David Grossmann – Che tu sia per me il coltello

Scritto da Annarita Lista

Cgrossman1i sono coppie incapaci di guardarsi negli occhi e dirsi quanto si amano o quanto si odiano, di scherzare tra loro, di condividere gioie e dolori, pensieri e parole, esperienze e segreti. Ci sono uomini che non hanno mai detto alla propria compagna quanto desidererebbero passare una giornata intera tra le lenzuola per svuotarsi la mente e le membra e sentire le ossa baciarsi una ad una, ci sono donne che non hanno mai osato spogliarsi con la luce accesa, non hanno mai cantato a squarciagola, mai urlato al vento il nome del proprio amato. Ci sono sconosciuti, invece, che riescono a leggere una ruga, un sorriso, un ghigno, anche se visto solo di sfuggita. Le anime elette, quelle predestinate non semplicemente ad incontrarsi, ma addirittura ad intrecciarsi, non restano per molto in incognito: le loro aure emettono una luce talmente folgorante e le loro ali sbattono talmente forte che il turbinio di sensazioni, parole, urla, risate balza fuori, rumorosamente, travolgendo tutto.

David Grossman, scrittore e saggista israeliano, ispira queste premesse già nelle primissime pagine del suo romanzo: due perfetti sconosciuti, attraverso un rapporto epistolare singhiozzante ma comunque fitto, possono arrivare a conoscersi e scoprirsi piùdi quanto lo facciano due conviventi o una madre con la sua prole. Il progetto si rivela fin troppo ambizioso e l’attesa del lettore viene parzialmente delusa. Il titolo scelto per il romanzo, “…che tu sia per me il coltello”, appunto, è forse la frase più intensa, pregnante e sofferta che Kafka rivolge all’amata Milena e decidere di intitolare così un proprio scritto mostra grande sicurezza d’animo, abbondante ottimismo e un pizzico di tracotanza: a peccarne si viene sempre puniti. L’insoddisfazione del lettore attento serpeggia da metà romanzo in poi, da quando l’attesa diventa noia e le parole non lasciamo posto a quel percorso catartico di caduta e risalita che ci si attenderebbe.grossman4

L’incontro fortuito di due anime intimamente solitarie e nostalgiche, quelle di Yair e Myriam, si consuma in un minuto fugace: all’angolo di una strada, Yair vede una donna dai tratti decisi, dal portamento delicato e dalla remissività delle spalle strette in un gesto di insicurezza, attraversate da un brivido di freddo che il suo compagno – un uomo apparentemente sicuro di sé ed attento nei confronti della sua donna – si preoccupa di scaldare con un gesto protettivo. Yairsubito coglie la stizza per qualcosa nel mondo che  turba Myriam e l’amarezza nella curva del suo sorriso e, non per ultimo, la malinconia in un battito delle sue ciglia. L’uomo decide di scriverle una lettera, o forse ha già stabilito che di carta addirittura la inonderà: pur disponendo di pochi dati anagrafici riesce a far giungere a destinazione la prima lettera, consapevole di un possibile rifiuto, in quanto sulla bella sconosciuta incombe  la figura del maschio dominante. Seguendo un’impostazione da una parte romantica e dall’altra distortamente stilnovistica, Grossman tenta di infarcire il cuore di Yair e gli occhi del lettore con particolari che risultano atemporali e leggermente forzati: la scena mi ha ricordato, in modo caricaturale, l’incontro in Santa Margherita dei Cerchi a Firenze, laddove ha miticamente inizio il viaggio filosofico di un Dante alla (già) veneranda età di 9 anni. Ma Myriam non è Beatrice, non siamo nel XIII secolo e Yair/Grossman non ha le armi per farsi largo in un mare di avventure letterarie e spirituali che rischiano di diventare (ed in effetti diventano)  meri luoghi comuni a sfondo prevedibile.

