Processo alla cultura e cultura pro-cesso

Scritto da Francesco Corigliano

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Un tipico gabinetto di lettura

Chiedo preventivamente scusa per il pezzo un po’ scazzoso. Ma d’altronde chi se ne frega.

Stasera ho appreso fortuitamente da “Che tempo che fa” che ieri s’è svolto questo simpatico processo contro il liceo classico, durante il quale Umberto Eco ha preso le parti della difesa e l’economista Andrea Ichino quelle dell’accusa. In buona sostanza bisognava verificare, per giuoco e ischerzo, se il liceo classico va ancora bene ora che siamo nel 2014 e se non sia piuttosto un’anticaglia.

Nel caso in cui potesse interessare a qualcuno, questo processo mattacchione s’è concluso con l’assoluzione del liceo classico perché “il fatto non sussiste” – cioè il liceo classico non fa superschifo e non è megainutile – ma ha fatto emergere la necessità di riformare quest’istituzione perché comunque ha dei limiti e non prepara per bene a questo nostro mondo tecnologico.

Ora, a parte che il problema non è che il classico non prepara alla scientificità ma semplicemente è afflitto dal problema di tutta l’educazione italiana attuale, ovvero i docenti che insegnano col culo, e perciò gli studenti non recepiscono matematica e fisica esattamente come non recepiscono filosofia e storia; a parte che vabbé facciamo i processi scienza contro umanesimo perché ci fa sentire tanto contemporanei mentre cerchiamo “po’ o pò?” su Google; a parte che Massimo Giletti nella giuria; a parte che ma che cazzo; a me la cosa che ha lasciato più interdetto è stato Gramellini a “Che tempo che fa”, che parlando appunto di questo processo, e con il metodo grossolano che alcune volte gli è proprio, ha detto che il classico è importante perché tradurre dal latino prepara la gggente a ‘sta benedetta forma mentis che è utile e che comunque se Bush avesse studiato la storia col ciufolo che andava in Afghanistan.

Mi lascia male Gramellini perché ancora quando dobbiamo difendere le scienze umanistiche ce ne usciamo con la storia che servono, che sono utili, che aiutano. Mi lascia male un processo in cui “la scienza sfida l’aoristo” (cit.) perché si mette tranquillamente nella stessa arena l’ingegneria aerospaziale e la storia del mosaico. Mi lascia male vedere che si parla di utilità senza fermarsi neanche un nanosecondo a dire di quale tipo di utilità si sta parlando.

Perché forse è il caso di smetterla di tapparci occhi e orecchie e menare craniate su questa – questa – forma mentis del “tutto e subito lol” che ci sta facendo buttare all’aceto una parte consistente del godimento del mondo. Perché forse sarebbe il caso di formulare un principio di utilità che non coincida unicamente con la velocità e il risparmio, e che limiti il concetto di efficienza a “fatto in poco tempo e con pochi soldi”.  Perché forse ha un po’ rotto il cazzo dire “ahahah quello dice che la divina commedia non si mangia e io allora dico eh sì non si mangia è inutile e io sono orgoglioso di fare cose inutili eheh come son bravo” perché, oltre che buttare cacca su chi pensa che Dante non si mangia, la butta anche su chi si gongola a credere di fare cose inutili e elitarie e sentirsi un caso a parte una persona speciale e sensibile contro lo scientismo dilagante  (come dice pure Canfora in questo libretto).

Leggere non è per persone sensibili. La storia non è per i nostalgici. La filosofia non è per i malinconici, esattamente come la matematica non è per i metodici o come la fisica non è per i “pazzerelli”. Se siamo così rigidi da credere di non poter capire un film perché siamo ingegneri o una formula chimica perché insegniamo italiano, allora dobbiamo iniziare a farci della domande. La cultura – parola con cui ormai ci puliamo il muso il naso e le orecchie, e che ormai è intesa soltanto come insieme delle materie più umanistiche – non è l’avversaria della scienza né l’alternativa ad una mazza di niente; la scienza è cultura esattamente come lo è la filosofia; la cultura è per tutti, è di tutti (anche quando non lo sanno), e serve a tutti non come può servire un’aspirapolvere, ma come può servire sapere chi sei, cosa ti piace, cosa credi che potrebbe succedere su ‘sto atomo opaco del male. La cultura di ogni tipo è una pozza d’acqua: ci bevi, e ti ci rifletti dentro.

No? Allora sentite questa. La cultura è come un cesso: non è utile, è necessaria.

Si dice che, alle porte della Seconda Guerra Mondiale, per risistemare l’economia proposero Winston Churchill i tagliare i fondi per la cultura, e che lui rispose: “Ma allora per cosa combattiamo?”. E io invece mi chiedo: ma che c’entra Giletti?

One comment to Processo alla cultura e cultura pro-cesso

  • Valentina Carnevale  says:

    Leggere di pensieri senzienti, scevri di categorizzazioni, di questi tempi è grande consolazione.

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