Eduardo e il Natale

Scritto da Silvio Scarpelli

2Quando ero piccolo Natale voleva dire anche Eduardo. In una sorta di rituale che sostituiva le preghiere guardavamo una vecchia VHS dove mio padre aveva registrato, grazie all’immortale videoregistratore marchiato Sony, la messa in onda di Natale in casa Cupiello¹. Seduti sui divani con gli occhi puntati verso lo schermo dell’ITT non ci lasciavamo sfuggire una battuta, un mutamento fisiognomico nel volto degli attori, un gesto che caratterizzava i personaggi. E, ovviamente, ridevamo. Ma di una risata complessa, tutta costruita su un’intricata relazione di segni. Spesso capitava che interrompevamo la visione prima che cominciasse il terzo atto, la parte drammatica dello spettacolo. Tutto finiva con Lucariello, Pasqualino e Nennillo vestiti da Re magi che portavano i doni a una Concetta in lacrime, più per il dolore che per la gioia. Il terzo atto, con le luci cupe, un Eduardo al centro della scena sul letto ma defilato dalla malattia, restituiva un senso di perdita e di sconforto abissale. I fuochi d’artificio e la chiosa finale non restituivano l’ilare messa in scena dei primi due atti, anzi ampliavano l’amarezza.

Recentemente all’Università della Calabria si è tenuta una rassegna dedicata al teatro e al cinema di Eduardo, con proiezioni, tavole rotonde, e messe in scena. Dei vari interventi di studiosi ed esperti dell’opera eduardiana ne ricordo in particolare uno. Purtroppo mi sfugge il nome dello studioso ma notai un particolare: mentre parlava stava in piedi, a differenza di chi lo aveva preceduto. Proferiva a ruota libera e improvvisando, proprio come un attore, di alcuni elementi del teatro di Eduardo. Sottolineava la potenza del tragicomico e le bordate sarcastiche inserite da Eduardo nelle situazioni di estremo pathos, dell’umorismo tragico che si differenziava da quello pirandelliano, della continua oscillazione tra la fissità del volto e il dinamismo della maschera. Poi disse (vado a memoria): “In tutte le sue opere Eduardo ci ha raccontato una cosa: il fallimento della famiglia”. Le visioni collettive della mia infanzia acquisivano un nuovo senso, la madeleine imbottita. Quando si rideva insieme, affianco l’albero di Natale che rifletteva le luci nello schermo del televisore, si rideva di noi, ma non lo sapevamo. Oppure si faceva finta di non saperlo.

Un altro assunto nel discorso dello studioso riguardava la reificazione dei sentimenti tramutati in oggetti. I sentimenti nel teatro di Eduardo sono veicolati dagli oggetti, i pedalini di lana sono slabbrati perché non c’è amore; la colla non l’hai “scarfata” perché non mi vuoi bene; il presepe lo costruisco per autoconvincermi che la mia famiglia è felice. La messa in scena del presepe diventa prolungamento della messa in scena teatrale, dove il palco si trasforma in mangiatoia e gli attori in statuine.1

Sembra che l’incomprensione di tutti sia la molla segreta che spinge Lucariello a svolgere quel lavoro infantile, nel quale può riversare tutto il suo amore per gli altri che lo respingono.

“Luca Cupiello compie il suo rito religioso. Intorno a lui però non si leva, alto e commosso, un coro di fratelli ammirati. Intorno a Luca si và creando un’atmosfera indifferente e gelida, man mano che le montagne di cartapesta si popolano di capanne e di casarelle, e diventa addirittura ostile quando, a opera compiuta, egli chiede timidamente alla famiglia un po’ di adesione”²

La sofferenza porta Luca a sfogarsi con Vittorio, amico del figlio e amante della figlia a sua insaputa. Vorrebbe dirgli che ogni anno a Natale la sua famiglia si riunisce, però le parole non riescono ad uscire dalla sua bocca e si trasformano in suoni sconnessi. L’inceppo linguistico accade come se il subconscio di Luca sentisse che l’incontro familiare non rappresenta la vera unione di esseri che si dovrebbero amare.

 

Nel terzo atto Luca è paralizzato, la didascalia spiega così la ragione del suo stato: “La realtà dei fatti ha piegato come un giunco il provato fisico dell’uomo che per anni aveva vissuto nell’ingenuo candore della sua ignoranza”. 

“Te piace o’ presebbio?”

“Si”

Tommasino all’ennesima, forse ultima domanda del padre risponde affermativamente. Il contrasto tra l’inaspettata felicità di Luca e lo scenario è enorme: Concetta è sparita dal palco, Pasqualino guarda cupo fuori dalla finestra mentre iniziano i fuochi d’artificio, Vittorio è defilato vicino alla porta e sembra poggiarsi alla parete per cercare sostegno, Ninuccia è affianco al padre prostrata dal dolore. Ora che è troppo tardi tutti i membri della famiglia mostrano a Luca l’affetto e la sollecitudine che prima gli avevano negato, malgrado egli li avesse  mendicati in ogni maniera.

¹Si tratta della versione andata in onda nel 1977

²Eduardo De Filippo, ‘O canisto, Edizioni Teatro San Ferdinando, Napoli 1971

One comment to Eduardo e il Natale

  • Anna Russo  says:

    Sono legata a “Natale in casa Cupiello” in modo particolare.
    Fu il mio primo contatto col palcoscenico, durante il quarto ginnasio. Ero l’attrice più piccola e mi toccava il ruolo di una comare, Donna Carmela, fra quelle al capezzale del malato durante il terzo atto. Benché il mio ruolo fosse marginale, l’atmosfera del teatro nell’istante che precede l’apertura del sipario, la malinconia della commedia,l’ammirazione con cui guardavo i ragazzi più grandi – nella cui cerchia ero riuscita ad entrare in virtù di un provino andato bene – resero l’esperienza indimenticabile e forte la passione per il teatro e in particolare per quello di Eduardo (cercato poi in VHS con fanatismo mai nascosto).

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