Wells, ciechi, ragni e formiche

Scritto da Francesco Corigliano

formiche_tagliafoglieRecentemente mi sono capitati sotto mano tre racconti brevi di H. G. Wells, Nel Paese dei ciechi (1904), La valle dei ragni (1903) e L’impero delle formiche (1911). Sono contenuti in due distinti volumetti Adelphi della collana “Biblioteca minima”, entrambi muniti di un commento di Sandro Modeo – il quale ci assicura che tutti insieme costituiscono un trittico sul tema del “superorganismo” e sul senso di comunità.
Il che mi sembra abbastanza plausibile, sebbene Wells affronti la questione con un approccio diverso di volta in volta. Infatti, pare che questo superorganismo rappresenti un’integrazione sociale da cui l’uomo si tiene (a torto, a ragione, o per sbaglio) ben lontano, descritta attraverso l’opposizione tra gli esseri umani stessi e le creature che devono fronteggiare.

Vi avverto che qua e là spoilero, e me ne vanto.

Ne La valle dei ragni, l’organizzazione degli insetti perfettamente sincronizzati e determinati (devo specificare che l’immagine degli aracnidi in mongolfiera che tirano le reti sugli umani è folle e allucinante? Devo proprio? Sì? Beh, è folle e allucinante), la quale è dinamica in ogni senso, si oppone al sistema sociale dei tre cavalieri che, pur essendo rigido (come uno dei personaggi non smette mai di far notare) e quindi in teoria maggiormente resistente, si sfascia lo stesso in mille pezzettini di convenzione sociale. Ciò è dovuto in parte agli eventi meravigliosi – e vorrei ben vedere; se dovessi pensare a qualcosa di peggiore di generici insetti volanti, penserei proprio ai ragni volanti – in parte alle dinamiche interne dello stesso gruppo sociale, e nello specifico alla funzione dell’onore e dell’orgoglio; che se da un lato avvicinano il cavaliere dalle briglie d’argento all’immagine del predatore, dall’altro lo fanno risaltare come nodo dannoso e autodistruttivo nel tessuto sociale. Sarò fissato io, ma mi sembra che a livello di meccanismi narrativi questo racconto si avvicini alla classica impostazione da storia apocalittica/post-apocalittica degli ultimi anni: si verifica qualcosa di assurdo e catastrofico, l’evento mette in crisi i valori e le società, l’uomo non regge e finisce per contribuire lui stesso alla distruzione. Homo homini lupus o, in questo caso, araneus.

Le ambizioni umane sono causa di un po’ di casini anche ne Nel Paese dei ciechi, che spiega ben bene come “il monocolo” possa essere re soltanto tra coloro che sanno di non vedere. Il desiderio di Nuñez di dettare legge tra gli orbi è il frutto della sete di potere, una brama che ha senso soltanto tra coloro che a quello stesso potere danno importanza. Se in gruppo nessuno possiede A, e pure tutti reputano A molto importante, ecco che il primo che dimostrerà di possederla sarà tenuto in gran considerazione; ma se al suo posto arriverà uno con B, e questa B non sarà non soltanto conosciuta ma nemmeno concepita tra gli altri, quello stesso B-fero (che sarebbe colui che porta B, e non la pianta della quale ho appena scoperto l’esistenza) sarà  ignorato se non addirittura deriso.
Peraltro Nuñez , quando parla della vista, è trattato come un pazzo o al massimo un disadattato, con una cautela e una compassione che ricordano fin troppo quelle usate comunemente nei confronti dei folli. In più di una pagina sembra di assistere alla classica scenetta dell’esaltato che afferma di avere poteri sovrannaturali, mentre il resto della comunità lo ignora, lo deride o cerca di ricondurlo alla ragione. La cosa inquietante, ovviamente, è che Nuñez ci vede davvero.
Ciò può implicare, credo, che non sia tanto l’ambizione del protagonista a metterlo nei pasticci quanto piuttosto la sua diversità intrinseca; una diversità che se si può superare in senso sociale (Nuñez lavora, fa la corte ad una ragazza del luogo, si “integra”), ha bisogno di uno sforzo di volontà da parte del suo possessore per poter essere annullata anche in senso materiale (attraverso l’asportazione degli occhi). A Nuñez la società chiede una menomazione, che togliendogli qualcosa finisca col dargli qualcos’altro in più agli occhi (AH-AH) della comunità.

La comunità de Nel Paese dei ciechi agisce in più d’una occasione come un unico essere – appunto il “superorganismo” – muovendosi simultaneamente e sfruttando i sensi affinati dei suoi individui. Lo “stormo” di ragni del primo racconto, alla stessa maniera, caccia in gruppo attraverso la cooperazione. Nel terzo racconto, L’impero delle formiche, ci troviamo ancora una volta davanti ad un’organizzazione simile: migliaia di formiche si organizzano per attaccare gli umani e difendersi da essi, sfruttando il proprio numero e la capacità di agire come un tutt’uno. Nel testo è possibile rintracciare tracce della critica antimperialista che Wells conduceva abitualmente – come pure accade ne L’isola del dottor Moreau, del 1896 – e in qualche modo si ritrova lo scontro individuo/società che abbiamo già visto nei due racconti precedenti (in particolare nella figura del capitano Gerilleau, che non sa affrontare le situazioni che gli viene chiesto di risolvere e che non sa prendersi cura dei sottoposti); eppure è qui, mi sembra, che il tema del “superorganismo” raggiunge i livelli più alti di concretezza e di inquietudine. I ragni sono confinati nella loro valle, i ciechi nel loro paese, mentre queste formiche si stanno diffondendo e secondo alcune stime “nel 1950, o al massimo nel ’60, scopriranno l’Europa” (p. 61). Hanno armi, forse vestiti, comunicano.

Che dire? La massa ordinata, l’organismo “diffuso” proposto da Wells è tanto più disturbante quanto più assomiglia all’ideale della comunità umana; esso dimostra quella capacità di servire sé stesso che all’uomo sembra negata a causa dell’individualismo, dell’ignoranza o dei meri limiti fisici. Il “superorganismo” e la centralizzazione degli individui appaiono possibili soltanto per gli animali e per i para-umani, soltanto cioè in situazioni limite e in qualche modo estranee alle società occidentali (e forse non solo).  Forse è per questo che, nonostante tutti gli internet, le globalizzazioni e le nazioni unite di questo mondo, ancora questi racconti risultano così inquietanti?

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