Spifferi

Scritto da Francesco Corigliano

Pane_di_farro21Io faccio il panettiere. È un mestiere antico, più che dignitoso, che mi garantisce buoni guadagni e di conseguenza un buon stile di vita. Un buon stile di vita implica, tutti ne converranno, il possesso di una casa sicura e comoda. A questo ho pensato molte volte, stanotte, quando ho sentito sul collo il soffio leggero di uno spiffero.
Una casa comoda infatti non ha né correnti d’aria, né umidità, né spifferi; e la mia, se è per questo, non ne ha mai avuti prima di stasera. È un appartamento rispettabile, proprio sopra il mio panificio; ha il soggiorno, la tv al plasma, il frigorifero e tutto il resto. Gli infissi, che effettivamente ho cambiato otto anni fa, mi sono sempre sembrati efficienti e impossibili da superare anche per il più piccolo alito di vento.
Eppure, stasera, sotto le coperte, sulla nuca ho sentito la carezza fresca di uno spiffero. Nel dormiveglia, ho sistemato le coperte in modo da coprirmi sino alle orecchie; e pure il moto d’aria, sebbene affievolito, ha continuato a raggiungermi nello stesso punto. Mi sono voltato, fronteggiando direttamente questa corrente che – pensavo mentre riemergevo dai più superficiali strati del mio sonno pesante – non ricordavo di aver mai avvertito in camera. Sembrava provenire dal guardaroba, o forse dallo scaffale che sta lì nell’angolo; eppure, una volta che mi sono girato, m’è parso di sentire lo stesso il sospiro sul collo. Sì, proprio quello spiffero, soltanto un po’ di traverso, di sbieco, come se il suo percorso lo portasse a rimbalzare nell’angolo della stanza, curvare lungo il comodino e finirmi direttamente sull’attaccatura dei capelli.
Mi sono spazientito, e ho acceso la luce. Quegli infissi li ho pagati, all’epoca, come prodotti che durassero almeno nove anni. Tutti converranno con me, se dico che era il caso di dargli una controllata, almeno per individuare i danni più evidenti, le crepe più ventose. Sono andato vicino alla finestra, l’ho controllata per bene, e ho trovato un piccolo foro vicino alla maniglia. Piccolo, certo, ma fuori era una notte ventose e mi sembrava di poter vedere, attraverso le serrande abbassate, i banchi di nubi strisciare piano nel cielo. Ho messo un dito sul buco, a coprirlo, per verificare le sue doti ventigene. E, singolarmente, nonché fastidiosamente, mi sono accorto che lo spiffero persisteva, e continuava ad arrivarmi sulla nuca.
Ho messo allora l’altra mano su quello che, più a sinistra, nell’angolo in alto, mi pareva un foro sospetto. Questo deve aver cambiato il sistema di correnti nella stanza, perché l’unico effetto che ho riscontrato è stato un aumento della forza dell’alito d’aria sul mio collo. Allora ho mollato tutto, e sono andato a prendere uno scialle all’armadio; uno scialle bello, di tessuto fine, con un disegno ad arabeschi che mi ricorda, non so perché, l’India. L’ho avvolto attorno al collo, ben stretto, ed ecco che ho sentito all’orecchio destro un tremito, un sussurro, un soffio leggerissimo – impercettibile quasi, ma percettibile invero – che altro non era se non lo spiffero. Mi sono arrabbiato, molto arrabbiato. E, ne converranno tutti, a ben donde: perché spaccarmi la schiena tra forni e farina, se non posso dormir sonni senza vento tra i frutti delle mie fatiche? Sono andato alla porta, l’ho aperta, e lo spiffero è rimasto uguale. Sono andato in corridoio, e lì mi è sembrato aumentare, ma appena ho raggiunto il bagno è di nuovo – così mi è parso – diminuito. Non fosse che, e ho pensato che la questione fosse risolta, ho trovato la finestra del bagno accostata; non ricordo di averla chiusa, in effetti, ed è stata molta la mia soddisfazione nel provvedere e risolvere, così, il problema.
