Reality

Scritto da Silvio Scarpelli

10728998_10204122959026951_1935052239_nAvete presente quando gli inviati dei telegiornali devono difendersi dalla massa multiforme che si compone alle loro spalle? Quando si forma una calca di gente che punta gli occhi verso la telecamera e agita la mano, salutando chissà chi (di solito è la mamma), e il povero operatore è costretto a stringere il più possibile l’inquadratura sul giornalista? Perché c’è questo bisogno spasmodico di entrare nell’immagine? Guy Debord ne “La società dello spettacolo” scrive che nella storia dell’umanità si è passati dall’essere all’avere, l’uomo si definisce nello spazio sociale in base a ciò che possiede. Il passaggio successivo è ancora più ficcante: si è passati allo stadio dell’apparire. L’esistenza si giustifica solo attraverso il medium, non entrare in questo circuito equivale al non esserci, al non esistere. Ma lo spettacolo “non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale fra individui, mediato dalle immagini”.

Reality di Matteo Garrone, come già ribadito da molti, non è un film sul Grande Fratello. Il format televisivo è solo il punto d’arrivo di un’ossessione che trascina il pescivendolo Luciano in una mania incontrollabile, tutta orientata sul desiderio inappagabile di essere nel medium.

10728652_10204122959626966_992046811_nUn po’ per sfida e un po’ per gioco, spinto dalla figlia partecipa ai provini del reality show sancendo la lenta discesa nella claustrofobica ricerca di uno spazio illuminato dai riflettori, cercando di svincolarsi da quell’esistenza divisa tra la pescheria, la famiglia e le truffe per arrotondare lo stipendio. Superate le preselezioni e prematuramente acclamato dal suo quartiere come star, giunge a Roma per il secondo provino. “È un’occasione che capita una sola volta nella vita” continua a ripetere Luciano, in una ridondante sete di successo, e dunque di denaro, che lo porta ad abbandonare il lavoro e vendere la pescheria, nell’attesa di una chiamata dagli autori del programma.

La chiamata non arriva e l’ossessione non si placa. La moglie sfinita lo abbandona ma Luciano non si arrende, deve a tutti i costi arrivare al centro del suo cervellotico desiderio. Costruisce il confessionale in casa, è convinto che gli autori del programma lo spiino nella sua quotidianità per testarne la caratura morale e dona oggetti ai senzatetto, come se fosse un investimento per il successo a cui aspira.

La struttura del desiderio di Luciano è circolare, così come quella del film: la macchina da presa inquadra Napoli fino a scendere su una carrozza in movimento; nel finale un plongeè all’indietro abbandona Luciano nel carrozzone televisivo e torna in alto, al centro le luci bianche della Casa, attorno il buio più cupo.

10732289_10204126419393458_668333882_oUna struttura panottica che acquista ancora più legittimità grazie alla performance di Aniello Arena, ex-killer della camorra e condannato all’ergastolo, che passa con disinvoltura dalla maschera tartufesca iniziale a una superficie piatta, de-umanizzata, nella seconda parte del film. Secondo Baudrillard tutti i reality show sono il tentativo della classe mediatica di ritrovare un contatto, di rendere di nuovo partecipe la società inerte alla sua vita, sancendo la fine delle illusioni. Il pensatore francese cita La rosa purpurea del Cairo di Woody Allen dove “i personaggi uscivano dallo schermo e scendevano nella vita reale per incarnarsi[…]. Oggi è piuttosto la realtà che trasfonde massicciamente nello schermo per disincarnarvisi.”

La ricerca di realtà del medium televisivo implica dunque una perdita, “una forma sottile di sterminio” senza tracce di sangue e completamente sdrammatizzata. Garrone gioca con il lemma reale/reality provocando un détournement: la separazione tra realtà e reality si annulla (è mai esistita?); si cambia modo di vivere, si diventa generosi (i regali ai senzatetto sono un rimando al furore francescano di Europa 51) non per essere giusti agli occhi di Dio ma per esserlo agli occhi del GF (che non sta per Guardia di Finanza). Luciano nel finale fugge dalla processione pasquale, abbandona la Casa del signore per dirigersi in un’altra Casa: lì dove c’era la religione ora c’è la TV, l’occhio che vede tutto. Quando Luciano riesce a entrare nella Casa diventa un fantasma per tutti (ma non per la cinepresa di Garrone), restringe la realtà alla sua immagine: se prima la rappresentazione era un gioco portato avanti da un guitto truffaldino, adesso è l’unica realtà esistente, l’unica illuminata e chi resta fuori non esiste, non è degno di esistere.

10726352_10204122959706968_352904934_nIl taglio favolistico (e picaresco) del film, sottolineato dal tappeto sonoro di Alexandre Desplat, crea un ennesimo ribaltamento. Il pomposo matrimonio iniziale è la celebrazione di un ulteriore spettacolo dove i convitati in abiti sgargianti muovono i loro corpi sulle piste da ballo e con Luciano che fa esplodere il suo istrionismo nel travestimento giocoso. La spettacolarizzazione del reale acquista il segno maggiore rispetto allo spettacolo televisivo, a confronto il GF è la minestra scaldata di una realtà già in partenza “spettacolare” (la location non a caso è Napoli). Con una differenza: dopo il matrimonio assistiamo al rientro nelle proprie abitazioni della famiglia di Luciano, dove con una serie di dissolvenze Garrone mostra lo svestimento, l’abbandono dell’abito come se fosse il corrispettivo della maschera che levata dal volto dell’attore mostra una realtà altra. Non è un caso che Luciano si trovi spesso in posizione rialzata, che il balcone della sua casa somigli ad un anfiteatro in miniatura, che la pedana della pescheria rimandi al palco del teatro all’italiana. Luciano non sembra accorgersi di essere già su un palco.

10732095_10204126414713341_1540518340_oMolti hanno scritto che il film è fuori tempo massimo, che se fosse uscito dieci anni prima a cavallo del successo dei reality show sarebbe stato un capolavoro. Garrone prosegue invece una ricerca sul “reale” sull’onda del successo di Gomorra, abbandonando il cronachistico (vero limite del film tratto dal libro di Saviano) e avvicinandosi ad elementi grotteschi. Un grottesco forse manierista e imperfetto ma che traccia in trompe-l’œil la deriva tragicomica di un intero paese.

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