Un’ora sola ti vorrei (A. Marazzi, 2002)

Scritto da Nunzia Procida

“Articolare storicamente il passato non significa conoscerlo «proprio come è stato davvero». Vuole dire impossessarsi di un ricordo così come balena in un attimo di pericolo”[1].

10807914_10204413753455871_1549989415_nAlla ricomposizione del ricordo della madre, Alina Marazzi dedica il suo Un’ora sola ti vorrei. Il film si propone come strumento di ri-costruzione della relazione madre-figlia; un coraggioso atto d’amore che prende il via dalle bobine amatoriali girate dal nonno, l’editore Ulrico Hoepli, fin dal 1926. Fra queste, Alina ritrova, quasi riscopre, il volto della madre Liseli, morta suicida nel 1972, lasciando la figlia di soli 7 anni.

Il titolo, Un’ora sola ti vorrei, dichiara quindi l’aspirazione a un possesso fisicamente impossibile, seppur limitato nel tempo. 10799839_10204413752975859_30081937_nIl film dura, infatti, meno di un’ora e in questo tempo si dona come strumento evanescente di incontro fra le due figure femminili. Un melting pot che intreccia frames di filmini di famiglia[2], fotografie, lettere (lette ad alta voce dalla stessa Alina), referti clinici che segnano il lungo travaglio di Liseli nelle varie case di cura e che riproduce l’infanzia, l’adolescenza, l’amore, la maternità, la malattia di una donna bella quanto fragile.

I filmini amatoriali del nonno celebrano i legami familiari e, mentre conservano il ricordo dei giorni felici, consegnano le tappe di un percorso intimo che passa attraverso la convenzionalità dei riti: battesimi, comunioni, 10814111_10204413753575874_1968923865_nmatrimoni, gite fuori porta. Lo sguardo del padre-cineamatore restituisce un senso di bellezza anti-canonico, frutto di un’adesione emotiva, scaturita dalla presenza davanti all’inquadratura di persone per le quali egli prova affetto. Quella dei filmini di famiglia è una bellezza sentimentale, emotiva: a suscitare meraviglia è ciò che è vicino al cuore di chi riprende.

A fare da contrappunto alla felicità delle immagini è la voce di Liseli-Alina che esprime il suo malessere, la sua sofferenza che, non riuscendo a trovare riscontro nella rappresentazione figurativa della famiglia tradizionale borghese di metà Novecento, risulta dolorosamente afona. Un’imago felicitatis a cui è impossibile sottrarsi.

10752068_10204413752895857_1949297399_nUn’ora sola ti vorrei presenta un’assenza, la ritrae, la mistifica senza cadere nella retorica né nell’autocommiserazione. Il cinema saggistico[3] della Marazzi pur lavorando sulla soglia del familiare/pubblico esprime con delicatezza una storia intima che, al contempo, agisce sullo spettatore con tutta la potenza dell’universale.

Il film offre un elemento di grande interesse per la riflessione sugli home movies e sulla loro qualità documentaria: sebbene ogni pellicola amatoriale sia girata dalla famiglia per la famiglia, essa si presenta al contempo come testimonianza dell’identità sociale di appartenenza, restituendo una memoria collettiva di un’identità di classe. “Il comportamento nel tempo libero rappresenta la chiave della pseudo privatezza della nuova sfera pubblica, la disintimizzazione di un’interiorità solo dichiarata”[4].

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Consapevole dell’importanza documentaristica dei filmini di famiglia, la cui estetica è legata alla relazione d’affetto  fra l’operatore  e il suo soggetto, la F.I.C.C. (Federazione Italiana Circoli del Cinema) – Centro Regionale della Calabria ha ideato la rassegna-concorso dedicata ai filmini di famiglia, Corti di memoria. Segni privati (ma non troppo) che giunge quest’anno alla terza edizione. Per partecipare c’è tempo fino all’11 dicembre (il bando e la scheda di partecipazione sono disponibili sulla pagina Facebook “Corti di Memoria” o possono essere richiesti inviando un’email a centroregionale.calabria@ficc.it); il 17 dicembre alle ore 15:00 si terrà presso la Sala Stampa dell’Aula Magna dell’Università della Calabria la cerimonia di premiazione.

 

[1] W. Benjamin, Tesi di filosofia della storia

[2] Quasi tutte le immagini provengono dall’archivio di famiglia del nonno di Alina. Il materiale montato è stato selezionato tra oltre venti ore di girato (colore e b/n) dal 1926 (anno in cui Ulrico incontra la sua futura sposa) al 1972. Alcune immagini sono ricavate dai filmini di Giorgio Magister (1958-1962), che ha ripreso il fidanzamento e il matrimonio di Liseli con Antonio Marazzi. La regista ha poi girato delle immagini di raccordo per rendere più fluida la resa complessiva della pellicola.

[3] R. Odin, Le film de famille

[4] J. Habermas, Storia e critica dell’opinione pubblica

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