‘Post-Apocaliptic-Punk’

Scritto da Luca Vecchio

Qual è il posto migliore per immaginare uno scenario post-apocalittico?vietcong1

Io banalmente partirei dagli USA, magari è un’idea un po’ stereotipata ma credo che il mondo degli yankees sia un ottimo scenario. Poi potrei immaginarmi, sempre lavorando di stereotipi, gran parte del nord ed ovest europeo, oserei anche con una bella megalopoli asiatica, magari cinese come Ordos.
Però insomma, diciamocelo, anche viaggiando con la fantasia l’ultimo dei posti immaginabili potrebbe essere il Canada, in particolare Calgary, ridente città industrializzata che al massimo ha ispirato quel bonaccione e romanticone di Bon Iver. Eppure Calgary è il luogo di partenza dei Viet Cong, è lo scenario preferito da cui Matt Flegel trae ispirazione per i propri testi, il proprio immaginario e le sonorità intense. I trascorsi dei vari membri sono presenti nel loro suono e si percepisce facilmente addirittura la morte di Christopher Reimer, chitarrista della band Women di cui facevano parte Matt Flegel (al basso) e Mike Wallace (alla batteria). Perciò è da questo triste lascito che nascono i Viet Cong, come un progetto redentivo e figlio naturale dei Women, su cui non può non aleggiare la figura del compagno morto.

Lo scenario creato dalla band nuesto scenraio aon è solo un mondo fatto di palazzi distrutti, piogge acide, zombie, animali mutanti, mecha-uomini, terrore diffuso, incubi diventati realtà e paesaggi disturbanti; il mondo post-apocalittico che percepiamo nei Viet Cong è più sottile, è un mondo della mente, è un mondo reale perché mentale. Immagino come debba vivere un uomo qualunque in un mondo post-apocalittico, immerso in un senso di angoscia che lo attanaglia perché deve lottare per sopravvivere, deve lottare per essere se stesso, deve lottare per non diventare una figura oscura a sua volta, deve lottare perché ha paura di morire o peggio ancora perché ha paura di soffrire (la morte non è il peggiore dei mali, ma l’alienazione, questo è quello che si capisce in fondo dai testi di Flegel). Tutto questi stati mentali, quest’immaginario lo ritroviamo riverso anche a livello sonoro. I Viet Cong sono una band che già dal nome (ri)afferma un immaginario, un mondo, un concetto ed un pensiero. Un nome che dalla loro nascita non ha fatto altro che dargli più rogne che attenzioni. Flegel ha affermato in un’intervista: “Our band’s name, is pretty offensive for a lot of people but it’s just a band’s name”. Tant’è che i Viet Cong dovevano esibirsi il 14 Marzo di quest’anno, all’Oberlin Collage, in Ohio, ma lo show gli fu cancellato perché il promoter del locale disse che il nome della band rischiava di offendere la comunità vietnamita.

Non mi esprimerò sulla scelta del promoter, più o meno opinabile, ma vorrei porre l’attenzione sul fatto che dovrebbe esser più il mondo creato dalla band a destare scalpore, e non il nome. I Viet Cong rilasciarono una dichiarazione stampa in cui sostenevano che la scelta del nome non era stata fatta per esser provocativa ma perché ritenevano rilevante il carico emotivo che vi gravava sopra, svincolandola dalla realtà della guerra.

vietcong2Eppure la guerra ritorna, è presente fin dall’inizio del loro album omonimo (“Viet Cong”, pubblicato da Jagjaguwar). La prima traccia, “Newspaper Spoon” inizia con un tamburo riecheggiante in stile militare. Le distorsioni partono violente con il ritmo cadenzato del tamburo, concludendosi con suoni glitch – il tutto mentre la voce in sottofondo ci dà un avviso: “Difficult existence, Underestimated alienation”.  E di nuovo la batteria, in stile militare, che apre la seconda traccia “Pointless Experience”, con questa canzone andiamo ancora più in profondità nel mondo senza speranze costruito dalla band, un mondo senza speranze che non è così a prescindere ma perché noi stessi, in una sorta di spirito auto-distruttivo, l’abbiamo reso tale (“There is no reason, you know? no reason for being awake, seems like we’re trying much too hard to recreate all of the same mistakes”). I riff dannatamente anni ’90, uniti agli stridolii di chitarre distorte rendono ancora più ostico sentire queste parole, perché ci insinuano un dubbio, penetrano nella nostra mente.

