La tregua

Scritto da Francesco Corigliano

1486734_512471702189719_2745946854188158272_nÈ Natale. Le luci risplendon su terra e crateri e nell’aria il silenzio è d’acciaio. Le stelle del cielo – la stella cometa – son dietro le nubi di polvere nera; da Ovest arriva vibrante l’urlo di aerei da caccia leggera.
È Natale e qui giù siam stretti l’un l’altro a scaldare le schiene e le teste; i cuori stanno (né freddo né caldo) ma di malavoglia stasera.
È Natale e vorrei scavare nel fango uscir sottoterra da fuochi e tempeste e sdraiarmi in salotto tra il gatto e il divano. Vorrei che le bombe non fossero morte, e stessero a casa (loro) attorno al presepe; vorrei che i proiettili – migranti per sempre – trovassero in patria il lavoro agognato, senza cercarlo tra il collo e il costato. È Natale e i canti che sento li fa la mitragliatrice – di falciatrice bruciata nei campi di ritorno da vuoti raccolti. È Natale e il compagno e il nemico mi guardano e dicono: “stanotte non voglio regali per Dio stasera soltanto silenzio pane acqua calda” ma io – io lo so quel che sanno che tutti sappiamo, che il drago di spade cannoni missili e bombe ha steso le ali sul campo sui monti su tutto il globo menato, sputato di sangue e di merda di lesti veloci “la fame è nera”.
Lo so che il serpente ha strisciato negli occhi e le squame di shrapnel (gli artigli di panzer) non hanno più dubbi di sorta; aveva le menti i corpi le voci da sempre – è morta ogni idea di mano che lasci cadere lo scudo, il senso di petti che guardino il buio e sentano solo la pace.
Lo so che è Natale e la bestia reclama un albero alzato di luci e bengala – un fungo di fumo che sbianchi la Luna, che da abissi di spazio si dica: “l’atomo opaco è un regno di ferro” – so tutto quello che tutti sappiamo e stringo il fucile e stringo la terra ma grido al nemico “è Natale, è Natale” e quello risponde cantando un po’ male una sciocca canzone di spighe e di rose (dalla mia destra fa eco il plotone, da dietro si suona tamburo di latta e tace davvero il noioso cannone) canta e gli dico “voglio il mio gatto” e quello mi urla che invece ama i cani. Non posso far finta che taccia il dragone, ma getto l’elmetto striscio sul petto ed esco dal buco di melma. E mi spinge in coro il battaglione, s’alzano loro (ecco i nemici; han buttato da parte le mitragliatrici e trascinano solo le gambe inzuppate) e andiamo tremando alle voci e ai stonati, “è Natale è Natale!” si dicono tutti, “è Natale in salotto è Natale qui sotto” e s’abbracciano stanchi mentre lontano stride il gran verme, adesso più piano.

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