L’incomunicabilità dell’amore in “Sabato, domenica e lunedì”

Scritto da Nunzia Procida

Nel 1959, Eduardo De Filippo porta in scena, per la prima volta, Sabato, Domenica e Lunedì, commedia in tre atti, ciascuno per i giorni del titolo[1].

L’opera si apre con Rosa e Virginia intente a preparare il ragù[2] per il pranzo della domenica[3].

Rosa    Adesso mi vuoi insegnare come si fa il ragù? Più ce ne metti di cipolla più aromatico e sostanzioso viene il sugo. Tutto il segreto sta nel farla soffriggere a fuoco lento. Quando soffrigge lentamente, la cipolla si consuma fino a creare intorno al pezzo di carne una specie di crosta nera; via via che ci si versa sopra il quantitativo necessario di vino bianco, la crosta si scioglie e si ottiene così quella sostanza dorata e caramellosa che si amalgama con la conserva di pomodoro e si ottiene quella salsa densa e compatta che diventa di un colore palissandro scuro quando il vero ragù è riuscito alla perfezione.

Virginia  Ma ci vuole troppo tempo. A casa mia facciamo soffriggere un poco di cipolla, poi ci me10726672_10204261927140308_934546746_nttiamo dentro pomodoro e carne e cuoce tutto assieme.

Rosa    E viene carne bollita col pomodoro e la cipolla. La buonanima di mia madre diceva che per fare il ragù ci voleva la pazienza di Giobbe. Il sabato sera si metteva in cucina con la cucchiaia in mano, e non si muoveva da vicino alla casseruola nemmeno se l’uccidevano. Lei usava o il «tiano» di terracotta o la casseruola di rame. L’alluminio non esisteva proprio. Quando il sugo si era ristretto come diceva lei, toglieva dalla casseruola il pezzo di carne di «annecchia» e lo metteva in una sperlunga come si mette un neonato nella «connola», poi situava la cucchiaia di legno sulla casseruola, in modo che il coperchio rimaneva un poco sollevato, e allora se ne andava a letto, quando il sugo aveva peppiato per quattro o cinque ore. Ma il ragù della signora Piscopo andava per nominata.

Il pranzo della domenica è, innanzitutto, un rito. È l’unico momento aggregante della famiglia che, riunita al tavolo, invece, mette in mostra il peggio di sé, mal celando l’incapacità di sopportazione reciproca; ed è proprio il ragù di donna Rosa a sedare gli animi di tutti tranne quello di Peppino, logorato da qualche tempo dalla gelosia.

Gli anni in cui De Filippo mette in scena questa commedia sono precedenti al referendum sul divorzio[4]:

In Sabato, domenica e lunedì c’è un fermento contestatario, un’anticipazione dell’avvento del divorzio in Italia, una apparente fusione di finti rapporti cordiali in una famiglia in cui convivono i rappresentanti di tre generazioni: nonni, figli, nipoti, ma dietro la facciata bonaria si avverte un ammonimento a tutti i coniugi che non vanno d’accordo: spiegatevi, chiaritevi i vostri dubbi, i vostri tormenti. Alla fine della commedia non c’è chi non comprenda che soltanto l’amore può tenere insieme due esseri; non certo il matrimonio, e nemmeno i figli[5]. 

Ed è proprio l’incomunicabilità a ledere il rapporto fra Rosa e Peppino, sposati da tanti anni, genitori di tre figli, che si ritrovano innamorati forse più del primo giorno eppure incapaci di saper dire, raccontare quello che effettivamente merita l’ascolto dell’altro. Durante il pranzo, Rosa, offesa dalle parole del marito che lasciavano intendere un rapporto adultero col ragioniere, dopo aver accusato il marito di non averla mai gratificata né come madre né come donna di casa, svela che se lei e Roberto sono ancora vivi è da considerarsi un evento “fortuito”.

