Scuola, chi valuta i valutatori

Scritto da Francesco Corigliano

ouroboros1Torno a frequentare questi bizzarri spazi dopo un lungo periodo di prigionia. Sì, perché nelle ultime settimane ho avuto molto – troppo – da fare al corso di abilitazione che sto frequentando, e che ormai si avvia alla conclusione. Il TFA, croce e delizia di insegnanti, ministri e studenti; il TFA, la mesta marcia verso un destino migliore, o peggiore, verso qualsiasi cosa che possa essere lì, oltre la nebbia.
Sulle dinamiche e la natura del TFA credo sia ormai inutile dilungarsi. La percentuale di tragedia umana che vi si può rintracciare è, suppongo, chiara a tutti. Solo su un punto mi sembra doveroso concentrarsi: che tipo di educazione occuperà le scuole nei prossimi anni?
Difatti, pare che davvero la tendenza della didattica contemporanea sia il concentrarsi esclusivamente sul metodo. Il docente deve comunicare le tecniche d’approccio alla materia, i sistemi per analizzarla e le strategie per migliorare la comprensione. Cognitivismo, costruzionismo, connettivismo e compagnia cantante (o insegnante), tutto quanto preme e sprona e grida per una scuola che insegni ad usare le posate, ogni tipo di coltello e ogni sorta di forchetta. Eppure – questo mi sono chiesto, negli oceani di minuti trascorsi là tra i banchi, ai corsi – eppure, insomma, cosa metteremo in questo piatto? Cosa diamo da mangiare? Perché si parla sempre più di insegnanti e “insegnatari”, ma sempre meno dell’insegnato?

Ho sentito tante di quelle storie sull’imparare a imparare, sulle classi rovesciate e su altre elucubrazioni didattiche da poter dire che sì, esistono molti approcci diversi e interessanti alla questione; né voglio passare per un reazionario, e riconosco che compito della scuola è senz’altro anche la comunicazione di un metodo, che sia questo di studio,o critico, o di salto dell’asta o quello che volete voi; eppure, ancora una volta: la scuola è solo questo? E tutto il resto?

Si dirà: il resto si impara dopo, autonomamente, grazie ai metodi acquisiti. Il resto viene in seguito, nel grande gioco della vita.
Ed è in questo preciso momento che deve partire il ruggito (o una grande pernacchia, se preferite); no, non è così che funziona, la scuola deve trasmettere non solo metodo ma anche contenuti. E azzardo: se la scuola non funziona più, come tanto spesso si dice, è proprio perché ci si è distanziati da un approccio serio e ragionato ai contenuti. Cosa, questa, che è accaduta per dei motivi che mi sfuggono nella loro interezza ma che credo collegati ad un processo di popolarizzazione del sapere (che non coincide con una democratizzazione) il quale ha portato ad un notevole svuotamento di senso. Non si è portati a trasmettere seriamente i contenuti, nella scuola, per il fatto che a questi contenuti viene riconosciuta sempre meno importanza; banalmente, non si capiscono.

Naturalmente questo è un problema che riguarda soprattutto le materie umanistiche, ma che credo affligga anche quelle scientifiche (così m’è parso, perlomeno, durante il mio periodo di tirocinio in un liceo). È un po’ stupido dire “i ragazzi di oggi sono svogliati non gliene frega niente mamma mia ai miei tempi” oppure “pensano solo agli SMATTFON” o ancora “devono andare a lavorareeeeeee!!!1!”; è stupido perché se a me insegnano con dovizia come cercare un significato nei contenuti, senza però farmi intuire – concedetemelo – il senso del senso, allora potrò facilmente interpretare anche la defecazione della mucca Agilulfa esaltandone estro artistico e novità formale, ma alla fine non avrò risolto, culturalmente, un bel niente.
Questo momento storico si svolge all’insegna di una notevole incapacità di comprendere il senso delle cose e della storia, nonché dell’incapacità di inventare sensi nuovi – e fare finta che tutto questo si possa risolvere mettendo a punto sistemi sempre più arguti e dinamici per capire, senza afferrare le motivazioni del capire, mi pare un continuare a girare il coltello nella ferita, a estrarlo, reinserirlo con violenza ecc.
Per fare un esempio umanistico: la letteratura, si dice, offre altre visioni del mondo – alcune utili, altre tristi, alcune che fanno schifo e basta. Beh, se non si fruisce della letteratura non solo non si avranno altre visioni del mondo, ma probabilmente sarà più difficile capire che se ne ha una.

Alla radice di tutto mi pare ci sia una sana e invidiabile incapacità di dare un giudizio ragionato su alcunché. Soluzione a questo problema dovrebbe essere, neanche a farlo apposta, l’educazione – la stessa scuola che sembra abituare all’inutilità di un giudizio, perché molti insegnanti sono stati formati in modo tale da non saper dare loro stessi importanza alla valutazione. Come accade, appunto, al TFA. Ah, Ouroboros!

Concludo questo sproloquio accennando alla divertente faccenda dell’importanza dell’università in cui ci si è laureati, a fini concorsuali – una trovata che oltre ad essere evidentemente figlia di un genio indiscusso della logica e della simpatia, mi pare anche frutto del sistema mentale che ho cercato goffamente di illustrare più sopra. Il paradosso è questo: io non so valutare quello che tu sai fare, e perciò mi baso su cui ha certificato ciò che sai fare; e per far questo, ovviamente, valuto a mia volta, perché se non so dare un giudizio su di te SICURAMENTE saprò dare un giudizio su chi ti ha valutato. Lampante.

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