Eravamo quattro amici al bar e non sapevamo cosa volevamo cambiare

Scritto da Nunzia Procida

Ieri mattina, mentre navigavo nel vasto oceano della rete, mi sono ritrovata, inconsapevolmente, a vedere “Cara ti amo”, un film di Gian Paolo Vallati del 2011 che racconta la storia di quattro amici di vecchia data single e delusi dalle rispettive storie d’amore finite, come prevedibile, male. Il titolo ammicca all’omonima canzone di Elio e le Storie Tese sul cui testo sembrano costruirsi i quattro protagonisti: Rosario, Stefano, Paolo e Raffaele.

 cara

Il film inizia con una didascalia, “Ogni giorno, in Italia, circa 100.000 donne ricevono un invito al ristorante”, cui segue un montaggio di tre incontri nello stesso ristorante fra Rosario, autore televisivo prima e teatrale poi, e tre sue “ospiti”: una finta autonoma femminista, un’eterna indecisa, una logorroica. Altra didascalia: “Ogni giorno in Italia, circa 100.000 donne ricevono due inviti al ristorante. Il primo, e l’ultimo”.

Lo scontro fra gli abitanti di Marte e le autoctone di Venere è aperto e, stavolta, non impari. A vincere sembrano essere le donne che vengono depotenziate dell’intelligenza e giudicate sul grado di “scopabilità” e, spesso, come si suol dire, basta che respirino. Il sesso è al centro della pellicola: chi ne fa troppo, chi poco, chi potrebbe/dovrebbe farne di più. L’investimento emotivo è pressoché minimo perché la generazione di quarantenni che viene presentata è depauperata di qualsiasi valore, persino quello dell’amicizia giacché Rosario ci prova anche con la figlia diciottenne di Raffaele, maestro di tennis con un unico scopo nella vita: conquistare la “femmina”.

Quando Paolo, barman che per amore di Maya riprende il suo lavoro di grafico, confessa agli altri che la sua ragazza è incinta, Rosario chiede: “E chi è stato?” mentre Raffaele: “Scusa, ma non prendeva la pillola?” quasi a voler cercare il gap della gravidanza indesiderata in un errore di Maya. È solo Stefano, architetto single, che sembra far luce sulla condizione esistenziale del gruppo: “Ragazzi, stiamo incominciando a invecchiare, è ora che cominciamo pure a diventare adulti”.

Il film non propone nessuna morale finale, non giudica i suoi protagonisti, prova a raccontare quegli “Uomini soli” che cantavano nel 1990 i Pooh. Stavolta, però, per scelta o se vogliamo incapacità.

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