelli psicologici dei personaggi sullo svolgersi stesso della storia. Si dirà infatti che in questo film, in fondo, “non succede nulla”. Ma proprio a questa stasi, a questa mancanza di qualsiasi azione, ambiva a mio dire Jarmusch. Il suo scopo è quello di trasmettere l’umore di questa vita / non-vita. Un’esistenza che si trascina per secoli e secoli finisce ovviamente per avere uno schema e un ritmo del tutto diverso dalla frenetica vita di chi, invece, ha le ore contate.

Emerge infatti dalla pellicola un’inerzia di fondo, che si imprime nella lentezza stessa della vita di questi vampiri della modernità. Via crocifissi, teste d’aglio e bare. I protagonisti sono del tutto immersi nel mondo di oggi.

Un’altra caratteristica dello stile di Jarmusch è un ampio utilizzo del meccanismo dell’allusività. Di fatti, la caratterizzazione dei personaggi è resa mai in maniera palese o didascalica, bensì attraverso rimandi, fumosi e mai focalizzati, che insieme vanno a delineare dei protagonisti estremamente profondi e più umani degli umani stessi.
Fra i vampiri di Jarmusch e il resto dell’umanità si delinea infatti una dicotomia che non può sfuggire a nessuno, e che porta a chiedersi chi sia davvero morto e chi invece si possa ritenere veramente “vivo”. 10522072_303874639789968_17434097_n

Adam chiama gli uomini che si muovono attorno a lui “zombie”, esseri intrappolati in un limbo che nella loro ottusità non sanno nemmeno di popolare, un inferno in terra – cui si sono assuefatti, tanto da non riconoscerlo più. Mentre i vampiri manifestano uno spiccato interesse e un profondo amore per la cultura, le arti, lo sviluppo tecnologico, la natura – insomma, un senso di affezione e responsabilità per il mondo che li ospita, gli uomini vivono nell’incoscienza, nell’apatia – distruggendo così tutto ciò che li circonda.

Jarmusch dunque ci dona il ritratto, mesto e malinconico ma anche pieno di umanità, d’una razza che sta scomparendo, una razza condannata all’estinzione per autoconsunzione. Poco importa se nel film tale categoria assume tratti sovrumani, quella è solamente un costume, una finzione scenica. A estinguersi sono coloro che ancora calcano le strade del mondo in maniera cosciente e responsabile, a cui chiaro è ancora il senso della bellezza e della responsabilità che il vivere stesso comporta. Essi cedono il passo agli zombie, morti in vita e disillusi, destinati a condannare con la corruzione del loro sangue quanto ancora porta speranza nell’esistenza dell’umanità.

 

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