Can che abbaia, morde – “Infernalia” di Clive Barker

Scritto da Francesco Corigliano

LibriDiSangueConoscevo Clive Barker esclusivamente per due motivi: i videogiochi in cui l’avevo visto nominare (Clive Barker’s Jericho e Undying), e per il fatto che avesse avuto a che fare con Hellraiser. Per il resto era soltanto un nome affascinante – per quanto possa suscitare fascino uno scrittore che si chiama “abbaiatore”– che mi ero ripromesso di approfondire prima o poi.
Grazie a Erman Petrescu, infine, ho avuto modo avere un confronto diretto con il primo Libro di sangue di Barker, Infernalia (la cui prima edizione è del 1984). Divorato in tre giorni. E come si fa a non divorare questi sei racconti che, peraltro, anche di divorare trattano?
Su un substrato che prende a piene mani dalla tradizione più tipica del racconto del terrore, Barker pianta delle storie di creature demoniache, corpi sbranati e morbosità fitte e dense. Storie che osano, a volte quasi troppo, restando però sempre all’interno di limiti accuratamente calcolati, che si distinguono per raffinatezza.

I sei racconti di questo volume (peraltro vi prego di informarvi sulla grottesca storia delle edizioni italiane dei Libri di sangue, che forse fa più paura di qualsiasi racconto del terrore) non sono certamente tutti allo stesso livello. Ad esempio il primo, Il libro di sangue, non mi sembra spiccare né per originalità né per tecnica, per quanto sia comunque godibile; anche Sesso, morte e stelle, per tematiche, si avvicina ugualmente ad un contesto ortodosso, ma a differenza del primo racconto riesce in una buona reinterpretazione, complice sicuramente il tema del sesso, che concede momenti particolarissimi e divertenti (e che peraltro ritorna in quasi tutti i racconti). Divertente è anche Il Ciarlierlo e Jack, che coniuga momenti spassosi ad una malinconia di cui non si farebbero capaci né demoni né importatori di cetrioli. È divertente pensare che, tenendo presente questa storia, tutti i film di possessioni e infestazioni varie assumeranno un gusto un po’ diverso, un po’ più comico. Anche se poi ripenso ad Insidious e penso che ci sono film che fanno da sé.
Molto buono, anzi buonissimo Macelleria mobile di Mezzanotte, dal taglio decisamente lovecraftiano e secondo nella raccolta non soltanto per ordine, ma anche per qualità.

Sul terzo racconto mi vorrei concedere qualche divagazione, perciò se vi siete già annoiati a questo punto o saltate il paragrafo che sto per scrivere e andate direttamente all’ultimo (che è sul sesto racconto), oppure chiudete proprio la pagina e andate a farvi un tè. Scelta vostra, eh. Comunque a me il tè fa schifo.

Dicevo, nella raccolta si individua un uso sapiente della tecnica, un’abilità il cui controllo sembra però sfuggire in Mai dire maiale, il testo che ho trovato meno riuscito e al contempo più interessante. Chiaramente EHI EHI ATTENZIONE SPOILER. Riassumendo molto e per necessità, nel racconto Redman – un poliziotto che lavora in una specie di riformatorio – scopre che Henessey, un ragazzino che si dice esser fuggito mesi addietro, si è in realtà impiccato e il suo spirito ora possiede il corpo aggraziato di una scrofa, dopo che questa ne aveva divorato il cadavere. Questa scrofa è cattivissima e chiede che le vengano offerte in pasto le candide carni di altri ragazzini riformanti, in particolare quella di un certo Lacey. Tutto il riformatorio, ragazzini e adulti, è soggiogato alla bestia e procede a portarle da mangiare Lacey mentre Redman tenta di impedirlo. Ovviamente finisce a schifio.
Comunque, il racconto risolve male, perché l’autore forza un po’ troppo la mano sul processo di umanizzazione della scrofa nello stesso momento in cui questa ha a che fare con Lacey, causando – mi sembra – un mezzo cortocircuito che porta una confusione sull’identità del maiale, che non si sa più se sia una semplice bestia, se sia Henessey, o se sia Lacey. Il bello è che questo cortocircuito, per quanto non funzionale ai fini del racconto, sembra preparato; e in particolare a causa del rapporto tra il protagonista e Lacey. Redman si lascia sfuggire, in un momento in cui non c’è alcun bisogno di sapere una cosa del genere, che forse vuole salvare Lacey perché in realtà vorrebbe portarselo a letto; Redman stesso è chiamato più volte “maiale” dai ragazzi del riformatorio; nella scena finale, Lacey cavalca il maiale, e mentre la scrofa sentenzia sulla bestialità degli essere viventi il ragazzino addenta Redman. Questo procedimento porta a caricare ulteriormente la figura del suino, quasi come se potesse essere un doppio del protagonista; e invece, dopo una parte iniziale, a tre quarti del racconto troviamo una sequenza nella quale la scrofa non è nettamente individuabile come “cattivo” – fino alle ultimissime righe del racconto.
Ne consegue che un processo di costruzione lenta, che percorre tutto il racconto e che è gestito con una certa maestria, si disarticola per un nonnulla – nello specifico, una descrizione dell’animalità di Lacey alla tipo penultima pagina – e s’ingolfa, confondendo il lettore e impedendo d’apprezzare il finale (che comunque non è ‘sto granché).

Solo un caso? No, semplicemente non tutte le ciambelle riescono col buco. Negli altri racconti, la stessa precisione tecnica funziona a meraviglia. Fino all’ultimo pezzo, In collina, le città , un racconto che a mio parere osa così tanto da reggersi solamente sulla sua stessa follia. Non vi dirò niente, perché non voglio rovinare la sorpresa a nessun
Anzi invece voglio dire un sacco di cose perciò ATTENZIONE SPOILER X2 il solo fatto che per il lettore sia difficile immaginare quella pazzesca, malata, stupidissima idea del gigante fatto di uomini contribuisce a tenere la narrazione in una sospensione che a volte rasenta il magico – come si fa, come si fa a non pensare a qualche fiaba, quando il titano fatto di uomini donne e bambini si siede a tenersi la testa tra le mani? – e che però sa sprofondare in visioni grandiosamente apocalittiche – avete mai pensato alla caduta di una città in senso letterale? Non assedi persi, né mura che crollano, ma cittadini che sprofondano gli uni sugli altri, spiaccicandosi per centinaia di metri in un pandemonio di sangue e ossa rotte? – che, miracolosamente (e quante volte si parla di miracoli, in questo racconto!) reggono, reggono, anche nel finale che è un po’ da paraculo (pochino, e un po’ deconcentra pure) ma che probabilmente non poteva essere diverso. Dove sarà andato il gigante? Boh. Se Judd è morto e decomposto, lo stesso sarà avvenuto a lui? Chissà.
L’unica cosa che si sa è che dovreste leggerlo. Fatelo, e non ve ne pentirete.

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>