Aprile è il mese più crudele, ma manco dicembre scherza

Scritto da Francesco Corigliano

Flanders ruinHo finito ieri di leggere The Waste Land, nell’edizione BUR curata da Serpieri. Non so se sia tradotta bene rispetto ad altre – non ho fatto il confronto con altre edizioni – ma ho trovato particolarmente utili tutto l’apparato e l’introduzione, che danno buone indicazioni per interpretare quel telaio di echi e contro-echi che è ‘sto poemetto. Dalle prime quattro parti viene fuori una grande finestra sulla contemporaneità, col vetro spaccato in tanti – vorrei dire “troppi”, ma non posso – frammenti che riflettono fuori, che riflettono dentro, che riflettono altri frammenti, e altri vetri, e così via.

Serpieri esprime dei dubbi sul senso del finale (la quinta parte, What the thunder said) della Terra desolata. Ovviamente, è un po’ strano che dopo aver passato più di trecento versi a intarsiare ragnatele di miti e storia e letteratura, Eliot non abbia niente di meglio da fare che dire “bella ho detto tutte queste cose ma alla fine Shantih lol” che sarebbe un po’ come se Napoleone davanti Waterloo avesse fatto spallucce e detto “sticazzi”.

Non penso si possa parlare di un “colpo di spugna” sul “lavoro d’intelligenza” del poemetto, come azzarda Serpieri, ma piuttosto del compimento più logico – in un’ottica primonovecentesca – della lenta presa di coscienza del disfacimento della civiltà occidentale. Prima contempliamo le rovine, le broken images, assaporando (perché davvero questo sembra fare Eliot, con quello che mi è parso un misto di sconforto e compiacimento) la bella aria secca della terra devastata, e solo dopo averne fatto esperienza veniamo toccati dall’esigenza di pace metafisica che annulli tanta sofferenza – una sofferenza di cui abbiamo in qualche modo aver preso coscienza, ché altrimenti come avremmo potuto desiderare di allontanarla? D’altro canto si è parlato del ruolo “taumaturgico” della stesura dell’opera sulla psiche instabile di Eliot (a p. 11 della mia edizione) (ma anche della vostra se la comprate come la mia, burloni) e per quanto io non ritenga che le interpretazioni psicanalitiche siano tutte bellissime credo anche che tenerle in considerazione – almeno a livello strutturale – non faccia male.

Insomma, la conclusione a sfondo buddista potrà anche sembrare comoda (lo sarà pure), con i suoi “siamo qui solo per esistere, anche un solo attimo”, “non pensare alla chiave della prigione, perché il pensarci è la prigione”, “controlla te stesso” eccetera; ma mi sembra anche una fine prevedibile e quasi necessaria a chi sta vivendo con allarme e dolore il cambiamento del ruolo degli intellettuali e della stessa intellettualità, come probabilmente accadeva ad Eliot nel 1921. Rassicurante riconoscere un senso (anche solo intuito) che è totalmente estraneo a quello, liquido, che il povero poeta tenta di raccogliere con la sua rete di maglie – antropologiche e mitiche – strette, sì, ma mai abbastanza strette da poter trattenere l’acqua.

E insomma, rassicurante la prospettiva mistica orientale, tanto che Eliot fu anche vicino alla conversione ma all’ultimo fece una grossa pernacchia a Buddha e si buttò sul solito anglicanesimo. Amen, forse, ma a noialtri è rimasto un poemetto che, se non ci fosse stata questo “colpo di spugna” finale, secondo me non sarebbe neanche nato. Secondo me, eh.

Per concludere, invito tutti a riflettere – in questo caldo dicembre del 2014, 93 anni dopo – sul fatto che noi la crisi dell’intellettuale l’abbiamo quasi del tutto digerita, e non solo non abbiamo più bisogno di fare ricognizioni millenarie sulla storia e sul cuore dell’uomo, ma preferiamo tenerci il mal di pancia e perdere – faccio il catastrofico va’, è quasi Natale – lentamente il gusto (non dico la capacità) di una sintesi simile. E ce ne vantiamo pure, perché “tanto c’è internet”.
Tutto bello, come no. Però Eliot alla fine di The Waste Land “puntella” le sue rovine. E noi? “Sticazzi”.

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