Se insaponi abbastanza…

Scritto da Francesco Corigliano

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Ieri ho finito di leggere Fight Club. Doveroso ricordare ai simpaticoni che leggendo stanno pensando “eheheh la prima regola del fait clebb e’ non si parla del fait clebb!!!1” che questa cosa non fa più ridere e per favore smettetela.

In effetti ci sono tante cose di cui parlare. È interessante la struttura circolare, l’andamento “a elastico” del tempo narrativo, i flash continui inframmezzati da frasi e pensieri, in un flusso di coscienza un po’ scattoso e sferragliante.

In questo senso, è singolare quanto il libro e il film abbiano, da un punto di vista stilistico, delle grosse affinità. Sarà stato bravo, Fincher, o forse solo pigro? Non so. Ma il libro si divora e neanche la stizzita postfazione di Fernanda Pivano, alla fine dell’edizione Mondadori, riesce a sviare il discorso da quello che, secondo me, è il punto centrale. Ovvero una parte del tema.

Non tutto il tema, ovviamente. Certo si estremizza. Certo, si mitizza, si esagera. Ma io non credo che il libro abbia fatto successo perché dice di distruggere tutto, e non credo che sia altrettanto godibile ora soltanto perché spiega come fare l’esplosivo con la lettiera per gatti.

Leggere Fight Club oggi non significa molto di diverso, o molto di più rispetto a quello che poteva significare 18 anni fa. Fight Club oggi ha una portata identica a quando è stato pubblicato: sono cambiati i mezzi, e le situazioni, ma neppure di tanto. Quello che resta del libro è sempre, credo, la sensazione di uno schiaffo.

È cambiato un po’ il mondo, sì. Sono cambiati i rapporti. Adesso non abbiamo bisogno di gruppi di sostegno e di condivisione del dolore. Non c’è più bisogno delle pasticche di sentimento, delle due ore di comprensione. Ora ci sono i social network, dove il sentimento è diluito per tutto il giorno, sempre disponibile, sempre pronto. Ogni tipo di sentimento: l’odio, se ti piace leggere i commenti ottusi, razzisti, fanatici; l’amore, se ti piace spararti endovena le citazioni dai film Disney, o le frasi che Ghandi non ha mai pronunciato; l’ironia, l’intelligenza, la sagacia da 10 kilobyte di una battuta sarcastica, una di quelle su quanto sia difficile al giorno d’oggi trovare persone intelligenti come noi.

Non abbiamo più bisogno di lamentarci del nostro lavoro, perché non lo abbiamo. Il nostro lavoro è stare connessi, scrivere sui blog, mantenere il più possibile intatta l’illusione che tutto quello che facciamo è assolutamente – assolutamente – importante, e che chi non capisce questo è un cattivo, un invidioso o al massimo uno stupido. E quelli che il lavoro ce l’hanno, non sanno perché odiarlo: alla fine ti pagano, che ti frega?

Non ci preoccupiamo di mobili. Di abiti sì, e di parole ben lucidate da sfoderare nelle occasioni buone; il punto non è più l’arredamento di casa, perché le case non sono più fatte per essere viste; il punto è quanto va veloce internet. Se ti connetti con un account diverso, da un pc diverso, sei una persona diversa?

Qualcosa è cambiata, insomma, sì. Sono cambiati i colori, le vernici, ma sotto sotto – neanche tanto sotto, in realtà – la carrozzeria ammaccata è sempre la stessa. Quella rotta dalle botte, dalle craniate, (de)formata da un atteggiamento di stolida e spensierata pesantezza, ma mai dagli schiaffi.

Fight Club è uno schiaffo e porta un messaggio di rivoluzione, certamente. Ma non di una rivoluzione qualsiasi. Il succo è quello della Rivoluzione, quella con la “R” maiuscola, quella che anche la Nike è riuscita a infilare in una dei suoi spot: “be your own revolution”, combatti te stesso, ribellati a ciò che ti fa sembrare assurda la ribellione. E noi tutti la ribellione l’abbiamo sempre sulla punta della lingua. E la politica, e l’Unione Europea, e la Merkel e la Germania e Israele e la violenza sugli animali e il comitato ambientale e SVEGLIAAA e i soldi e gli esami e questo, e quello, e quell’altro. Qualcuno dice che dovremmo anche ribellarci dal mangiare.

