Libertà va cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta

Scritto da Nunzia Procida

Il 5 febbraio 1936 esce nelle sale americane Tempi moderni, il primo film sonoro (inteso come parlato) di Charlie Chaplin. Qui, Charlot canta una canzone dall’incomprensibile testo formato da un’accozzaglia di parole senza senso, che fungono da solo supporto alla musica, Je cherche après Titine.

Il brano, già tradotto in Italia negli anni Venti col titolo Io cerco la Titina, e la gestualità di Chaplin lasciano intendere che un uomo abbia perso la propria donna:

 

Io cerco la Titina,

Titina, oh Titina,

io cerco e non la trovo:

chissà dove sarà?

Dove sarà? Dove sarà?

 

All’indomani della Seconda Guerra Mondiale, per le strade di Napoli, d’Italia e poi del mondo intero, Cutolo e Cioffi riportano un’altra perdita: Isaia, durante la festa di San Gennaro, ha smarrito Zazà tra la folla. Anche qui, la storia è raccontata in prima persona.

 

Dove sta Zazá?! Uh, Madonna mia…

Come fa Zazá, senza Isaia?…

Pare, pare, Zazá, che t’ho perduta, ahimé!

Chi ha truvato a Zazá ca mm”a purtasse a me…

Jámmola a truvá! Sù, facciamo presto..

Jámmola a incontrá con la banda in testa…

Uh, Zazá! Uh, Zazá! Uh, Zazá!

tuttuquante aîmm”a strillá:

Zazá, Zazá,

Isaia sta ccá! Isaia sta ccá! Isaia sta ccá!…

Zazá, Zazá, za-za-za-za,

comm’aggi ‘a fá pe’ te truvá?!

I’, senza te, nun pozzo stá.

 

Su chi o cosa fosse questa Zazà molto si è detto e altrettanto si è scritto. Una tra le ipotesi[1], suggerita anche dall’interpretazione drammatizzante di Gabriella Ferri, – mai confermata, però, da Cutolo che definiva sempre il suo componimento “una cretinata come le altre mie canzoni” – ammicca, con non poca angoscia, alla verginità perduta delle ragazze napoletane. Al termine del conflitto, infatti, col termine Zazà pare si indicassero le “signorine” che allietavano per pochi soldi i soldati americani.  La storia della nostra Zazà – che ricorda, tra l’altro, l’eponima opera lirica di Leoncavallo – diventerebbe quindi lo spunto per narrare vicende più grandi, per condensare le tante e sfaccettate emozioni di un’epoca. In Dove sta Zazà, il passaggio di una banda sgangherata marcato dal suono dei piatti – richiamati dall’onomatopeica “za-za”- si sovrappone, come nel sonoro di un film, al brusio della folla durante una festa. Sulle note e sulle colorate immagini evocate dal testo sfilano le speranze, la voglia di ricominciare, l’entusiasmo di nuovi ideali: ricostruzione, impegno civile e politico, fiducia nel domani. Il suono della banda, quindi, prende il posto di quello delle sirene d’allarme. Ora la gente può dire, fare e, sì, cantare quello che vuole.

A Dove sta Zazà  si affiancano pezzi famosi come la struggente Munastero ‘e Santa Chiara (1945), che rievoca il tremendo bombardamento del 4 agosto 1943, quando il ventre di Napoli fu squassato,

 

Munastero

‘e Santa Chiara

tengo ‘o core

scuro scuro

ma pecche’ pecche’

ogne sera

penso a Napule

comm’era

penso a Napule

comm’e’…

 

 

o come la tragica, ironica, delicata, Tammurriata Nera (1945), il cui testo viene scritto da Nicolardi e musicato da Mario. Il primo fu testimone di un “fatto strano”: a una ragazza napoletana nasce un figlio dalla pelle scura. Nulla di così raro, in realtà. Dalle unioni, non sempre consenzienti, nascono numerosi bambini neri.

 

S”o contano ‘e cummare chist’affare

sti cose nun so’ rare se ne vedono a migliare.

‘E vvote basta sulo ‘na ‘uardata,

e ‘a femmena è rimasta sott”a botta ‘mpressiunata.

[…]

‘E signurine ‘e Caporichino

fanno ammore cu ‘e marrucchine[2],

‘e marrucchine se vottano ‘e lanze,

e ‘e signurine cu ‘e panze annanze.

