Bagliori tra le onde. “La lucina” di Antonio Moresco

Scritto da Francesco Corigliano

713fAQWzm9L._SL1367_L’altro giorno ho finito di leggere La lucina di Moresco, dopo che gli avvenimenti narrati qui mi avevano incuriosito. Peraltro il periodo è propizio, perché l’idea di fondo è un buon programma per l’estate: andare ad abitare da soli in un borgo abbandonato, sperduto tra le montagne, unici occupanti dell’unica casa che non sia ridotta ad un ammasso di macerie fatiscenti, distanti chilometri da qualche traccia di civiltà. Allettante, vero? E in effetti cosa potrebbe andare storto?

In realtà, quando niente va per il verso giusto è come se nulla possa veramente andare storto. È anche questo uno dei tanti sensi del romanzo di Moresco. Il protagonista fugge gli uomini per poter trovare una pace che anche la natura sembra negare: perciò o essa è impossibile, o essa si risolve in qualcosa di diverso dalla serenità e dalla placidità dei cieli stellati. La riflessione resta quindi sul caos del mondo, sulla sua brutalità, sulle sue leggi non insondabili ma anzi, così chiare, da fare male.

Questo discorso si traspone anche a livello stilistico. Il romanzo di Moresco è un imbrigliamento della violenza. La bestialità e la crudeltà della vita – e chissà, forse anche dell’esistere – si contorcono in volute eleganti, in torsioni gentili, in un appianamento che nulla toglie alla ferocia della lotta per la sopravvivenza, al massimo contribuendo a renderla ancora più vivida.

E di vividezza si parla tanto nel romanzo, quella stessa che emerge dal contrasto tra la volontà d’affondare – una volontà tutta dovuta alla stanchezza, allo spavento verso il caos della vita – e l’orrore per quell’oceano che dovrebbe accoglierci e divorarci. La voce narrante osserva la distruzione continua del mondo; vorrebbe fuggirla; intuisce che forse l’unico modo per scamparle è, semplicemente, annullarsi entro essa.

Intuisce, però; non sa. E in questo romanzo nessuno sa niente: non sanno le rondini quale sia il motivo del loro esser folli, non sanno gli insetti perché scavano per nascondersi negli anfratti della terra; non sanno, eppure fanno. E appunto anche questo dovrebbe fare il personaggio, che continuamente dubita, continuamente crede, continuamente suppone: dovrebbe, nonostante l’incertezza, arrendersi al moto centripeto della vita.

In questo vortice di radici foglie ali e rocce franate, spicca la figura del bambino. Un altro essere, che come il protagonista si rifugia in azioni quotidiane, abitudinarie.

Particolarmente significativo mi sembra questo insistere sulle attività quotidiane, che accomuna entrambi: sembra che la descrizione accurata delle attività di cucina, del lavare i vestiti, i piatti, sistemare la casa, sia uno dei pochi appigli offerti contro le cascate di imprevedibilità che scuotono il mondo.

Ma perché opporsi con gesti così piccoli? Beh, la motivazione è lo stessa del protagonista: un perché che probabilmente esiste, certo, ma che nessuno dei due forse conosce; un’altra manifestazione, insomma, dell’agire nervoso e inconsapevole della vita, sul quale la voce narrante tanto si interroga, non riuscendo forse a vederne l’influenza su di sé.

In realtà il rapporto col bambino, che dovrebbe lasciar intravedere una scappatoia al pandemonio della vita o quantomeno un modo per relazionarvisi pacificamente, si risolve in un finale che – a mio modestissimo avviso – piuttosto che risultare chiarificatore, o almeno in grado di far intuire un nuovo spiraglio di senso, finisce col confondere ulteriormente le acque. Si verifica un cortocircuito (che sembra preparato già dalle pagine precedenti) che porta a confondere le identità del protagonista e del bambino, senza che questo faccia scattare quel meccanismo di comprensione che, per la verità, non è del tutto lecito aspettarsi in forma pura da un libro del genere.

In effetti questo si può dire: La lucina è un quadretto, una finestrella sul casino del mondo, un oblò che probabilmente non pretende di far vedere la terraferma o la giusta rotta ma, al massimo, un’altra nave persa tra i flutti. Un punto di riferimento sballottato, sciagurato, ma pur sempre un punto di riferimento.
Sembra di essere una nuova Odissea, quindi, e in effetti l’ambito epico sembra esser rievocato anche da certi procedimenti stilistici (sopra tutti la ripetizione di sostantivi con annessi aggettivi, come mi ha fatto notare una persona a cui ho prestato il libro; prestate i libri, vedete che serve?). Qui però l’Odisseo protagonista non ritrova però la sua Itaca; o, se la ritrova, ne trova i confini, la natura, la stessa posizione alterata, non distinguendola più dal mare in tempesta.

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