Delitti e Segreti (Kafka) – S. Soderbergh, 1991

Scritto da Annarita Lista

10567929_271227239746917_580422129_nIn prima battuta si presenta grigio, greve e soporifero. Ma se qualcuno lo scegliesse per gli effetti negativi che crede possa sortire, credo resterà fortemente deluso: presto ci si accorge che questo lungometraggio del 1991, di Steven Soderbergh, merita di essere visto fino ai titoli di coda. Uno di quei casi in cui è bello sapere tradite le proprie aspettative: 90 minuti in bianco e nero (ed in parte assai minore a colori), thriller un po’ giallo e un po’ noir, il regista si ispira liberamente alla romanzesca biografia di Franz Kafka, senza lesinare riferimenti alle sue opere più note. La ripresa di temi presenti ne Il Processo e ne Il Castello, entrambi pubblicati postumi, balzano all’occhio del lettore/spettatore allenato.

Di Kafka, interpretato in modo consapevole ed accorato da Jeremy Irons, ci sono i principali dati biografici e un accenno di orecchie a sventola: così come nella realtà, Franz vive e lavora a Praga in un istituto di assicurazioni e sogna di fare lo scrittore, mestiere tanto deplorato ed impedito da un padre forse troppo autoritario e sordo di fronte ai bisogni di suo figlio. Non è un forte, anzi, si barcamena tra ricatti ed paternali ed ha timore persino del fattorino delle consegne, non riuscendo ad imporre la propria superiorità intellettuale, non ancora pienamente sbocciata. La vicenda si svolge in una Praga gotica come solo le notti d’autunno la sanno rendere, tra gli aliti di vento che rompono la nebbia contro le statue del Ponte Carlo e le guglie delle porte precedenti la 10589062_271227243080250_111944298_ngrande Piazza di fronte al Castello. Siamo catapultati nel 1919, in un miscuglio di malavita serpeggiante per le strade della città – olezzanti di fogne e malandrini – e un rigurgito di Belle Epoque, trasposta nei suoi tratti più insipidi nell’Europa dell’est, che prevede l’emancipazione femminile al punto tale da ritrarre le donne mentre bevono e fumano lascivamente e senza remore mentre inscenano piani da bombarolo professionista.

Il Kafka del film è impegnato a tenere a bada i propri aguzzini sul lavoro e ad indagare sulla sparizione del suo amico e collega Edouard Rabain, ucciso da una creatura che nulla ha da invidiare a Freddy Krueger –  senza maglietta a righe, come lo spettatore ha l’onore di vedere in primissima battuta – ma creduto morto suicida dalle autorità. Relazionatosi con Gabriela (Theresa Russell), amante di Rabain, Kafka entra in contatto con un gruppo di anarchici sovversivi che hanno creato una rete fitta di contatti che vuole quasi avere la pretesa di competere con quella statale. Kafka è impacciato, ma il percorso di iniziazione (e di maturazione) impenna e prende il volo, concedendogli la scaltrezza necessaria per riuscire a barcamenarsi tra le indagini che lo vedono coinvolto e gli attacchi di un automa orrido e violento – programmato alla messa in atto delle eliminazioni da quelli del Castello. Investito della promozione sul lavoro che sarebbe spettata al suo amico morto, viene a conoscenza del caso seguito precedentemente da Rabain, ovvero gli infortuni sospetti della fabbrica Orlac, ripagati dalla società di cui Franz è dipendente.

Passato da un eccesso all’altro, dall’oscurità alla luce della consapevolezza di troppe cose e soffocato dagli intrighi e dalle congiure, Kafka riesce ad intrufolarsi nel Castello. Il Castello è un’altra dimensione, sia mentale che fisica: come si evince dal romanzo omonimo, è un luogo aggrovigliato, mastodontico e alienante – tutto meno che accogliente – che aumenta a dismisura la 10565687_271227246413583_2000703768_n(probabilmente) già innata frustrazione dell’uomo moderno. A differenza del resto della pellicola, del Castello e delle sue vicende si narra a colori, senza che il regista si senta in obbligo di darne spiegazione palese. All’interno del Castello sono conservati i segreti più oscuri e si attuano i meccanismi più perversi di tortura. Si fa luce sulla scomparsa del un gruppo di sovversivi, tra cui Gabriela, e si respira corruzione e cattiveria. Kafka, seppure accerchiato e psicologicamente fragile, riesce a portare a casa la pelle, custodendo per sé le orrende visioni di un mondo tecnologicamente avanzato rispetto a ciò che sta fuori, ma allo stesso tempo arretrato e vicino alla ferinità sotto il profilo psicologico. Di ritorno al lavoro, tutto sembra come prima: l’aria è calma, quasi noiosa, e Kafka viene chiamato a riconoscere il corpo di Gabriela – che da chiari segni scopre essere stata uccisa nei laboratori del Castello – e ad archiviare il fatto come suicidio, l’ennesimo. L’inquisizione, le imposizioni e le domande retoriche a Franz/Josef K. – protagonista de Il Processo – sembrano svanite nel nulla, portandosi con sé gli amici e lasciando puzza di terra bruciata ed insoddisfazione.

Soderbergh non angoscia, il nero è viscido ma non gli sfugge dalle mani: modella la materia secondo i suoi scopi e riesce ad essere asettico anche quando mostra tagli, iniezioni e lividi. Kafka è ritratto nelle sue implicazioni d’affari e sentimentali, profondamente legato ad un’anima in pena che scompare – ufficialmente suicidandosi, ufficiosamente soffocato dal potere – senza neanche lasciargli un testamento ideale. Emerge, in battuta finale, il legame col padre: riflessivo, profondo e accorato, Franz gli scrive una lettera, l’ultima, realmente esistente e nota come Lettera al padre del 1919, appunto, e pubblicata postuma, tinta d’inchiostro e macchiata dal sangue di un colpo di tosse che è il preludio della tisi, di cui morirà ancora giovane nel 1924, lasciandoci di lui decisamente troppo poco da leggere e troppo da ricostruire ed ipotizzare.

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