A infastidirci invece nella terza traccia, “March Of Progress”, la migliore del disco, troviamo il rumore di un martello che si interrompe drasticamente con un allungamento di tastiera, fastidioso anch’esso ma accattivante perché accompagnato da un giro di batteria distorta che lascia improvvisamente, dopo un paio di minuti, spazio ad una serie di arpeggi  in stile orientale, coincidenti con l’inizio del cantato (“And this incessant march of progress, can guarantee our sure success […] we play the life secure with give and take, we build the buildings and they’re built to break, tell me tell me tell it to me, tell it straight: what is the difference betweeen love and hate?”). Una traccia dannatamente legata ai drone ed ai synth in un concitato progresso stilistico che si conclude in piena ascesi. La traccia successiva, “Bunker Buster”, è invece più fedele ai suoni post-punk, anche se presenta sempre un qualcosa di altro, legato ai vecchi lavori di Flegel e co. (“Slowly, slowly fall through the snow so softly, carry me where we’re going, nowhere at all, we’re going, nowhere to go”). Ascoltando questa canzone, ma anche la precedente inizio però a pormi una domanda, o meglio a riformulare la mia domanda iniziale: l’immaginario post-apocalittico è davvero adeguato ai Viet Cong?

Stiamo parlando davvero di un universo parallelo, di un futuro improbabile ed oscuro, di un mondo della mente, oppure tutto ciò che i Viet Cong rievocano è molto più reale di quanto pensassi?
Il sociologo tedesco Georg Simmel, in un suo testo tanto piccolo e sconosciuto quanto fondamentale per il pensiero sociologico contemporaneo, analizza come l’uomo viva nella metropoli, l’agglomerato post-moderno per eccellenza, come cioè “lo spiritualmente tipico” (una struttura latente ed astratta che regna sulla vita di individui influenzati da determinati elementi culturali e materiali) sia legato alla velocità, alla spersonalizzazione, alla materializzazione, alla scientificizzazione ed all’imbruttimento della vita umana, in una sorta di “tragedia”. Tragedia perché la vita stessa, secondo il sociologo e pensatore tedesco, non può essere colta che sulla base di simboli o raffigurazioni i quali, per loro stessa natura, quando permettono di coglierla nel medesimo tempo la rovesciano, la limitano, la corrodono, le si contrappongono condannandosi così al proprio superamento.

L’analisi svolta da Simmel è naturalmente più articolata e non necessariamente negativa, proprio perché analiticamente sociologica, però va comunque detto che offre una rappresentazione piuttosto cinica della vita, una visione non del tutto distante da ciò di cui parla, metaforicamente, Flegel.
Perciò con uno spirito diverso ascolto le restanti canzoni.vietcong3

“When all is said and done, you’ll be around until you’re gone, crystallized, cancelled eyes, illegitimate merchandise, don’t want to face the world, it’s suffocating (suffocating), undesireable circumstances I can’t feel, no I can’t feel”: così parte “Continental Shelf” in una serie di chitarre violente, alternate a riff più melodici, e ad una batteria robotica in sottofondo.
Con tutta la violenza punk, a cui si aggiunge una nota distorta tipica dei synth, arriva “Silhouettes” che completa perfettamente la traccia precedente (“There’s no connection left in your head , I know you look at things to forget, I know the world in sense of regret, relay, reply, react and reset, are we over? Are we over?”). Infine, come a voler essere fino all’ultimo metaforici di un mondo altro, o di quello reale, l’album si conclude con la traccia intitolata “Death”, che a sua volta in un perfetto suono lo-fi, dark-wave ma dalle sfumature violente in stile post-punk, si conclude con la seguente emblematica frase: “Overlooking the idiosyncrasy”.

Forse il mondo (post-)apocalittico che io avevo immaginato all’inizio è il nostro mondo, sono quel mondo e quella vita che Simmel così descrive in “la metropoli e la vita dello spirito”:

Lo spirito moderno è diventato sempre più calcolatore. All’ideale delle scienze naturali, quello di trasformare il mondo interno in un calcolo, di fissarne ogni parte in formule matematiche, corrisponde l’esattezza calcolatrice della vita pratica che l’economia monetaria ha generato; solo quest’ultima ha riempito la giornata di tante persone con le attività del bilanciare, calcolare, definire numericamente, ridurre valori qualitativi a valori quantitativi.

È da quest’ottica che l’immaginario dei Viet Cong risulta così terribile e disturbante, poiché anche se esasperato nei testi e nella musica, quello che loro presentano non è un mondo pieno di zombie e guerra per la supremazia dei normali sugli anormali (qualunque cosa voglia dire), ma di uomini senza speranze e guerra perenne per la sopravvivenza, per rimanere il più fedeli a se stessi (qualunque cosa voglia dire).

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