Trailer letterari

Scritto da Nunzia Procida

10634185_10203973480089312_729721339_nNon è un romanzo né una comune raccolta di racconti.

Trailer letterari è un possibile viaggio in una videoteca dove, gironzolando fra gli scaffali, si scorgono titoli noti; ciascuno con la propria storia, con il proprio sentire, con la propria voce. Ciascun film, mentre viene raccontato così come apparso sul grande schermo, prende nuova vita davanti ai nostri occhi, viene fagocitato dall’autore che lo fa rivivere raccontando un’altra storia, con altri protagonisti, con altre parole. Eppure qualcosa della pellicola rimane: un dolore, un dubbio, un pensiero, un’emozione, un ricordo. E, come tutti i ricordi, dura il solo attimo di un batter d’occhi, lo stesso tempo tra un frame e l’altro.

Ogni Cosa è Illuminata

Un delicato viaggio nel tempo attraverso la memoria in cui la figura del nonno racchiude in sé un ruolo chiave nella crescita di un bambino e nel suo futuro di uomo.

“Perché ho paura di dimenticare…” Jonathan

TEMPUS FUGIT

La domenica mattina era sempre un giorno speciale per me e mio fratello che a quell’età avevamo ben poche preoccupazioni a cui dare in pasto il nostro tempo libero. Il primo pensiero era trascorrere nella maniera meno noiosa possibile la messa, tornare a casa, spargere senza un ordine prestabilito i vestiti buoni della festa e toglierci quelle maledette scarpe di una scomodità medievale. E rimanere lì ad aspettare l’arrivo del nonno che, ogni domenica alle 10, puntuale, ci veniva a prendere con quel sorriso rassicurante e ci portava a fare delle lunghe passeggiate. Solo noi tre.

Io e Marcolino non vedevamo l’ora di scrollarci di dosso una settimana passata fra i doveri dell’infanzia, gli orari scanditi in modo insopportabilmente preciso e i compiti a casa, che limitavano fortemente la libertà d’espressione di noi piccoletti che avevamo una voglia incontenibile di scoprire quel mondo che ci appariva incredibilmente interessante dalla finestra di quell’aula della scuola elementare “Giuseppe Mazzini”.

Dopo le raccomandazioni di rito di mia madre che ci invitava fortemente a non sudare e a stare sempre vicino al nonno, la nostra domenica avventurosa poteva avere inizio. Che poi di avventuroso non aveva un bel niente perché nonno Vittorio ci portava sempre nello stesso posto, il luogo dove aveva lavorato per anni: “La peschiera”, ovvero la banchina dove ritrovava i suoi amici 10695005_10203973480809330_528456299_npescatori che lo salutavano e lo riverivano come un vecchio decano che aveva passato la vita ad insegnare a tutti loro l’arte della pesca sulla paranza.

Io e mio fratello, con lui, non avremmo mai potuto annoiarci perché ciò che ci piaceva da morire, e rendeva rocambolesche ed eccitanti le nostre passeggiate, era la libertà che nonno Vittorio sembrava disposto a regalarci, come se non avesse mai smesso di pensare come un bambino e capisse le nostre esigenze.

Niente mano quando si attraversava la strada e solo uno sguardo attento quando i suoi nipotini, di sei e otto anni, si preparavano come sui blocchi di partenza alle Olimpiadi e si profundevano nel loro miglior scatto verso un traguardo immaginario che, immancabilmente, faceva discutere me e mio fratello su chi era arrivato prima. Nonno Vittorio se la rideva sotto i baffi che non aveva e, alla richiesta di prendere una posizione su chi era il vincitore, riacquistava immediatamente la serietà che si confà ad un giudice la cui sentenza insindacabile poteva decidere le sorti della domenica. Non si sbilanciava mai e dava ogni santa volta la colpa alle sue cataratte che non lo avevano fatto vedere bene. Noi protestavamo e lo invitavamo a guardare meglio e a rivolgerci tutta la sua attenzione quando ci sarebbe stata la gara successiva.