Rosa    (energica e decisa raggiunge i signori Ianniello, li ferma per non farli uscire) No, voi dovete restare. E per quale ragione dovete uscire di casa mia? Qua ci stanno i figli… (Giulianella entra incuriosita e si mette in ascolto) Giuliane’, vieni pure tu… Mamma toia se l’intende col ragioniere. Cosi ha detto papà. E tu non dici niente? Maria Carolina, tu nemmeno parli? Rucchetie’, tu non te n’eri accorto che mammà faceva l’amore col ragioniere? (Rivolta al marito con piglio altero) Tu te ne devi andare, no il ragioniere che è una cara persona. I miei figli sanno chi sono e come la penso io. Tu no. Tu non vedi niente: né come ho cresciuto i figli né come ho portato avanti una casa. (Le parole e l’impeto con cui la donna le dice la esaltano fino al punto da renderla completamente irresponsabile dei gesti gro teschi che compie). Vicino a questi mobili (e batte le mani sulla credenza e tutto intorno ad essa) ci sta la salute di donna Rosa Priore. Ho sputato sangue su questi pavimenti (e si curva fino a terra in un gesto dimostrativo che riduce il suo corpo piegato in tre) per mantenerli puliti e lucidi. Così. (E strofina le mani sulle mattonelle, ripetutamele, con testardaggine). […] (livida e tutta tremante di sdegno) Sapete qual è stato tutto il fastidio che lui ha avuto per i figli? «È nato Robertino?» «Un bracciale». (Ed esagera il gesto con cui Peppino le presentava il dono) «È nato Rocco?» (c. s.) «Un laccio d’oro». «Qua sta Giulianella». «Lo spillo di brillanti». E poi indifferenza, strafottenza, disprezzo… (e stiracchia le parole per trovare un’offesa appropriata che la possa liberare dal senso di nausea che avverte ormai per il marito. Poi si arrende e risolve alla meglio) Nun me fido d’ ‘o vede’ cchiù! (E10736108_10204261908459841_497826515_n grida) Vattene! (Finalmente trova il modo di rendere la pariglia al marito, e lo mette subito in pratica. Con gesto rapido si toglie il bracciale e lo getta con disprezzo ai piedi di Peppino) Questo è Roberto… teh! (Si toglie il laccio d’oro) Questo è Rocco! (E ripete il gesto del bracciale) E questo… (lo spillo resiste, ma lei riesce a toglierlo dal petto) è Giulianella. Io non ho bisogno di oggetti per ricordarmi che ho fatto i figli con te. Tu ti devi ricordare che li hai fatti con me. (Si toglie l’anello di fidanzamento) E questo è l’anello di fidanzamento. (Pure l’anello finisce ai piedi di Peppino) Ricordati l’invito a colazione che mi facesti alla casina rossa a Torre del Greco e quello che mi dicesti a tavola. (Prorompe in lagrime e chiama a sé il figlio) Robe’, bello ‘e mammà. (Roberto accorre al richiamo). Viene ‘a ccà. (Abbraccia suo figlio e lo tiene avvinto a sé in una stretta insolita che disorienta gli astanti e Roberto stesso. Poi lo carezza e lo bacia ripetutamente e gli tasta le braccia e il torace, come per convincere se stessa che il figlio sia in quel momento una presenza viva e reale) Figlio mio… io e te simme vive pe’ miracolo. Hai capito? Per miracolo ci troviamo al mondo.

Rosa e Roberto sono quindi dei sopravvissuti. Ma a cosa? Nessuno dei presenti lo sa. Nell’ultimo atto, quando Peppino e la moglie si ritrovano, come costretti, a confidarsi l’un l’altro le proprie reticenze, i propri segreti, le proprie fragilità di uomini, il marito riprende il discorso rimasto a mezz’aria durante il pranzo:

Peppino E dunque… ieri, durante quel momento di rabbia, tu dicesti una cosa che mi ha lasciato impressionato. T’abbracciasti a Roberto e dicesti: «Robe’, io e te siamo vivi per miracolo». Che significa? Che vuol dire: «Siamo vivi per miracolo»?

