#sonostatoio

Scritto da Alberto De Luca

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“Sentenza”

L’Inferno è quanto di più umano possa esistere. Ovviamente non sto parlando di quell’enorme imbuto collocato sotto Gerusalemme in cui il Sommo Poeta intraprese la sua catabasi, ma di qualcosa di molto vicino a noi, più di quanto noi stessi possiamo pensare. L’Inferno nostrano sono le carceri, quelle enormi bolge dove lo Stato che si vanta di aver dato i natali a Cesare Beccaria rinchiude in condizioni di totale disumanità persone che molto spesso in quelle prigioni non dovrebbero nemmeno starci e che invece ci piombano dentro a causa di leggi bigotte e oscurantiste (vedi la famigerata “Bossi-Giovanardi”), figlie di una classe politica altrettanto bigotta ed oscurantista.

Una di queste persone (persone, non bestie, non scarti della società, persone) era Stefano Cucchi. Non vi racconterò la sua storia, né citerò De André (“Un blasfemo” tratta un altro tema delicatissimo, sebbene anche il suo protagonista muoia a causa della brutalità di due agenti); non vi parlerò nemmeno del coraggio e della determinazione della sorella e nemmeno della lunghissima vicenda giudiziaria legata a questa morte assurda e chiusasi una settimana fa con una sentenza altrettanto assurda. Non voglio nemmeno accusare l’intera categoria dei tutori della legge, sebbene la loro ferocia faccia troppe vittime, né concentrarmi troppo sui lividi e i segni delle botte sullo scheletrico corpo di Stefano o, peggio ancora, sui medi alzati degli imputati alla lettura della sentenza. Non parlerò nemmeno dei medici che avrebbero potuto salvare quel ragazzo facendogli assumere un cucchiaio di zucchero (non un costoso farmaco fuori produzione, bensì del semplice saccarosio) e neanche di Giovanardi, il quale, da buon politico sfornato da questo paese grottesco, ovvero becero, ignorante, bigotto e irrispettoso, imputò questa morte al solo Stefano, colpevole di essere “tossicodipendente, anoressico e sieropositivo”.

Io voglio farmi delle domande. Capire. Non accusare; comprendere le ragioni. I perché.

Per quale motivo un ragazzo che pesa 45 kg per 175 cm di altezza viene rinchiuso in una cella e non portato in un ospedale?

Perché quattro agenti grandi e grossi si accaniscono su una persona indifesa e inerte che non è in condizioni di nuocere?

Perché nessuno si è accorto che Stefano, mentre viene processato, è pieno di lividi?

Perché quattro agenti grandi e grossi si continuano ad accanire contro un ragazzo che ancor meno di prima non è in condizioni di nuocere?

Perché Stefano viene portato in ospedale in condizioni terrificanti e viene impedito alla famiglia di vederlo?

Perché Stefano viene abbandonato a se stesso su una lettiga con lesioni di vario grado ed entità?

Perché nel XXI secolo c’è gente che muore direttamente di ipoglicemia e indirettamente perché sottoposto ad un turpe pestaggio da parte di chi dovrebbe difendere gli indifesi?

Perché gli imputati vengono assolti per insufficienza di prove?

Potrei auto-rispondermi dicendomi che è colpa della polizia brutale, che abbiamo una giustizia inesistente e assente, che il nostro è un paese attanagliato da una tremenda crisi morale, che la nostra classe politica è indietro di 250 anni: potrei dirmi e dirvi tante cose.

La verità è che queste risposte non mi bastano, mi sembrano banali, non servono ad attenuare quella morsa allo stomaco, quel gelo alle viscere che mi assale quando ripenso alle immagini del corpo esanime di Stefano Cucchi.

La verità è il “Dei delitti e delle pene” lo possiamo utilizzare per pulirci quando espletiamo i nostri bisogni organici, dal momento che quelle parole rimangono dei semplici segni d’inchiostro su della carta e non un modo di riconsiderare l’intero sistema carcerario e renderlo più umano, più dignitoso, finalizzato non alla legge del taglione ma al reintegro nella società.

La verità è che in questo paese se fumi uno spinello sei uno schifo di tossico da buttare in una muffosa cella, mentre se sei un evasore fiscale o un truffatore che ha ridotto sul lastrico centinaia di risparmiatori sei solo un furbetto.

La verità è che il poliziotto è brutale non perché è uno sbirro, ma perché è brutale la nostra società, il nostro modo di pensare, perché l’uomo è il peggior nemico di sé stesso.

La verità è che siamo un paese inquietantemente grottesco, paradossale, senza memoria e senza speranza.

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