Tutte cause giuste? Può darsi (sulla ribellione al mangiare in realtà ho delle riserve)(a me piace mangiare). Tutte cause, però, che partono da uno stesso presupposto: la giustizia dell’Io, l’ingiustizia del mondo, la necessità di correggere attraverso un modello di correzione perfetta, o quasi perfetta, che è appunto la nostra testa. Ribelliamoci, sì, ma come dico io, in base a quello che ho visto io, che ho letto io, che ha detto quello o quell’altro, e se tutti la pensiamo allo stesso modo non è certo perché abbiamo letto le stesse solite cose, ma perché di sicuro abbiamo ragione. Ragionissima.

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Leggiamo Fight Club. E poi pensiamo che forse non correggeremo mai nulla, nel mondo, se non guardiamo a quanto siamo sbilenchi noi stessi. Pensiamo che non possiamo rivoluzionare una mazza di niente se viviamo ogni giornata pensando di avere sempre ragione. Pensiamo che non esiste ribellione reale che non tocchi pure il nostro cervello; e prima di chiamare gli altri servi, pecore, schiavi, pensiamo a chi ci ha insegnato quelle parole, a dove le abbiamo viste la prima volta. Prima di dire a tutti che sono inquadrati, e bigotti, e banali, pensiamo al fatto che il modo migliore che abbiamo per esprimere il nostro (?) disagio è un post su Facebook. Guardiamoci un po’ in faccia, ma senza webcam o fotocamere: è stata l’arguzia su Twitter a darci quell’espressione? Sono state le foto di cornetti su Instagram a farci quegli occhi, quella smorfia? Sono le visualizzazioni sul blog a darci il colorito?

Leggiamo Fight Club e viene da pensare che darsi uno schiaffo, un bel ceffone sulla guancia, da soli, magari davanti allo specchio, è il primo vero passo verso la rivoluzione. Pensiamo che se non si può scalfire la nostra soddisfazione di noi stessi, la certezza della verità, finiremo solo col piangere di più quando la prenderemo in quel posto. Abituiamoci da ora, da subito. Vediamo cosa sappiamo fare, cosa non sappiamo fare. Picchiamoci, distruggiamoci un poco; tocchiamo il dolore e diciamoci “sì, tutto sommato potrebbe andare peggio”, “sì, tutto sommato non era così chiaro”, “sì, tutto sommato non sono perfetto”. Non siamo perfetti, non siamo i poveri reietti in attesa di giustizia, non siamo soli contro tutti. Siamo soli contro noi stessi, uno contro uno, e piuttosto che abbracciarci da soli, accarezzarci e darci pacche sulle spalle – “sei un piccolo raggio di sole Ermenegildo puoi farcela : )” – dovremmo iniziare a prenderci a schiaffi. Prima che sia qualcun altro, qualcos’altro, a farlo.

Scordiamoci la rivoluzione per le strade, il complotto, i sovversivi. Le “one man revolutions”, i Tyler Durden, i Piotr Verchovenskij, forse esistono solo nei romanzi. O forse no, ma che importanza ha? Smettiamo di cercare l’uomo o la donna o l’idea che cambierà la società, che renderà tutto più equo. Non è in giro, non si vede, non siamo noi. Nessuno arriverà a salvarci. Non lo dico io, non lo dice la Nike né Palahniuk: lo dicono le cose che ci sono e soprattutto quelle che non ci sono.

Diamoci uno schiaffo, ogni tanto, magari davanti allo specchio. La guancia brucia, gli occhi si inumidiscono. Noi non siamo il centro caldo dell’universo, non siamo i piccoli raggi di sole perduti, non siamo le vittime della società. Siamo quei tizi con la guancia arrossata davanti allo specchio.

Questa è la tua vita, e sta finendo un tweet alla volta, un post alla volta, un commento alla volta…

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