Talìa, Otello

Scritto da Elena Vetere

otello-luigi-lo-cascio-_mg_3285Molto male. Mia madre ebbe quel fazzoletto da una zingara egiziana, una maga che sapeva leggere nel pensiero. Nel darglielo, la maga le aveva detto che finché l’avesse portato con sé, quel fazzoletto l’avrebbe fatta apparire sempre desiderabile e che mio padre sarebbe rimasto fedele al suo amore. Ma se lo avesse perduto o regalato sarebbe divenuta odiosa agli occhi di mio padre, e il suo cuore sarebbe andato a caccia di altri amori. Mia madre, morendo, lo diede a me, e mi fece promettere che se mi fossi sposato, l’avrei dato a mia moglie. Così ho fatto. Abbine cura e tienilo caro. (Otello, III, IV)

Il sabato 14 marzo al Teatro Auditorium dell’Università della Calabria, Luigi Lo Cascio ha rappresentato la sua riscrittura di Otello. L’attenzione dello spettatore, immediatamente catturata dal calare in scena di un lenzuolo bianco sul quale si agitano immagini animate di vermi divoratori, viene definitivamente posseduta quando, in concomitanza con lo snodarsi esplicativo delle figure proiettate, una voce potente irrompe nel silenzio del teatro per narrare, in dialetto siciliano, la famosa storia del fazzoletto donato da Otello (interpretato da Vincenzo Pirrotta) a Desdemona (Valentina Cenni).

In dialetto siciliano, esatto, perché, a quanto pare,  davanti a sentimenti così forti, potenti e devastanti, l’italiano si deve arrendere e far spazio alla parlata delle passioni, mentre tra quelle poltrone, ormai, già ci si guarda, già si capisce che non sarà una convenzionale rappresentazione, che si potrà essere d’accordo o meno, che si discuterà, dopo, del perché Otello sia bianco e non moro, del perché Desdemona sia estranea, solo lei, al modo di esprimersi dialettale, del perché i personaggi, ridotti al minimo, in quattro, si alterino sullo sfondo grigio e tetro di un allestimento minimalista. Ma, con la vicenda lì, sul palco, non c’è tempo di riflettere e darsi delle risposte, non c’è tempo di pensare, la frenesia permea la sala, e mentre Otello si dibatte, si colpisce, piange, urla ed infine sviene, i pensieri diventano anche loro plasmabile materia tragica, tra le mani di Shakespeare e di Lo Cascio. L’attore e regista veste i panni di Iago, colui che intesse la tela dell’inganno, ma che in fondo rimane sempre uguale a se stesso, al contrario di Otello – il quale si estranea da Otello stesso e diventa qualcun altro, “qualcos’altro” che arriva ad uccidere l’amata Desdemona, perché ha perso il controllo delle proprie azioni ed è succube di una tragedia involontaria, umana, di cui neanche Iago ha colpa. Desdemona rimane immobile ed integra sul piedistallo della fedeltà, prega un po’, prima d’esser uccisa, di poter vivere una mezz’ora, un’altra soltanto, ma come solo l’innocente può chiedere, non un’ora, mezz’ora, per non far torto a nessuno. Una tragedia costruita per inganno ma che dell’inganno non presenta traccia; Cassio, infatti, non si vede, perché l’inganno non esiste, se non nella mente dell’ingannato.

Mentre il quarto personaggio – una voce narrante, un soldato, un boia, interpretato da Giovanni Calcagno e identificabile, credo, anche con lo stesso Shakespeare – rimane sempre al margine del palco spostando qua e là gli elementi scenici, il dramma degli uomini e dell’uomo si realizza, prende vigore ed esplode non, paradossalmente, quando Otello uccide Desdemona, ma quando il marito alla moglie, l’uomo alla donna, l’essere umano all’altro essere umano,  urla ‘’tu sei niente’’, in un annichilimento orribilmente efficace.

Compiuto l’uxoricidio, ancora una volta, come Shakespeare sapientemente era capace di fare, Lo Cascio ”gira la molla” e fornisce un altro poco di carica alla storia, che da tragica diventa tragicomica e grottesca. Otello, in compagnia del soldato narratore, come Astolfo, si dirige sulla luna, ma la sua ricerca non pretende il senno, quanto piuttosto un fazzoletto ricamato di fragole, per chiedere perdono, più che alla moglie offesa, a se stesso.

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