Amore e Mephisto

Scritto da Luca Vecchio

giardini_di_miro_rapsodia_satanicaAvevo già visto non molto tempo fa “Rapsodia Satanica”, interessantissimo medio metraggio di Nino Oxilia del 1917. Ma quando ho saputo che i Giardini di Mirò avrebbero attinto al film per ri-musicarlo, come avevano già fatto per “Il Fuoco”, altro film muto del 1915 ad opera di Giovanni Pastrone, e dal quale hanno tirato fuori un piccolo gioiello con titolo omonimo (uno dei loro migliori lavori), ho immaginato che anche quest’ultimo lavoro sarebbe stato altrettanto interessante.

La rapsodia presentata è forse poco improvvisata, come dovrebbe prevedere una reale rapsodia, ma ne presenta comunque tutta la qualità poliedrica tipica della composizione musicale; permettendoci di cogliere spunti post-rock, slowcore, accenni new-wave, ritmi orientali, pomposità orchestrali e minimalismi ambient.

Per cercare di cogliere la vera natura del lavoro ho fatto partire il video muto, con il cd dei Giardini in sottofondo, in modo da sostituire l’originale colonna sonora (di tutto rispetto ad opera del celeberrimo Pietro Mascagni) e vedere le immagini assumere un nuovo significato semantico ed artistico.

Impossibile non parlare della trama del film che è una storia faustiana, dal fascino liberty, che racconta la storia di un’anziana donna dell’alta società di quegli anni, Alba d’Oltrevita, e del suo rifiuto d’invecchiare. La si vede stringere un patto con Mephisto, il quale in cambio del ritorno alla sua bella giovinezza le proibisce di provare e vivere di nuovo l’amore. Alba accetta, anche se qualcosa va storto nel suggello del patto.
È a questo punto che arrivano due baldi fratelli, Tristano e Sergio, nella vita della donna e che, in piena ispirazione Dannunziana, finiranno per innamorarsi di lei. Su questo triangolo amoroso si vede aleggiare la presenza distruttiva del diavolo. Infatti la storia finisce nel modo peggiore possibile, con la disfatta della donna che nonostante la sua vanità si innamora di uno dei fratelli solo dopo la sua morte. Facendo ciò il patto siglato svanisce. Mefistofele vince sempre sui propri Faust.

Tutto l’album è una sorta di metafora della protagonista, che ritornata giovane vive la sua bella mostruosità in modo leggero e civettuolo, scevra da sentimentalismi, accennando di tanto in tanto delle punte di passione combattuta ed ostinata, per poi solo nel finale rendersi conto della sua natura demoniaca, barocca, violenta, triste ed amara, come quella di un amore perduto.

In modo funzionale lungo il film compaiono in alcuni frame degli stralci di conversazione e frasi esplicative del racconto, come di tradizione nei film muti, ma che possono essere elementi interpretativi tanto della pellicola quanto della musica.

RapsodiaSatanica-Alba“Nostalgia di cose passate” afferma uno di questi fotogrammi quando in sottofondo c’è “I”, la traccia forse più slowcore dell’album arricchita da un efficientissimo intro elettronico, con la fantastica scena dell’avvenuta tentazione della protagonista e della felicità seguita da Lucifero e dalla dama di nuovo bella e giovane, mentre la musica sale in tono allegro (“ma il simbolo dell’amore non si era infranto” fine del prologo).

Nella prima parte del film la musica parte lenta ma cadenzata, come ad accompagnare l’inaspettato  amore di Alba, anche se il sottofondo dell’armonica segna l’ambiguo stridente della scena in cui (“sull’onda muta l’amore canta”) la traccia “III” si muove in sottofondo carica di un blues sporco.

Con “e Sergio le parlò d’amore ed ella sorrise” inizia la traccia “VII”, più oscura della precedente, lenta e scandita dove iniziano i richiami orientali di un sirtaki, forse non molto adatto perché troppo esotico e poco esoterico, ma la pomposità in crescendo ripara e ingloba il tutto.
“Amore, morte? Dimmi il mio destino?” alla fine della traccia vi è l’impennata della musica, della passione, del dolore di Sergio.

Col dubbio sulle azioni di alba inizia la traccia “XIII”, e si sente il cambio improvviso con l’introduzione di un piano (che compare nel video e che Alba si precipita a suonare come se dovesse esserle di aiuto nella riflessione). Questa è la traccia più espressiva della rapsodia, perfettamente legata al video, accumula arrangiamenti vari con l’uso cauto del piano per poi morire improvvisamente.

La rabbia di Tristano contro l’insensibile donna, che si rifiuta di donarsi a Sergio che ha promesso di uccidersi se ella non l’avesse fatto, è accompagnata dall’arrivo del violino e della batteria a coronamento del terribile momento e della vittoria della donna sulla pietà, la vittoria della passione sulla sofferenza, della tentazione sulla virtù. Vi è un’improvvisa macro su un orologio e il cambio repentino della musica, che torna docile ma tetra come la vigliaccheria che Tristano ha compiuto verso il povero fratello.

Il rumore dello sparo ferma e disgusta i due, qui il tutto cambia grazie alla musica e alla morte dell’uomo. La traccia “XVII” è la chiave di volta, infatti “mentre Tristano si dilegua Alba sente il veleno d’amore insinuarsi nel suo cuore”. Fantastici richiami post-punk e wave con l’irruzione di un basso tiratissimo e in modo anacronistico con il crescendo drammatico del video rendono la traccia l’ultima cosa che vorreste ascoltare mentre uno dei frame recita: “sconfinata tristezza del rimorso”.

Inizia la fine della nuova gioventù di Alba mentre la traccia prosegue e inizia la seconda ed ultima parte del film. La tristezza della protagonista, (per la fine della sua maledizione o per la morte dell’amato?!) è accompagnata dal brano che va in levare fino alla troncatura, come la scena stessa che vede la patetica e stupida comparsa del diavolo che sorridere vittorioso.Giardini-di-Mirò

“silenzio: solitudine: mistero” Su questa frase e cambio di scena inizia l’ultima traccia dell’album, “XXI”. Assolutamente stridente rispetto a quello precedente, e che perfettamente si adegua al “delirio di giovinezza” a cui si aggrappa Alba prima dell’inevitabile fine. Gli accenni glitch del brano si adattano perfettamente all’oniricità delle scene. Le distorsioni post-rock accompagnano l’inizio della scena più delirante del film, più oscura e surreale. Le immagini di un misterioso uomo a cavallo avvolto nell’ombra, Alba che si muove mantata da veli bianchi e il vento che li muove sono la naturale trasposizione immaginifica di quella che il brano, ormai in pieno stile ambient, vi fa provare.
Le campane della fine e segnano il ritorno del diavolo e l’abbraccio che riconsegnerà alla donna la sua primigenia sofferenza e infine la morte.

Un disco che ascoltato nella sua completezza è tutto sommato un buon album post-rock nel puro significato del termine, redentore della band dopo la pubblicazione di “Good Luck”, ma che accostato alla visione del film si trasforma in un viaggio onirico e teatrale di luciferina bellezza.

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>