Cultura televisiva e televisione per la cultura

Scritto da Francesco Corigliano

TV1Attenzione: in questo post si parla di TV. Si parla principalmente della televisione nazionale, si generalizza, si stereotipizza come se non ci fosse un domani. Attenzione!

A proposito della presunta impasse culturale della nostra Repubblica, l’altro giorno si diceva con degli amici che la sperimentazione e le novità continuano ad esistere anche oggi, ma che sono fuori dai canali di maggiore distribuzione. Credo che questo valga per tutte le forme artistiche, e che sia valido tanto in letteratura quanto nel campo figurativo, musicale eccetera.

Ora, interrogarsi per l’ennesima volta sul perché la massa non si interessi delle novità culturali – e della molteplicità delle loro forme – può risolversi in un esercizio sterile, se non si cambiano un po’ i punti di partenza della riflessione. Vale a dire, non basta più urlare “ma tanto alla ggente non gliene frega niende della cultura!” oppure “in Italia non si legge più!!!”, oppure dire che siamo tutti ignoranti, che si pensa solo ai soldi, eccetera. Tutti questi punti potrebbero anche avere una loro validità se analizzati singolarmente, ma un po’ perché mi annoia parlarne, un po’ perché davvero penso che sia il caso di provare altri approcci alla questione, per ora direi di metterli da parte – e di concentrare l’attenzione, appunto, sui canali di distribuzione della cultura.

È certamente banale affermare che tutti hanno dei bisogni culturali, che piaccia o meno (e spesso non piace), e anche sottolineare che questi bisogni, in quanto tali, hanno bisogno di essere espletati. È perciò banale anche notare che l’uomo, che da secoli tende a sistemare nella propria tana tutte le comodità possibili, è riuscito a sistemarsi in casa vari aggeggi dedicati alle necessità: il frigorifero, il letto, il cesso, e la televisione.

La televisione assolve ad una parte molto importante dei bisogni culturali dell’individuo. E vi prego di mettere un attimo da parte il solito “ehhh ma io la televisione mica la guardo”; lo sappiamo; neanche io la guardo; la maggior parte dei vostri amici dirà che non la guarda; eppure, il discorso che vorrei mandare avanti si basa sull’assunto – reale realissimo – che in moltissimi guardano la televisione.
In questo, beninteso, non c’è assolutamente nulla di male. La televisione è un canale che è stato (ed è ancora) fondamentale nella storia dell’evoluzione della cultura nel nostro paese e in altri. Ripeto: la televisione non è brutta in quanto televisione.

La questione focale, per tornare al punto di partenza di questo lungo e noioso post, è la sua capacità distributiva. La televisione riesce a coprire buona parte del fabbisogno di cultura medio, e lo fa in modi diversi, offrendo una scelta che può essere più o meno varia in base a vari fattori che io non saprei neanche analizzare.

In Italia, uno dei problemi fondamentali è costituito dalla scarsa capacità “rifrattiva” dell’offerta culturale. Cioè, sempre più la televisione tende ad essere autoreferenziale, e incapace di rifrangere, appunto, l’interesse del fruitore verso altri canali (come la letteratura, il teatro o simili). Questo mi sembra che valga sia per i programmi di discussione (cioè la televisione che parla di sé stessa, che però tende a discutere non della propria qualità ma dei propri avvenimenti, con processi che più che auto-celebrativi appaiono come auto-mitizzanti), sia per le fiction (nelle due grandi categorie “Con Beppe Fiorello” e “Senza Beppe Fiorello”). Eccettuando i programmi di divulgazione (perlopiù scientifica) e quelli che si propongono dichiaratamente di trattare taluni campi (ad esempio i libri, o la musica), le trasmissioni tendono ad tenere il discorso saldamente ancorato a loro stesse. E d’altronde i programmi dedicati alla musica o ai film finiscono spesso e volentieri col ritornare alla televisione, con la riproposizione continua delle belle canzoni di una volta – quando eravamo tutti giovani e belli – e delle scene con gli attori bravissimi e onesti di un tempo, con la nostalgia nostalgia canaglia degli anni di un boom economico del quale resta il ricordo presente, ossessivo, tentacolare.
Naturalmente non c’è negatività nelle produzioni culturali di un tempo, bensì nell’attuale atteggiamento verso di quelle. Siamo sempre lì, allo spettatore si presenta un microcosmo a sé stante, autosufficiente, che al mondo esterno guarda cercando il sensazionalismo oppure i piccoli ingranaggi per sostituire quelli che, nel proprio macchinario, dopo molti decenni si sono infine rotti. Perché non parliamo di più dei libri nuovi? Perché non si dà spazio ai gruppi emergenti (pure una canzoncina, una sola, tra una pubblicità e un’altra)? Perché non si fa il teatro in prima serata?

Chiaramente non si può generalizzare, perché esistono programmi ed interi canali organizzati in maniera diversa dalla media – ad esempio – della RAI. Ma è difficile fare finta che non esistano i dati Auditel  (che per il giugno 2015 indicano una media di otto milioni di telespettatori RAI e otto Mediaset nella fascia oraria 20:30-22:30).

E comunque, lanciarsi in sperticate lodi della vecchia televisione e di quanto fossero belli gli sceneggiati tratti dai classici (che comunque erano belli) rischia di farci cadere nello stesso nostalgismo di cui parlavamo prima; si può prendere esempio, ci si può ispirare, ma non si deve cercare di far rivivere a tutti i costi ciò che è morto.

A queste condizioni, ci possiamo aspettare che il dinamismo culturale del nostro paese possa essere colto da qualcuno? Sì, perché non tutti si limitano a guardare solo la televisione o a guardarla in unico modo, e d’altronde nessuno è obbligato (mi pare).

E alle stesse condizioni, ci dobbiamo aspettare che il dinamismo venga colto? No, perché la situazione di cui sopra pare tendere a creare un piacevole e confortante circolo vizioso.

Cosa si può fare? Organizzare i programmi televisivi (quantomeno della televisione di Stato, se lo Stato ha una qualche tipo di consapevolezza riguardo all’esistenza di una vita culturale e alla sua influenza sulla vita economica e sociale) in maniera da portare luce sulla cultura che televisiva non è.
C’è una responsabilità in questo, e anche notevole, perché è ormai palese che per quanto ognuno possa essere chiamato alla cura della propria personalità e della propria formazione, non tutti sono in grado – spesso per mancanza di mezzi – di capire autonomamente come fare; ed evitare di sfruttare un mezzo potente come la televisione è, mi pare, una manchevolezza troppo grave.

Qualcuno cercherà di farci qualcosa? Mistero.

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