Porno e decapitazioni: l’esilio dello sguardo

Scritto da Leonardo Renzi

11028411_620401054726095_322351769_oC’è una stretta connessione fra la pervasività delle immagini di attentati ed esecuzioni terroristiche diffuse dai mass media, e il progressivo aumento della violenza nella pornografia professionale: in entrambe l’aumento della ferocia visibile corrisponde ad una progressiva sottrazione dell’esperienza mostrata, ad una consapevolezza che fra l’evento e la sua riproduzione c’è un gap angosciante, che si tenta di colmare iperealizzando la violenza, trasfigurandola in (dis)ordine estetico.

Alla fine degli anni ’90, con l’avvento concomitante del web di massa, le webcam e le videocamere a basso costo, il porno arrivò ad una capillarità di diffusione che si tradusse in una crisi radicale di produzione, diffusione, fruizione: la richiesta di una maggiore velocità di consumo (nelle pause di lavoro, come break fra gli impegni familiari, ecc), la necessità del prodotto professionale di competere con l’amatoriale a basso costo, l’assuefazione al prodotto tradizionale con i suoi standard tecnico-performativi, le pratiche sessuali fisse, ecc fecero sì che l’industria dell’eros si riorganizzasse abolendo le “trame” a favore di sequenze di scene di pochi minuti senza alcun collegamento fra loro, utilizzando videocamere amatoriali, webcam e poi cellulari per le riprese, ma soprattutto incorporando nei prodotti a larga diffusione pratiche violente, al fine di iniettare un surplus di “realtà” ad una rappresentazione ormai percepita come omologata, standardizzata. L’aumento del tasso di violenza nel porno, generò prima qualche protesta da parte di isolati intellettuali e studiosi dei mass media, ma poi fu ben presto digerita, ed interpretata semplicemente come una risposta a fantasie erotiche represse nella realtà, e quindi bisognose di una rappresentazione per essere sfogate. Nemmeno un decennio dopo, il terrorismo di matrice islamica riorganizza le sue metodologie di propaganda interna ed esterna, trovando nella nuova estetica impostasi nel porno il mezzo più adatto per i propri fini: i video della decapitazioni, in cui si simula l’esecuzione dell’ostaggio fino a dieci volte prima che questa avvenga “realmente”, la disposizione geometrica degli esecutori e della vittima, la durata di pochi minuti adatta per la fruizione rapida, l’indugiare sulla ripresa del lato biologico della morte, ricalcano il pedissequamente il prodotto pornografico, fino a sovrapporsi ad esso.

11039779_620400924726108_1114691343_oSia nel caso della nuova pornografia che dei video di propaganda del terrorismo islamico, l’inquietante non è il tasso di ferocia sempre più alto, ferocia che fra l’altro aumenta esponenzialmente all’aumentare della capillarità di produzione e diffusione, ma la sensazione di irrealtà, di vuoto di senso che la sua visione lascia allo spettatore: i corpi sembrano senza peso, l’azione più viene mostrata nei particolari più appare una messa in scena, l’idea di un’intesa fra aguzzino e vittima balena data la passività con cui quest’ultima subisce la violenza, come se questo fosse parte di un copione, di una necessità estetico/estatica. Finito il video, la sensazione devastante è quella di non aver assistito a nulla, che un’esperienza fondamentale (la morte, l’eros) sia vuota di contenuto, un’immagine fra le altre, condannata a rimandare unicamente a se stessa, al suo riprodursi, diffondersi, trasformarsi in un’altra immagine deprivata di senso.

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