Walpole e il caos di Otranto

Scritto da Francesco Corigliano

otranto-01Tutti hanno un amico un po’ incoerente e bislacco, uno di quelli che racconta storie piene zeppe di fatti, nomi e posti improbabili – storie e che quando abbiamo finito di sentirle ci sembrano, nonostante tutto (e incredibilmente) coerenti. Ebbene, anche nel 1764 qualcuno doveva avere un amico così, un amico di nome Horace Walpole – uno che pensò bene di pubblicare quella roba stranissima e strampalata che è Il castello di Otranto. Se nel XVIII secolo avessi avuto una wunderkammer ci avrei piazzato anche questo piccolo libricino, un miscuglio di temi protoromantici in ambientazione medievaleggiante, incastrato su una struttura da romanzo alessandrino; una massa traballante che davvero trabocca di cose ed eventi, al punto da sembrare spesso poco più che un canovaccio per un romanzo “vero”.

Ma poi che cosa si può intendere parlando di “vero” riguardo a questo romanzo? Di sicuro non “realistico”, perché ne Il castello di Otranto gli elementi sovrannaturali sono presenti (sebbene, tranne quello che si verifica nelle primissime pagine del libro, abbiano tutti un’importanza narrativa dubbia); più probabilmente questo è un romanzo “vero” e proprio perché coerente e (quasi) organizzato. Fatico un po’ a credermi mentre lo scrivo, ma anche questa follia di Walpole ha una sua tenuta e nonostante spesso sembri che gli stia scappando dalle mani per rotolare sul pavimento della stanza delle meraviglie, tra squame di drago e reliquie di santi, alla fine le cose vanno come devono andare e tutto finisce quasi male (o quasi bene). Questa tensione disgregatrice si avverte tanto nel ritmo narrativo, che si allunga e si accorcia in base a criteri poco definiti (e che credo siano dettati semplicemente da quanto si divertisse lo stesso Walpole a scrivere certe sequenze), tanto nei dialoghi che in più d’un punto sfibrano i nervi, con personaggi che si interrompono a vicenda rimproverandosi per la perdita di tempo arrecata e continuando a rimbeccarsi e perder così altro tempo.
A tal proposito, nella prima prefazione Walpole tenta la solita strategia del manoscritto ritrovato, ma nella seconda prefazione – ormai, credo, costretto a confessare la paternità del monstrum – cerca di nascondere l’imbarazzo appellandosi a Shakespeare e alla possibilità di fondere tragico e comico, che deve essere permessa a tutti gli autori. Shakespeare, dice il caro Horace, ha mescolato tratti di commedia e di tragedia e così ho fatto io in quest’opera un po’ fantasiosa; noi gli rispondiamo che è senz’altro così, ma anche che William basa ciò che scrive su un equilibrio che Il castello di Otranto non solo non può raggiungere, ma neanche sognarsi – proiettato com’è, a ben vedere, verso quell’eccesso che la teoria del sublime ripescata dai romantici indicherà come alto segno d’arte.

E a noi che resta, davanti a questo romanzo? Beh, se volete leggere di profezie e grandi virtù, di figli perduti e armature giganti, di passaggi segreti e innamoramenti istantanei avrete ciò che cercate, e finirete col mettervi le mani ai capelli e avere comunque ancora voglia di andare avanti nelle pagine.
Tutti hanno un amico che racconta storie strampalate. Se voi non ne avete uno, allora procuratevi Il castello di Otranto e rimediate alla lacuna.

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