 

Un’interessante testimonianza è data dal film di Francesco De Robertis, Il mulatto (1950).  Una voce fuori dal coro quella del regista pugliese che, per primo, denuncia la presenza di bambini dalla carnagione scura nati dai rapporti sessuali e soprattutto dagli stupri attuati dalle truppe di occupazione alleate di origine africana e afro-americana. Il film, ispirato a una storia vera, si muove su un’ottica cattolica, di amore indifferenziato per il prossimo che raggiunge la filosofia aristotelica che vuole “il simile con il suo simile” quando il bambino andrà in America con il fratello di suo padre. Il contributo di De Robertis è l’unico in epoca neorealista e pagherà con il totale isolamento della pellicola che, all’epoca, non ricevette alcun apprezzamento pubblico, venendo presto dimenticata.

Alberto Moravia, nel 1957, scrive La Ciociara, romanzo dal quale De Sica, tre anni dopo, trae l’omonimo film che fa vincere l’Oscar a Sophia Loren.

 

ww«I compagni l’avevano chiamato per tener ferma Rosetta e lui mi aveva lasciato e ci era andato e si era sfogato come tutti gli altri su di lei. Purtroppo, però, Rosetta non era svenuta, e tutto quello che era successo lei l’aveva veduto con i suoi occhi e sentito con i suoi sensi. […] Io pensai che fosse morta anche per via del sangue il quale, benché capissi che era il sangue della sua verginità massacrata, era pur sangue e suggeriva idea di morte. […] Vidi allora che lei mi guardava con occhi spalancati, senza dir parola né muoversi, con uno sguardo che non le avevo mai visto, come di animale che sia stato preso in trappola e non può muoversi e aspetta che il cacciatore gli dia l’ultimo colpo»[3].

 

In tempi a noi più vicini, Lucio Dalla, nel 1971, compone 04 marzo 1943,  canzone che edulcora la storia di una ragazza che rimane incinta di un soldato (molto probabilmente americano) durante la Guerra e che, malgrado le difficoltà, decide di far nascere il suo bambino.

 

e benché non sapesse il nome

e neppure il paese

m’aspettò come un dono d’amore

fino dal primo mese.

 

Una pagina di storia italiana che se, da un lato, ha trovato enormi difficoltà nell’essere scritta, dall’altro risulta, tutt’oggi, ancora troppo complessa da leggere. Il 13 settembre 1944, pochi mesi dopo la Liberazione di Roma e di tutto il basso Lazio, la Direzione Nazionale della Sanità Pubblica scrive al Ministero dell’Interno: «Penosa è la situazione in cui si vengono a trovare circa 1100 donne della provincia di Frosinone e 2000 della provincia di Littoria che, a seguito delle violenze subite dai marocchini, sono state contagiate da affezioni veneree, oltre ad essere state rese, per la maggior parte, in stato interessante». All’interno di questa ondata di brutalità che colpisce essenzialmente le donne c’è anche un’altra forma di sopruso: le violenze perpetrate a danno di uomini e di bambini. In una nota del Capitano di Aversa (CE), Umberto Pittali, datata il 28 maggio 1944, si legge: «Notevole anche il numero di atti contro natura commessi a danno di uomini. Molti casi vengono taciuti».

Gli Italiani, al termine della Guerra, vanno incontro agli Alleati sventolando bandiere di benvenuto, ignari che, di lì a poco, avrebbero addirittura rimpianto l’invasione tedesca: con La pelle Liliana Cavani (1981) riesce a rendere nitida l’immagine perturbante della pace. Da quel momento, per molte donne inizia un lungo calvario. La disperazione le porta ad organizzarsi: per la prima in un convegno a Pontecorvo (FR), nell’ottobre del 1951, denunciano la loro condizione di miseria e le violenze sessuali subite.

 

I versi del titolo sono tratti da Dante, Purgatorio, Canto I, vv.70-72.

[1] Cfr. G. Borgna, Storia della Canzone Italiana, Oscar Mondadori, Milano 2004, pp. 192-194.

[2] Col termine “marocchino”, che acquisterà d’ora in avanti un’accezione negativa, venivano indicati tutti i soldati alleati che perpetravano gli stupri a danno delle donne italiane al termine della Seconda Guerra Mondiale.

[3] A. Moravia, La Ciociara, Bompiani, Milano 2008, pp. 265-267, passim.

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