L’alito gelido è sparito, smesso, estinto. Sono uscito dal bagno, e neanche il tempo di chiudere la porta che ho avvertito tra i capelli uno spasmo veloce, un passaggio sottile ed etereo. Le punte dei baffi hanno tremato, i peli delle orecchie hanno vibrato un istante; e ancora la corrente ho sentito, sul fianco destro del volto. Allora ho gridato di rabbia, sono andato in camera, mi sono messo un cappello di lana e mi sono buttato sotto le coperte, coprendomi fino alla punta della testa, deciso ad addormentarmi senza più pensare allo stupidissimo problema eolico. Ho dimenticato però di spegnere la luce, e non so se mi ha fatto più arrabbiare l’idea di dovermi alzare di nuovo per provvedere o, piuttosto, l’incredibile persistenza dello spiffero oltre le coperte, le lenzuola, la lana invernale. Mi sono alzato di nuovo, e – penso che mi si possa capire – ho menato un calcio agli infissi, che hanno vibrato sonoramente, rinfrangendo l’aria della stanza con il loro rimbombo. La forza del flusso ha vacillato, è vero, ma solo per un attimo; un attimo durante il quale ho tirato un sospiro di sollievo, un sospiro che s’è unito, l’istante successivo, allo spiffero sottile.
A questo punto mi sembra non sia più necessario scusarmi. Sono entrato nell’armadio e mi ci sono chiuso dentro. Il soffio era anche lì, e per un attimo m’è parso che facesse muovere pure lo scialle indiano. Non ho avuto paura, non ne ho neanche adesso. Però sono certo che, lì nel buio del mio armadio chiuso, un po’ sono impallidito.
Certo subito dopo devo esser diventato ben rosso di rabbia: sono uscito fuori, ho abbandonato la mia camera e sono andato dritto nel box doccia. Lì lo spiffero era più intenso, e si caricava dell’umidità di gocce rimaste sullo scolo dell’acqua. Ho aperto la porta e mi sono fiondato in cucina, nel ripostiglio. Mi sono chiuso al buio, e m’è sembrato che le scope ondeggiassero come canne al vento, mentre il solito brivido mi solleticava la nuca. Ma non mi sono dato per vinto, ah no. Tutte le ho provate, tutte. Sotto il letto, dietro il frigo, in soffitta. Non mi si potrà biasimare, allora, se sono sceso già in bottega e mi sono infilato nel magazzino della farina; non mi si potrà rimproverare se mi sono infilato tra i sacchi, mentre l’aria glaciale s’insinuava tra le pieghe della carta, tra le polveri di grano macinato. Ho urlato, credo, ma solo di furia e di sdegno per un sonno interrotto, per una casa creduta confortevole e invece incapace di trattenere del semplice movimento d’aria. Ma, alla fine, ho vinto. Sì, ho vinto, e non ho paura a dirlo, ho vinto quando mi sono infilato nel forno e ho chiuso lo sportello. Qui lo spiffero freddo ha trovato la sua sconfitta, e io la mia vittoria finale sulla tortura ingiusta, ingiustificata, incomprensibile.
Devo però ammettere – e di questo tutti mi renderebbero onore – che non mi riconosco totalmente vincitore, poiché per quanto la causa principale del fastidio di questa lunga notte, ovvero il freddo, sia ormai sparito, pure riconosco che un leggero moto di vento c’è ancora. C’è ancora qui, nel forno chiuso, ed è diventato caldo. Un caldo piacevole, per la verità, ma del quale non ho bisogno; un caldo che deve essere rimasto dall’ultima infornata, di qualche ora fa, infornata che m’è rimasta forse impressa nel cervello, perché poc’anzi – uno, due minuti fa – m’è sembrato d’udire lo stesso suono che fa il contatore dei gradi quando lo imposto al massimo, tic; e davvero devo essere stanco, provato, esasperato dall’esperienza di questa notte, se adesso – davvero fa più caldo – mi pare che pur spingendo il portello del forno non si apra.

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>