Editoria e (iper?)indipendenza

Scritto da Francesco Corigliano

fotoMaltaBastarda-620x412Riporto giusto un piccolo spunto, sul quale suppongo sarebbe necessario riflettere con calma e anche più abbondantemente di quanto posso fare io qui e ora.

Facciamo finta che le case editrici servano a selezionare i testi migliori (sto facendo finta) e a renderli disponibili al maggior numero possibile di persone interessate. Facciamo finta che le case editrici servano da setaccio, per isolare tra tanta produzione mediocre quella che è realmente meritevole. Ipotizziamo quindi che le case editrici abbiano l’autorità e la capacità critica di poter operare una scelta, di qualificare il valore di un prodotto culturale.

Prendiamo ora l’autopubblicazione digitale, quella cosa che a un certo punto ti fai da solo un ebook con le tue cose e lo pubblichi in giro su blog e siti, o lo vendi su Amazon ecc. È diverso dalle case editrici a pagamento, perché in quel caso c’è qualcuno che – nonostante spesso si riduca ad agguantare il dinero, stamparvi male e poi dileguarsi senza pubblicizzare libri pamphlet o quello che avete pubblicato – ci mette in qualche modo la faccia. Con l’autopubblicazione non c’è niente dietro di voi: soltanto il vostro lavoro, la vostra fantasia, la vostra abilità a creare pdf ed epub e una grandissima forza di volontà nel farvi una pagina “Scrittore” su Facebook.
Esistono anche dei siti come Lulu o Narcissus (che nome, eh?) che aiutano il novello autore a sistemare il libro e piazzarlo nei negozi, ma fondamentalmente il lavoro principale è a carico di chi vuole pubblicare.

Ora, una breve precisazione prima di procedere: non voglio criticare né l’autopubblicazione né le case editrici tradizionali. La prima è un’opzione che può essere ben valida, che può dare risalto a materiale anche eccezionale e che può portare anche al successo (Cinquanta sfumature di grigio è nato su Lulu) (anche se forse questo non dovevo dirlo), mentre le case editrici mantengono ancora in molti casi la rispettabilità, l’autorevolezza e la competenza che dovrebbe loro spettare.

Detto ciò, riflettendo sulle benedette case editrici e sul concetto di autopubblicazione, ecco che mi sembra che nasca spontaneamente una considerazione. È giusto che un autore decida autonomamente se il suo lavoro è pubblicabile o meno? È giusto che ci si possa reputare adeguati alla paternità di un libro? Non stiamo parlando del raccontino spurio pubblicato qua e là, magari sul proprio sito (ne approfitto per far notare, comunque, che il discorso dell’autopubblicazione non vale soltanto per la narrativa), ma di un vero e proprio libro – o qualcosa che ad esso è assimilabile. Si dirà: “eh, ma sarà il mercato a stabilire se il libro autopubblicato è meritevole o meno”. Quindi in pratica è il mercato, cioè quel meccanismo di vendita che risponde alla domanda di una massa di consumatori non edotti in materia libresca (1) a decidere se un libro pubblicato è meritevole.

Si dirà pure: “eh, ma a Svevo gli editori dicevano che non sapeva scrivere”. Ok, però è arrivato Joyce, che non era di per sé un editore ma era uno che ha fatto sì il caro Italo venisse notato dalla critica francese, e che voialtri, oggi, possiate leggervi La coscienza di Zeno. Uno che, praticamente, ha selezionato, e che rappresenta al meglio ciò che un sistema editoriale sano – munito cioè di un retroterra culturale altrettanto in salute – dovrebbe fare.

Tutto questo mi sembra, in realtà, molto coerente. Soltanto in un’epoca in cui la critica letteraria ha un po’ perso la bussola, e in cui in generale l’esercizio del giudizio qualitativo – non soltanto sul prodotto culturale – viene additato come una sopraffazione autoritaria, ecco, soltanto in questo momento poteva nascere una cosa (che può essere anche bella) come l’autopubblicazione. In un momento storico che ha partorito (ed è partorito da) internet, può essere possibile un’autoaffermazione della propria qualità basata su una autovalutazione e sull’annullamento del confronto – a parte di quello, è ovvio, basato sul grado di commerciabilità. Adesso possiamo saltare il momento critico, adesso possiamo fidarci solo di noi stessi. Insomma, soltanto oggi possiamo dire con serenità “sono bravo” senza voler sapere se chi ci dice “caspita sì sei bravo e che eleganza” è in grado di valutare o meno.

Alla fine della storiella ripeto, ancora una volta, che non voglio criticare l’autopubblicazione. Perlomeno, non più di quanto voglia criticare un certo modo di fare editoria. Voglio soltanto dire che, boh, mi sembra tutto coerente ma che quando penso ad autori “indipendenti” penso anche ad un’editoria indipendente e ad una richiesta culturale di quella specifica indipendenza.

E comunque  ho usato troppe parentesi.

(1)Mi rendo conto che leggere pochi libri non equivalga automaticamente a non saperli valutare appropriatamente; eppure, non so perché, ho il sentore che non sia una conseguenza così improbabile. Ad ogni modo ne approfitto per segnalarvi questo articolo, che parla anche delle percentuali di lettori (in Italia), e della vicenda Mondadori – Rcs.

One comment to Editoria e (iper?)indipendenza

  • Nunzia Procida  says:

    Sono d’accordo con te, caro Francesco. C’è anche un altro fenomeno da non sottovalutare: l’autopubblicazione della propria tesi di laurea o dei saggi. Mentre per la narrativa – che mi si corregga qualora sbagliassi – i contenuti raramente devono essere analizzati criticamente (fonti storiche, riscontro fra tesi presentate e pensieri d’autore, citazioni) per la saggistica si richiede un’attenzione differente. Se, al termine di una stesura di un saggio, non c’è qualcuno capace di correggere refusi storico-spaziali-filosofici-numerici potremmo ritrovarci a leggere una Storia che nemmeno il gatto di Schrödinger riuscirebbe a raccontarci.

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