Even if it’s too bright, don’t cover your eyes

Scritto da Luca Vecchio

coverHo scoperto Mike Hadreas (in arte Perfume Genius) pochissimo tempo fa, giusto il tempo di perdermi un suo, a quanto pare, bellissimo concerto in un localino sgangherato nella periferia di Londra quest’estate.

L’aver mancato quel concerto, e la passione che la mia amica andata al “famoso” concerto prova per lui, mi ha spinto ad avvicinarmi a Mike. È stato colpo di fulmine al primo ascolto, la fragilità e allo stesso tempo l’arroganza di Hadreas mi hanno catturato. Per questo ho voluto parlare della forte lucentezza che sprigiona il suo ultimo lavoro, Too bright, perché per me è ancora più lucente e calda come sa essere solo un amore nuovo e non ancora corrotto. Ho visto in Hadreas una sorta di Patrick Wolf stilisticamente sempre barocco ma meno orchestrale e più minimalista (devoto al piano), che unisce una profondità struggente di testi paragonabili al cristallino Antony e una sperimentazione stilistica simile a quella vissuta negli anni da The Hidden Camera. Non a caso ho citato solo alcuni dei nomi più importanti della musica alternativa legata al mondo LGBT, perché soprattutto per Perfume Genius, un paragone fatto con suoi colleghi eterosessuali non avrebbe lo stesso impatto. Infatti egli stesso dice in un’intervista:  “[…] a lot of people […] nudged me to make less gay-themed things. […] to make something with broader appeal. And that’s why I failed trying to be that. There are a lot of songs about how I recognize the bad patterns I’m in. There would be lots of easy things for me to do that would get me out of those behaviours but […] no thanks, I’m just going to keep being horrible and miserable”. Hadreas, sfoggia la sua sessualità come un abito, brillante, dentro il quale ci si sente comodi, ma che risulta stranamente inadeguato solo quando gli altri iniziano a notarlo perché troppo diverso dal loro.

Cogliendo l’occasione della recensione voglio rompere uno dei luoghi comuni riguardanti il mondo dell’arte, e non solo, per il quale quando si parla di sentimenti “l’universalità” è l’unica lente attraverso la quale si possano leggere tali moti dell’animo, rischiando di banalizzarli e fargli perdere quel valore di diversità, che è cruciale e  coesistente all’universalità stessa. Eppure paradossalmente, contraddicendo quello che prima ho affermato, l’album, anche se nato dall’espressione dei “disagi” legati alla sessualità di Hadreas e alla sua vita intima, ha comunque la capacità di rivolgersi a tutti quelli che hanno la necessità di affermarsi, di confermare la propria presenza, di riscattarsi e di risplendere. Un disco che parla dei dolori e della felicità che l’essere se stessi ci procura.

