Con-dannati

Scritto da Nunzia Procida

10524949_10203529085139716_1928401327_n Cosa Nostra, come ogni forma di criminalità organizzata, si è ampiamente radicata nei territori di  appartenenza. Se da un lato la violenza è la manifestazione più tangibile della sua presenza – in  quanto richiama l’attenzione pubblica per la sua crudeltà – al tempo stesso un aspetto solidaristico  di parvenza ne fa accrescere il consenso sociale.

 Salvatore Lo Cascio riaprì gli occhi con le stesse paure della sera passata. Da quando la moglie lo  aveva cacciato di casa non aveva chiuso occhio, e l’ultima notte era stata la peggiore. Era rimasto per  tutto il tempo fra il sonno e la veglia, in un limbo oscuro che aveva sullo sfondo il terrore. La paura di  morire, una sensazione che, quando aveva fatto la sua scelta di vita, gli era del tutto estranea.

 Era conscio che aderire a Cosa Nostra non fosse esattamente come farsi assumere al catasto, ma un  pericolo reale non lo aveva immaginato. Da ragazzo guardava gli uomini d’onore del paese con  ammirazione. Conducevano un’esistenza agiata e riverita, quanto poteva vedere. In piazza erano  sempre eleganti, temuti, rispettati. Che dietro quella facciata si nascondesse un inferno di intrighi e veleni era un’idea che allora non lo aveva sfiorato.

Gli sarebbe bastato mantenersi leale verso i suoi superiori, pensava, e tutto sarebbe filato liscio come l’olio. Stare sempre un passo indietro, quello era il segreto, e così facendo a suo tempo avrebbe raggiunto la cima della piramide. La pazienza è una virtù che porta lontano, lui si affidava a questa convinzione. Con il carattere che si ritrovava non gli sarebbe costato molto aspettare il proprio momento. Erano altri quelli che si dovevano preoccupare. I picciotti troppo ambiziosi, gli scorretti, i giovani che con la smania di conquistare il potere iniziavano a sgomitare dal primo giorno.

Ne aveva visti tanti di quella risma perdersi in un niente, finendo puntualmente con le braccia e le gambe dietro la schiena, a mangiare la polvere. Incaprettatati, gettati nelle cisterne, dati in pasto ai maiali.

Rifiutavano l’idea di essere dei numeri? Era proprio quello che gli toccava, alla fine. Fare numero nella fredda statistica dei cancellati. “Lupara bianca” titolavano i giornali quando un giovanotto scompariva e si capiva che non si era trattato della classica fujtina, il sistema escogitato dalle famiglie povere per non affrontare le spese del matrimonio per i propri rampolli.

Ma lui non aveva nulla da temere. Era uno che si sapeva accontentare, Salvatore, uno a cui non pesava portare il rispetto ai più anziani. Per questo motivo don Michele lo stimava tanto, e non era il solo a farlo. Ogni anno, a Natale, nella sua abitazione c’era una processione di visite. Chi non aveva problemi di piccioli portava regali costosi, chi non si poteva permettere si presentava con un dolce fatto in casa o una forma di formaggio.

“Bussavano con i piedi”, come si dice delle persone che non possono farlo con le mani perché le hanno piene di doni. I più poveri venivano soltanto a fare gli auguri, ma venivano, e magari se ne tornavano a casa con qualche sporta di cibo, predisposta per la bisogna da quella santa donna di Teresa. Che nessuno potesse dire che Turi Lo Cascio non era un uomo generoso.

Si diresse verso la finestra. Non era il massimo, una stanza d’albergo alla periferia di Palermo, per un uomo destinato a scalare i gradini dell’onorata società. Ma la bufera sarebbe passata. Questione di tempo e le cose si sarebbero aggiustate.

Anche Teresa si sarebbe ravveduta e lo avrebbe scongiurato in ginocchio di tornare. Lui si sarebbe fatto pregare un po’, ma alla fine l’avrebbe perdonata e sarebbe rientrato a casa come un trionfatore.

Mentre si figurava la scena, due occhi attenti scrutavano il balcone. Videro le sue imposte aprirsi, lui che si affacciava. Turi non se ne accorse. Un filo di paura può essere un bene, aiuta a mantenere la concentrazione. Quando diventa panico, però, si trasforma in una iattura. Il timore di guardare in faccia la realtà fa voltare dall’altra parte, come fanno gli struzzi che mettono la testa sotto la sabbia. Così però non si vedono le cose e si diventa facili bersagli. Perché il pericolo resta lì, fuori dalla sabbia.

Salvatore era a quello stadio, con la guardia abbassata. Una brutta cosa per un uomo nella sua situazione.

(Brano tratto da I condannati di Roberto Riccardi,  Il Giallo Mondadori n. 3052, Mondadori 2012, pp. 114-115)

 

La “lupara bianca”, una delle più temibili quanto famigerate armi della mafia, è capace di uccidere, inghiottire e di non lasciare tracce dietro di sé ma solo atroci dubbi; l’esserne “vittima” è una possibile, quanto concreta, risposta della mala ai suoi stessi adepti che giurano rispetto e obbedienza alla compagine mafiosa. Gli omicidi spettacolari, invece, sono riservati agli uomini dello Stato, scortati: la loro potenza visiva si associa al devasto, un deterrente per chi si interessa agli affari di Cosa Nostra.
 

Ne I cento giorni a Palermo (Giuseppe Ferrara, 1984), il generale Dalla Chiesa (Lino Ventura) viene mostrato deciso, competente su tutti gli aspetti del crimine mafioso, dagli omicidi agli affari, accolto dapprima con ossequio e poi con fastidio. Dopo l’iniziale felicità, si addensano i presagi. Qui vi proponiamo la scena della festa a Monreale, dove gli stessi notabili che lo applaudono si spartiscono un’enorme cassata a forma di Sirena, simbolo di Palermo, e la brutale uccisione dei coniugi Dalla Chiesa, mentre una sera stanno per andare a cena.

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