Solo molti anni dopo scoprii che quelle cataratte che nominava sempre il nonno non erano affatto delle vecchie bacucche che lo distraevano mentre noi bimbi gareggiavamo fino ad essere esausti.

Con buona pace delle raccomandazioni di nostra madre.

Dopo aver tirato i sassi in mare cercando di fargli compiere più rimbalzi possibili e dopo aver effettuato la solita capatina in sala giochi era già arrivata ora di pranzo. Noi tre dovevamo ritornare assolutamente.

Il menu fisso della domenica prevedeva lasagne, pollo arrosto con patate, frutta e torta di mele. Caffè e ammazzacaffè solo per i più grandi.

Ogni settimana mio nonno davanti al servizio del TG1 sull’Angelus domenicale del Papa si lasciava andare ad un convinto bestemmione fra i rimproveri e le urla scandalizzate delle pie donne di casa, mia madre e mia nonna. Io e mio fratello ridevamo anche un po’ imbarazzati, non riuscendo a capire in toto i motivi dell’astio di mio nonno verso il Papa. Qualche anno dopo, a 14 anni per l’esattezza, glielo chiesi e lui mi rispose:

«Davide, scusami, non so se sei già pronto per capire queste cose, ma provo a spiegarti il mio punto di vista: fai finta che non sia il Papa a dire quelle cose. Una frase del tipo “È necessaria la pace del mondo” non ti sembra degna di un’aspirante Miss Italia? O altre frasi banali come “Basta con la violenza negli stadi!” non ti sembra di…»

«Renato Pozzetto!» esclamai io, fiero del mio lampo di genio e contento di aver citato il mio comico preferito dell’epoca.

«Ecco! L’ho sempre detto che sei un ragazzo sveglio. Chiediti sempre il perché delle parole di tutte le persone che incontri. Non berle così come ti vengono propinate, filtrale!»

Ancora adesso non so se sono riuscito a seguire il suo insegnamento. Quelle domeniche come le vivevo allora sbiadirono all’alba della mia adolescenza quando mi reputavo troppo grande per andare a passeggiare con mio nonno e la mia domenica iniziava non prima dell’una di pomeriggio. Sono stagioni della vita e so che non dovrei rimpiangerle. La vita va così per tutti. Eppure non ci riesco. Se penso a quei giorni della mia infanzia la nostalgia mi attanaglia la gola e le lacrime mi rigano il viso.

Nessuna raccomandazione materna ha sortito in me l’effetto desiderato. Nessuna… Tranne una: “Non allontanarti mai da tuo nonno!”

Perché anche ora che di lui mi sono rimasti soltanto una tomba, il ricordo e qualche foto sbiadita, porto sempre con me l’ancora d’argento che mi regalò come portachiavi il giorno che lasciai il mio paese per andare all’università nella Capitale. E consegnandomela mi disse: «Quando non ci sarò più…»

E io lo interruppi perché non volevo ascoltare quei discorsi, ma lui mi pose una mano sulla spalla e continuò scandendo meglio le parole: «Davide, fermati! Quando non ci sarò più, perché presto sarà così, non perdere mai la fiducia in te stesso. La vita ti metterà continuamente alla prova, ma tu rimani ancorato ai tuoi valori e a ciò che hai imparato quando eri bambino e il tuo spirito non era contaminato. Sei un bravo ragazzo e non devi perdere mai la tua purezza! Io, sta’ tranquillo, che in qualche modo controllerò che non farai stupidaggini. Non mi scappi!».10647602_10203973482169364_1649668315_n

E il suo abituale sorriso rassicurante benedì la mia partenza per la grande città.

E adesso che sono qui, davanti alla sua tomba nel giorno del suo novantesimo compleanno, prego per la sua anima che spero abbia unito il suo elemento terreno, il mare, con il suo elemento trascendente, il cielo.

Il sorriso della foto sulla sua lapide è smagliante come nei miei ricordi più preziosi, e per me, ancora oggi, è vitale e indispensabile sentire la sua presenza ogni singolo secondo anche della mia più anonima giornata

[da Trailer Letterari, Angelo Capotosto, Lettere Animate, 2013]

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