Sapere cosa fare

Scritto da Francesco Corigliano

heart.brainL’altro giorno ho accompagnato un amico che doveva intervistare Antonio Moresco. Ci siamo seduti ad un tavolino, abbiamo parlato di letteratura, di editoria, di mondo. È stato un momento davvero piacevole, che credo che ricorderò a lungo sia per l’emozione, sia per la vergogna di parlare con un autore simile di cui ho letto pochissimo. Mi dico che così mi resterà più impresso in mente, anche se sa di giustificazione. Boh. In ogni caso touché, cara realtà, me l’hai fatta ancora una volta.

Comunque, tra i tanti punti toccati nella conversazione ha spiccato quello relativo alla condizione della letteratura oggigiorno. Si ha accennato alla lettera dello stesso Moresco a Baricco, in cui si discuteva sul ruolo dell’autore.
Personalmente, sto totalmente con Moresco. E ci sto senza cognizione di causa.
Cioè? Cioè, mi sembra che l’idea dell’immobilismo sia talmente radicata e abbia talmente attecchito, che da un punto di vista meramente emotivo sia fin troppo facile rimanerci attaccati, soprattutto inconsapevolmente. Io dico, razionalmente so, o quantomeno credo di sapere, che la letteratura non può essere solo un aggeggio, un marchingegno, un orologio dalla portata minuscola; so che nella letteratura esiste un impulso, una carica che trova senso soltanto nel momento in cui viene rilasciato, e che non può essere mero bozzetto di un momento; so che, nonostante tutto quello che vorremo raccontarci, il mondo è ancora fatto da umani e da umani condizionato nel bene e nel male.
Questo lo so, ma non sento, e non lo sento per tanti motivi – motivi di natura sociale e culturale e questo e quello – che mi portano ad avvertire che, tutto sommato, credere che la letteratura possa qualcosa è, ormai o da sempre, un po’ ingenuo.

Si avverte, in sostanza, l’opposizione tra uno sconforto generalizzato riguardo le possibilità dello scrivere (cito ancora una volta un mio racconto che tratta quasi di queste cose) e una riflessione razionale – e però forse libresca, derivata da modelli sorpassati – che non si riesce a mettere in pratica. Sappiamo ma non sentiamo, e perciò non riusciamo.

Vero è che una delle principali occupazioni delle società è convincersi che non potrebbero essere diverse da come sono; creare cioè palliativi, o giustificazioni. Siamo davanti ad una giustificazione alla giustificazione? O chissà, magari la letteratura è un antidoto a questo? Sempre ammesso che parlare di antidoto sia corretto, dal momento che questa – forse – non è una patologia, ma uno stato naturale e fisiologico; cioè, forse la letteratura non può fare granché, forse è davvero un breve lavoro da calzolaio, forse non ha mai realizzato niente o comunque non l’ha fatto direttamente.
Forse ha ragione  Baricco, insomma, e dovremmo insistere soltanto sul lato minuto, meccanico, superficiale delle cose, perché di altri lati non si può parlare.

Non lo so. Penso però che questa visione, piuttosto che razionalissima e necessaria, sia al contrario emotiva, perlopiù pietistica, vittimista, rassicurante – e un po’ inetta – delle possibilità della letteratura e, in definitiva, dell’intellettualità. Penso che più che essere frutto della logicità, questo atteggiamento sia piuttosto arrendevole nei confronti di ciò che si sente, della sensibilità più immediata e condizionabile; insomma arrendevole.

Si capisce la tristezza e la debolezza e la piccolezza e tutto quanto, va bene, è un mondo terribile e prima o poi moriremo tutti, ok; ma davvero pensiamo che la soluzione migliore a questa situazione sia spiaccicarci sulla nostra incapacità e sulla nostra sofferenza, poveri noi? Non tentare più?
Dice Moresco: “La letteratura è una cruna, bisogna riaprirla di continuo”. Ecco, questo lo sappiamo, ma non sentiamo, come si diceva prima. Sappiamo ma non sentiamo. Ma forse è venuto il momento di farsi un po’ di coraggio, mettendo da parte il senso di inutilità e considerando che, logicamente, non c’è rimasto altro da fare se non provare.

Si dice che la razionalità sia fredda ma a volte, ecco, anche il cuore può essere una tomba.

3 comments to Sapere cosa fare

  • Anna Russo  says:

    Concordo con te che concordi con Moresco, e ti invidio se ci hai parlato di persona. Ho preso parte alla presentazione di Fiaba d’amore, qualche mese fa, in una libreria cittadina. In quella occasione ho avuto modo ascoltare Antonio Moresco e sono tornata a casa con una sensazione positiva, di fiducia nella letteratura, di amore verso la letteratura colta nella sua purezza e nella sua potenza. Bello.
    Mi ha colpito la sua evidente introversione, quasi una forma di pudore di fronte al pubblico, benché non troppo vasto e piuttosto passivo. In realtà eravamo tutti piuttosto incuriositi dalla sua persona e dal suo romanzo breve, stravagante.
    Ci spiegava che una fiaba è necessaria al giorno d’oggi proprio perché la letteratura troppo spesso si accontenta delle strettoie del verosimile, del realismo ad ogni costo. E non cerca più l’impossibile, che invece la realtà talvolta schiude. Fiaba d’amore non assomiglia a niente di ciò che avevo letto in precedenza. Una storia ipnotica, in cui le parole sono misurate e perciò più pesanti, più dense. Ho portato con me l’impressione che in questi anni autori e romanzi si siano accontentati, precludendosi alcune strade e non mettendo in atto molte delle potenzialità offerte dalla letteratura.

  • Francesco Corigliano  says:

    Credo che “pudore” sia un termine molto adeguato al suo atteggiamento.Quasi remissivo, però allo stesso tempo determinato nel dire. “Fiaba d’amore” sarà tra le mie prossime letture, se merita una così buona presentazione.
    Anche “accontentati”, ecco,mi sembra una parola azzeccata! Accontentati, e anche auto-giustificati.

  • […] Francesco Corigliano su Sapere cosa fare […]

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