Conrad oltre l’ombra

Scritto da Francesco Corigliano

Silhouette_of_ship_at_sea_at_night,_near_Ketchikan,_Alaska._-_NARA_-_297805La linea d’ombra pare uno di quei testi necessari, che bisogna scrivere per bisogno. È lo stesso Conrad a dirlo, mi sembra, neanche tanto tra le righe, in una nota introduttiva del 1920. Del resto il sottotitolo del romanzo, “Una confessione”, non lascia adito a molti dubbi: il limite andava raccontato, la soglia doveva essere descritta.

E se in Cuore di tenebra Conrad racconta l’orrore – quello che annichilisce Kurtz, che distrugge tutto l’Occidente – ne La linea d’ombra descrive la maturazione che a quell’orrore prelude e che consente – deve consentire – di sopportare e superare. Il romanzo è una breve introduzione alla crescita, all’innocenza della giovinezza e delle sue ultime tensioni prima che si trasformi in autonoma consapevolezza; consapevolezza, per la verità, rigida nella sua fragilità, manifestazione di una comprensione del caos del mondo e delle poche difese disponibili contro di esso.

Conrad, negando ogni presenza di sovrannaturale nel testo (e però vorrei spezzare una lancia nei confronti dei critici con cui lui stesso se la prende; davvero si potrebbe pensare, speculando solo un po’ più del necessario, che il romanzo contenga il fantastico), afferma che il mondo “ha in se stesso, a dirla in tutta coscienza, mistero e terrori sufficienti”. Questo è ciò che si capisce quando si passa la linea d’ombra; questo è ciò che si deve tenere presente, quando si arriva davanti al cuore delle cose; questo è quello che rende, tutto sommato, esseri umani consapevoli.

Sulla costruzione in sé non penso ci sia molto da dire. La linea d’ombra è un’avventura marinara, con la storia di una nave imprigionata nella bonaccia e con l’equipaggio ridotto a stenti. A voler leggere questo romanzo come un racconto di viaggio si potrebbe dire che l’avvio è troppo lento, che un paio di personaggi sono lasciati in sospeso (eh, quel signore barcollante nell’albergo), che la risoluzione avviene in maniera troppo diluita.

Ma non si può leggere La linea d’ombra così. Piuttosto è il breve dipinto; la ripresa della luce di un faro, che prima scintilla, poi si oscura – nella nebbia, nella calma del mare – e che poi riappare in un bagliore che sembra nuovo, più vivo. Una caduta e una risalita, un immergersi e un riemergere, fatto con calma (non rassegnazione); perché, come dice un vecchio capitano al protagonista, “la verità è che nella vita non bisogna dare troppo peso a nulla, né al bene, né al male”. Il rischio, forse, è di non tornare più in superficie, come accade a Kurtz.

Sempre che qualcuno non preferisca affondare.

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