[…]

Rosa    (tentenna il capo fissando il suo sguardo negli occhi di Peppino in segno di rimprovero) Che m’ ‘e fatto passa… e quanto mi sei costato.

Peppino    Io?

Rosa    No, quello che passa. Non te lo ricordi il pranzo alla Casi-na rossa a Torre del Greco?

Peppino (superficiale)    Sì, me ricordo.10744947_10204261953140958_692239672_n

Rosa    Ah, te ricuorde? Io m’ ‘o ricordo meglio ‘e te. Facevamo l’amore di nascosto da cinque mesi… la sera che ci conoscemmo tu mi dicesti: «Peccato che sono impegnato»; dicesti la verità e io perciò ti stimai.

Peppino (ammettendo)     ‘A vedova.

Rosa   ‘A vedova, ‘a vedova…

Peppino    Che donna tremenda, e che me faceva passa’.

Rosa  Io ti dissi: «Non fa niente che c’è la vedova, stasera sto allegra e me fa piacere ‘e sta cu te». «Ma io ho impegnata la parola con questa signora… Rusi’, pensaci bene… io nun te pozzo spusa’» dicesti tu… (Commentando con la prospettiva del tempo il suo comportamento superficiale di allora) Quando parlano dell’epoca moderna e delle ragazze che la pensano liberamente oggi! Io risposi: «
Non fa niente, questi sono affari miei: dove c’è gusto non c’è perdenza». «Allora stasera?» dicesti tu. «Stasera», dissi io. E intanto pensavo: «Voglio vede’ si doppo tu tieni il coraggio di lasciarmi». Insomma mi misi a dispetto colla vedova. Dopo cinque mesi m’invitasti a colazione a Torre del Greco.

Peppino E a tavola non sapevo come cominciare per dirti che la relazione nostra doveva finire perché la vedova aveva saputo tutto e mi minacciava.

Rosa  Finalmente me lo dicesti.

Peppino E mi fece meraviglia la freddezza con cui accogliesti la notizia e la mia decisione. Dicesti: «E va bene, vuol dire che abbiamo scherzato».

Rosa    Poi venne la musica e io vulevo senti ‘e canzone. Ma te guardavo e vedevo che te passavano le lagrime dentro agli occhi.

Peppino E te guardavo e pensavo: «Ma com’è possibile che Rosina ha preso questa mia decisione così semplicemente». Mi passò completamente l’appetito. A un certo punto te pigliaie ‘a mano e te dicette: «Rusi’, sai che c’è di nuovo? Tu devi essere mia moglie». «E ‘a vedova?» dicesti tu. «La vedova non la vince contro di te nemmeno se diventa zitella un’altra volta». E tu dicesti: «Pensaci bene, perché adesso l’impegno l’hai preso con me».

Rosa    (con tono pacato ma sincero)  Ed ero incinta di Roberto.

Peppino (disorientato dalla rivelazione) Tu che dici… E io ho sempre saputo che Roberto è nato di otto mesi.

Rosa    (ironica)    Parto prematuro.

Peppino E non mi dicesti niente? E se io, per esempio, quel giorno decidevo per la vedova?

Rosa   Aprivo ‘o balcone e mi buttavo abbasso.

Peppino E il pazzo, poi, sono io… e non era meglio a dire le cose come stavano: «Peppi’, io sono incinta».

Rosa    E tu mi avresti sposata solo perché avevamo fatto un figlio. E allora in questa casa tu non ti saresti accorto che io non ti preparavo più la camicia pulita, e forse io non te l’avrei mai preparata.

La coppia, dicevamo, ritrova – attraverso il dialogo – se stessa e si riscopre innamorata.Un amore lungo trent’anni vissuto non tra le parole ma tra i gesti, ciascuno dei quali capace di interpretare un sentimento e la cui assenza manifesta un malessere, un’anomalia, una “mancanza”:

Peppino    Rusi’, io non sono un pazzo. Se il fatto del ragioniere è stato il frutto di una mia impressione sbagliata, come così è, ne sono sicuro, allora per quale ragione da tre quattro mesi tu ti sei cambiata nei miei confronti, fino al punto che non t’interessi più alla mia persona nemmeno per prepararmi la camicia pulita, un fazzoletto, un paio di pedalini. Una volta, quando andavo al negozio la mattina, uscivo dal portone, guardavo il balcone e tu stavi affacciata per salutarmi, fino a quando giravo la strada, e da quattro mesi non ti sei affacciata più.