Lontano da ogni aspettativa di Yair, rispondendo al suo invito, i due iniziano una corrispondenza, giunta a noi grazie alla trascrizione in ordine cronologico delle lettere di Yair in quello che, nella seconda sezione del libro, si rivelerà essere il diario di Myriam, una donna tutta nervi e sentimenti, ma con scarsa capacità decisionale per sé stessa. Poco attenta al proprio benessere, Myriam è votata al sacrificio: si sacrifica per il suo uomo, per la prole, per la casa, per gli amici ed anche per uno sconosciuto, Yair, appunto, da cui a tratti sembra voler fuggire e a cui si sente vincolata. Trascorso l’imbarazzo della presentazione e dei racconti, i due intraprendono dei capitoli rocamboleschi in cui si spogliano – non sincronizzati – in una sorta di gioco delle verità: la pagina pulsa lievemente – di un battito aritmico e quasi agonizzante – per le loro rispettive pulsioni, in una tensione che richiede ascolto a intermittenza.grossman2

Tracciato uno stucchevole (bi)ritratto di due adulti infelici, finti – nella realtà (ovvero nel mondo non-epistolare) chi gli sta accanto conosce poco o nulla di loro – ed eternamente indecisi, Grossmann non lesina di infarcire il tutto con sudore, sabbia, prati e un pizzico di mania di persecuzione semita. Yair suda spesso e troppo: si agita, si squassa e si eccita a sproposito, creando con i fogli di Myriam una sorta di inquietante tempio in una camera di albergo ad ore. Grossmann conduce i due personaggi attraverso paesaggi reali e onirici in cui espiare i propri peccati – per lo più di ignavia – e in cui rincorrersi, rotolarsi e svegliarsi dall’immobilismo in cui le loro vite sono imprigionate.

Nonostante sia un racconto dal bel finale scontato, a cui si arriva – devo ammetterlo – attraverso un magistrale climax ascendente di nervosismo, urletti isterici e ragnatele in cui s’alternano fili d’amore e d’odio, il romanzo non riesce a trasmettere il piacere della catarsi della scrittura. Partiti mediocri, Yair e Myriam restano sempre gli stessi agli occhi del mondo ed anche ai propri: Yair è sempre capace di mostrarsi impertinente, Myriam è – ancora ed ancora – remissiva, protettiva e materna, nonostante tutto. grossman3

3 comments to David Grossmann – Che tu sia per me il coltello

  • Anna Russo  says:

    Sono contenta di aver letto questa recensione. Mi sono avvicinata al romanzo piena di aspettative dopo commenti osannanti, consigli imperiosi da parte di amici,la seduzione di un titolo bellissimo…e l’ho letto lentamente cercando di non affondare nelle giravolte emotive e stilistiche che questo rapporto epistolare mi proponeva. Ho apprezzato numerosi passaggi, sottolineato qui e là, ma di di fatto non sono riuscita a superare la sensazione di claustrofobia e inconcludenza. Mi è mancata la leggerezza( alla Calvino). Il libro va nella direzione della profondità ma alla fine diventa sprofondo. Si vorrebbe risalire, ma non accade.
    In ultimo, mi è rimasta la delusione. Per pigrizia non ne ho cercato le cause, non mi sono dedicata a una analisi puntuale. L’ho accettata e oggi mi sento di condividere appieno la tua recensione.

    • annarita  says:

      Pigrizia, ecco.. Generalmente non mi appartiene, eppure Grossman è stato capace di risvegliarla – che poi, si potrà risvegliare qualcosa di trascendentalmente sonnolente?! – in me. Neanche io ho approfondito, non sono tornata indietro con le pagine, l’ho finito per dovere di lettore, dimenticando per un attimo il diritto di usare il libro come sotto-gamba-del-tavolo-che-traballa, e per scriverne una recensione diversa da quelle che avevo letto, tutte osannanti.
      Il delizioso titolo è stato profanato, per riprendermi declamerò una pagina di Kafka a sera.. Grazie per il tuo commento.

  • annarita  says:

    Errata corrige: refuso. Intendevo *immanentemente*, ho scritto il contrario!

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