L’album inizia con I Decline, che è la presa di coscienza che qualcosa non torna, che c’è qualcosa di scorretto, qualcosa che però potrebbe essere camuffato, perfume-Genius-mainimbellettato e coperto, una scelta che Hadreas rifiuta di mettere in atto (“No Thanks I decline […] That’s alright I decline”), dimostrando così coraggio e auto-affermazione. In Queen ricalca tutti gli stereotipi dell’omosessuale devoto ad un diva, donna forte, dalla personalità istrionica e che probabilmente nell’immaginario gay si è sedimentata come sostrato di qualità “al limite”. Una donna temuta e desiderata, estrema, che conduce una vita disprezzata dalla maggior parte, in cui la bellezza è sofferta, violata e dannatamente decadente, in un sfolgorio di lustrini e psicofarmaci. La trama sonora è adeguata, in crescendo, con bassi ciclici ed una batteria ripetitiva che insieme fanno da base ad un fantastico piano distorto e a effetti glitch, anomali e quasi al limite dello psichedelico, che si ripetono alla fine di ogni ritornello (“No family is safe when I sashay”). Ed è qui che in più di tutte le altre canzoni Hadreas grida per attirare l’attenzione su di se. Una volta ottenuta però, con Fool le cose cambiano e troviamo un testo scarno in cui la commiserazione e lo sbeffeggiamento sono auto-inflitti come per difendersi in anticipo da attacchi che sarebbero, prima o poi, arrivati (“I plume and I plume, Like a buffoon”); la canzone però lascia spazio alla capacità compositiva di Perfume di tessere melodie diverse in un sound dannatamente anni ’80. Dopo aver cercato l’attenzione ed essersi auto-deriso per difendersi, troviamo No Good in cui Hadreas ammette però che solo l’amore (di un lui generico) può consolarlo e lenire il dolore dell’anima e del corpo: “where I took his hand in mine, for a little while, everything was alright”. Il piano dolce e minimalista è il giusto accompagnamento a parole tanto profonde, il vocale campionato e sapientemente ricostruito all’interno della canzone e da ancora più spessore alla voce di Perfume. La chiusura è qualcosa di straziante, il piano va in crescendo e la voce pietosa si eleva in versi indefiniti, questa canzone è una sorta di  buon ritorno ai primi lavori (‘Learning’ e ‘Put Your Back N 2 It’). My Body è una sorta di traccia sperimentale (l’altra è sicuramente I’m A Mother), che Hadreas propone e che usa per allontanarsi invece dai vecchi lavori. Una sorta di R&B distorto, malato, in cui la sessualità è perversa (“I wear my body like a rotted peach, You can have it if you handle the stink, I’m as open as a gutted pig”) e i ritmi sincopati, bassi, tetri e distorti, che richiamano lontanamente Scott Walker, si adattano perfettamente al testo. Don’t Let Them In, più che un semplice brano è una confessione, una confessione sulla stanchezza e la frustrazione nel dover tener lontano gli altri, indefiniti e cattivi, che possono corrompere il corpo e l’anima. Leggendo attentamente però, notiamo unnameduna forza naif, che richiama la prima traccia, in cui Hadreas confessa: “Don’t let them in, I am too tired, To hold myself carefully”. Dopo questo lamento si passa a tutt’altro (in una sorta di sali-scendi) con Grid, in cui abbiamo beat distorti, batteria in crescendo e campionamento di stridolii e urli che fanno da sfondo ad un testo psichedelico e arrabbiato, anche se un po’ troppo sentito (“I can see, See for miles, The same old line”). Che ci sia un ritorno violento all’elettronica anni 80 negli ultimi anni è indubbio ma dall’utilizzarla al saperlo fare ce n’è di differenza, e Hadreas lo sa fare, soprattutto con Longpig. Non vi è un semplice campionamento o una copiatura di qualche beat trito e ritrito, ma una spudorata rielaborazione e sapiente sperimentazione, che giunge a toccare di sfuggita Lynch. Una sperimentazione che continua con I’m A Mother, anche se in una forma decisamente più tetra e rarefatta, in cui il testo è recitato in una distorsione cupa e agghiacciante che risulta essere un’ammissione di colpe (oltre che sue anche di qualcun altro, probabilmente della madre): “Down here, I’m no blood upon the erath, I’m a resteless fate, And back there, I’ve spent a shame”. Dopo questo viaggio interno ed oscuro, l’autocoscienza della propria brillante diversità viene raccontata in “Too Bright”, nella quale l’amato piano suona caldo tra un levare di flauti e tutto si conclude con: “Each night, Too bright!”. L’album ha fine con un brano dai leggeri toni swing, che vengono sfumati in un pop-rock orchestrale e malinconico, in cui Hadreas si rivolge non solo al suo uomo ma a tutti quelli verso cui irradia il suo splendore; lanciando un appello disperato ma carico di speranze, in cui la fragilità si trasforma in forza: “I don’t need your love, I don’t need you to understand, I need  you to listen”.

Come invoca alla fine Perfume io vi chiedo di ascoltare attentamente questo disco, a prescindere dalle vostre preferenze sessuali, senza necessità di capirlo o di amarlo poiché è probabile che lo farete in ogni caso. Sappiate insomma che è inutile il tentare di coprirvi gli occhi perché la luce emanata da Perfume Genius è troppo abbagliante.

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