[…]

Rosa   […] Tu vuoi sapere perché mi sono cambiata nei tuoi confronti, e non ti ho preparata più la camicia pulita, i pedalini, ‘o fazzuletto… T’è dispiaciuto? E io si te vulevo fa’ nu piacere te ne preparavo due, una per la mattina e un’altra per il giorno appresso. Capisco benissimo che quando la moglie prepara la camicia pulita al marito è come continuasse a dire senza parlare: «La biancheria tua la devo toccare io sola, e tu la fai toccare solo a me pecché me vuo’ bene come te voglio bene io». Ma non te l’ho preparata più per dispetto. E se tu mi domandi perché, io non ti posso rispondere, la ragione può essere insignificante e importante. Non sono bella, non sono giovane, ma so’ femmena pur’io. Io ti posso dire solamente che non ti ho preparata più la camicia per la stessa ragione che te la preparavo prima: perché te voglio bene Peppi’.

Peppino (emozionato e rapito del tono dolcissimo e sentito con cui Rosa ha pronunciato le ultime parole) E dici che non sei bella? Tu non sai che sono diventati gli occhi tuoi quando hai detto: « Te voglio bene ». E perché non dovrei essere geloso? E se un altro ti vede come ti vedo io? Io ti guardavo negli occhi mentre parlavi e mi sono ricordato di quando sul Municipio mi guardasti prima di dire: «sì». […]

[…]

Peppino    Quanto te voglio bene, Rusi’.

Rosa   (socchiudendo gli occhi)    E io?

[…]

(Rosa esce fuori al balcone)

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Elena (dall’alto)    Donna Ro’ come state?

Rosa     Non c’è male, grazie. State pigliando un poco d’aria?

Elena Aspetto che se ne va mio marito per salutarlo se no si piglia collera. E il cavaliere si è calmato? Avete fatto pace?

Rosa     Sì, sì… abbiamo fatto pace.

Elena    Meno male, è finito tutto.

Rosa   (con orgoglio allusivo) No, signo’, io credo che è cominciato adesso.

 

 

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[1] A differenza delle altre rappresentazioni sceniche più famose del drammaturgo napoletano, manca oggi la possibilità di poter assistere ad una sua personale realizzazione televisiva, poiché la copia della versione che Eduardo realizzò per la Rai nei primi anni ’60 è andata persa. Nel 2002 Toni Servillo ne realizzò una fortunatissima ed apprezzatissima edizione insieme ad Anna Bonaiuto nel ruolo di Rosa.

[2] Al ragù, De Filippo nel 1947 dedica anche una poesia, O rraù: ‘O rraù ca me piace a me / m’ ‘o ffaceva sulo mammà. / A che m’aggio spusato a te, / ne parlammo pè ne parlà. / Io nun sogno difficultuso; / ma luvàmell”a miezo st’uso. / Sì, va buono: cumme vuò tu. / Mò ce avèssem’ appiccecà? / Tu che dice? Chest’è rraù? / E io m’a ‘o mmagno pè m’ ‘o mangià… /M’ ‘a faje dicere na parola? / Chesta è carne c’ ‘a pummarola.

[3] Qui proponiamo in video la versione televisiva firmata da Lina Wertmuller nel 1990.

[4] Il referendum per l’abrogazione della legge sul divorzio è del 1974. Per pura curiosità, vi invitiamo a visionare lo spot che il Governo ideò per illustrare ai cittadini le modalità di voto: http://webtv.camera.it/archivio?id=6369&position=1

[5] Da un’intervista di S. Lori a Eduardo De Filippo (1969).

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