Dov’è il tuo amor (proprio)?

Scritto da Nunzia Procida

Cos’hanno in comune Wanna Marchi e Stefania Nobile con Fabrizio De Andrè e Dori Ghezzi?

La privazione della libertà: le prime hanno sperimentato il carcere, le seconde sono state vittime di un sequestro di persona.

Wanna Marchi e sua figlia sono state condannate per aver creato un’associazione per delinquere finalizzata alla truffa e all’estorsione con un giro di oltre 32 milioni di euro fra il 1996 e il 2001.

Fabrizio De Andrè e la sua compagna furono tra le 173 vittime che l’Anonima Sequestri rapì in Sardegna fra il 1966 e il 1994. Era l’agosto del 1979 quando i due artisti vennero tenuti prigionieri per quattro mesi e rimessi in libertà con un riscatto di 550 milioni di lire.

I nostri quattro personaggi, dunque, hanno sperimentato la prigionia per un’eccessiva brama di denaro: De Andrè per via dei suoi sequestratori, la Marchi per sé.

Al termine della detenzione ciascuno affrontò il tema della liberazione, della scarcerazione con approcci differenti: il cantautore, dopo aver metabolizzato l’esperienza, raccontò il suo vissuto come meglio sapeva fare. De Andrè riuscì a cantare la melanconia di quei giorni, il dolore, la paura, l’ignoto, il Supramonte perse l’aura geografica e diventò rifugio, fuga: divenne un hotel, l’Hotel Supramonte.

 

All’uscita di prigione Wanna Marchi si chiedeva come mai lei fosse finita in quel vortice malato di giustizia: una giustizia che vedeva non lei – donna acuta nei timbri della voce e nell’intelletto criminale – vittima ma coloro i quali erano scesi a compromessi con i propri errori e avevano ammesso di aver sbagliato nell’aver creduto alla Fortuna venduta in barattoli di acqua e sale da cucina.11145935_10205529145019963_789695718_n

Ciascuno – De Andrè e la Marchi – provò a raccontare la propria liberazione incalzando sulla possibilità stessa di essere liberi. Fabrizio perdonò i suoi carcerieri perché, a suo avviso, avevano agito per necessità economiche e aggiunse: «I veri prigionieri continuano a essere i sequestratori. Tanto è vero che noi siamo usciti e loro sono ancora dentro». Anna, maschera riflessa di una grottesca immagine di sé, provò – e continua a provare mediante gli schemi della televisione prima e del computer poi (la figlia ha un canale YouTube dove ospita spesso la madre “Gnoccolona”) – a edulcorare la propria vicenda giudiziaria alludendo a una tautologica libertà di parola: nessuno è libero veramente perché nessuno può dire, fino in fondo, quello che pensa. 

#JesuisCharlie è dietro l’angolo, pronto a rivendicare la libertà di parola. Eppure… Charlie non è far prendere aria all’ugola quando è scollegata dal cervello; la libertà di parola non è l’offesa al prossimo; il libero scambio delle merci – tanto osannato dai mercati di tutto il mondo – non è estorcere al prossimo i risparmi (quelli sì!) sudati di una vita o distruggere le esistenze di centinaia di famiglie. Essere Charlie non significa annientare l’altro perché si fa fatica ad accettarsi. Essere Charlie significa essere liberi, sentirsi liberi, anche quando si è ospiti all’Hotel Supramonte.

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